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15.7.17 - Versi in ricordo di mia moglie
Filippo Cirillo

23.7.17 - Sono già a Galatro col pensiero

Biagio Cirillo

29.7.17 - Il nuovo libro di Alfredo Distilo: "Due ragazzi, un cane... e il fiume"


31.7.17 - Nicola Sergio presenta "Migrants" al Paleariza Festival


12.8.17 - L'ordine del tempo, un libro di Carlo Rovelli

Domenico Distilo

18.8.17 - "Il Tassone", Vocabolario del lessico di Candidoni

Domenico Coco

21.8.17 - Domenico Distilo presenta l'ultimo libro di Rocco Cosentino a Roccella


29.8.17 - Il testo della relazione sul nuovo libro di Rocco Cosentino

Domenico Distilo

13.9.17 - Conflitti generazionali nel recente libro di Alfredo

Domenico Distilo

2.10.17 - Un cantautore galatrese: Marazzita

Gregorio Ozimo

10.10.17 - Nicola Sergio sbarca a Torino con la prima di "Eldorado"


13.10.17 - A beautiful mind e il mito della caverna: illusione o realtà?

Pasquale Cannatà





(15.7.17) VERSI IN RICORDO DI MIA MOGLIE (Filippo Cirillo) - Questa poesia la dedico alla memoria della mia cara moglie Luppino Carmela Maria.

* * *

Il 30 gennaio scende la sera
ed è morta Luppino Carmela.
Per me sei stata come una rosa fiorita,
ti ho voluto bene per tutta la vita.
Amo il sole, amo la luna,
chi perde la moglie non ha fortuna.
Hai iniziato il tuo lungo cammino senza ritorno
e mi hai lasciato un pianto attorno.
La sera vado a letto
e non vedo nessuno,
solo il pianto ed il dolore.
Carmela, se puoi, aiutami,
come hai fatto nella vita terrena
e dagli angeli del cielo.
Morte crudele che mi hai tradito
portandomi via mia moglie.
Non hai avuto cuore.
Ricordo i giorni felici
ed ora mi rimane la tristezza.
Sulla vita terrena
hai lasciato i tuoi due figli:
Raffaele e Antonia,
ed i tuoi cari nipotini:
Carmelo, Sabrina e Raffaele Junior,
il tuo amato genero Michele e Simonetta Maria
ed il tuo amato Filippo.
Amaci dal cielo
come hai fatto sulla terra.
Nella mia casa non vedo nessuno
però il tuo spirito e la tua anima
mi stanno accanto.
La tua vita è stata spezzata dal dolore,
te ne sei andata
con sofferenza e con grande dolore
e mi hai lasciato un vuoto nel cuore.
Quando tu chiudevi gli occhi noi piangevamo
e tu sorridevi,
che te ne sei andata con gli angeli del cielo.
Angeli del cielo
affido a voi questa stellina:
il suo nome è Carmelina.
Amavi la vita, amavi la gente,
la tua vita sugli altri
dando tutto quello che avevi.
Hai aiutato tutta la gente
facendo del bene e non del male.
Carmela,
hai lasciato il tuo amato Filippo
come una pecorella smarrita;
ti ho voluto bene per tutta la vita.
Angeli del Paradiso
vogliate bene alla mia Carmelina,
nella vita terrena
per me era come una stellina.
La vita nasce come un fiore,
le foglie cadono e la vita muore.
Carmela,
ti penso sempre e ti ho nel cuore,
mi è rimasto un gran dolore,
la vita si spezza come una campana
e la tua vita si allontana.
Carmela,
amaci come ci hai amato sulla terra,
ho perduto la cosa più bella.
Pace a te, Carme,
tu sii benedetta.

Il tuo amato Filippo ed i tuoi cari figli

Nella foto: Mastro Filippo Cirillo con la defunta moglie Carmela Luppino.


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(23.7.17) SONO GIA' A GALATRO COL PENSIERO (Biagio Cirillo) - Anche se lontano, con il pensiero sono gia a Galatro. Per questo faccio arrivare prima il pensiero a fare da apripista e poi intanto arrivo io, insieme alla poesia. Mando un caloroso abbraccio a tutti i galatresi e un ringraziamento particolare alla redazione.

Vola pensiero

Vola pensiero,
vola lontano,
portami con te,
tenendomi per mano.

Vola pensiero,
non mi lasciare solo,
insieme con te
io prenderò il volo.

Vola pensiero,
non mi lasciare mai,
solo con me
lontano volerai.

Vola pensiero,
non ti fermare,
giorno per giorno
fammi sognare.

Vola pensiero,
vai verso il mare,
scavalca le onde,
ma di me non ti scordare.

Vola pensiero
verso la terra mia,
portami da mia mamma
a fargli compagnia.

Vola pensiero
verso i miei amici,
fammi sentire
sempre più felice.

Vola pensiero,
vola col mio cuore,
ovunque volerai
il mondo sarà migliore.

Biagio Cirillo
 


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(29.7.17) IL NUOVO LIBRO DI ALFREDO DISTILO: "DUE RAGAZZI, UN CANE... E IL FIUME" - Il prossimo 6 agosto sarà pronto per essere acquistato (e ovviamente letto) il nuovo libro di Alfredo Distilo, Come eravamo. Due ragazzi, un cane... e il fiume, edito in proprio.

Si tratta del secondo cimento letterario dell’ex “ragazzo portiere”, che, esattamente come il primo, si dipana sul filo della memoria, riandando ad episodi dell’infanzia e della fanciullezza dell’autore ignorati o ormai del tutto dimenticati.

Anche questa volta, come già per
Ricordi di un ragazzo portiere, il ricavato sarà interamente devoluto in beneficenza.

In anteprima pubblichiamo la copertina e la prefazione di Franco Tomasi.


Visualizza la Prefazione di Franco Tomasi (PDF) 60,5 KB

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(31.7.17) NICOLA SERGIO PRESENTA "MIGRANTS" AL PALEARIZA FESTIVAL - Il prossimo mercoledì 2 agosto, con inizio alle ore 22.30, il pianista galatrese Nicola Sergio presenta a Reggio Calabria, presso i Fortini di Pentimele, il suo concerto di piano solo intitolato "Migrants" alla XX edizione di "Paleariza", festival della musica e delle tradizioni popolari della Calabria greca.

"Migrants" non sono solo coloro che giungono coi barconi sulle coste europee dopo avventurosi viaggi in mare, o spostandosi via terra per lasciare luoghi di guerra e di fame, il termine può essere esteso a tutti quelli che, in un'epoca detta di "globalizzazione" e di viaggi facili (almeno per chi risiede in certe parti del globo), lasciano i luoghi della propria infanzia per inseguire i loro sogni altrove.

L'ormai noto e prestigioso festival "Paleariza" dedicato alla musica popolare, che dura diciannove giorni, prevede un gran numero di eventi in varie località dell'area grecanica calabrese: Reggio Calabria, Bova, Gallicianò, Bagaladi, Ferruzzano, Staiti, Roghudi Nuovo, San Lorenzo, Palizzi, Cardeto, Roccaforte del Greco, Pentedattilo.

Vi proponiamo in basso la locandina di "Migrants" e il programma completo del festival:







Visualizza il
programma completo del festival Paleariza (PDF) 1,83 MB


* * *

www.nicolasergio.com


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(12.8.17) L'ORDINE DEL TEMPO, UN LIBRO DI CARLO ROVELLI (Domenico Distilo) - La questione del tempo è la più complicata e decisiva della storia del pensiero, fin da quando il milesio Anassimandro scoprì che le cose, dopo essere uscite dall’Indistinto – Apeiron - vi ritornano “secondo l’ordine del tempo”.

Da Anassimandro fino all’avvento della relatività einsteiniana si è sostanzialmente creduto che vi fosse un unico “ordine del tempo”, uguale per tutti a qualsiasi latitudine. E’ bensì vero che Aristotele ne dava una definizione “locale”, non riuscendo a districare il movimento dalla particolarità dello spazio in cui esso “aveva luogo” per renderlo universale (sì che il tempo aristotelico per i newtoniani sarebbe stato “relativo, apparente e banale”). Ma il modo di porsi rispetto “al prima e al poi” non poteva essere che lo stesso per tutti in ogni luogo, cioè in ogni punto dello spazio, concependosi lo spazio come la totalità (l’universo) dei luoghi. L’essenza del tempo è nella misura che se ne fa, per cui esso non ci sarebbe se non ci fosse nessuno a misurarlo. Caratteristica questa che sembrerebbe sparire con Newton, per il quale il tempo scorre “assoluto, universale e oggettivo” su uno spazio altrettanto “assoluto, universale e oggettivo”.

A dare compiutezza ed espressione filosofica alle idee di Newton sarà Kant, per il quale l’universalità del tempo, è oggettiva solo soggettivamente, nel senso che unici (a priori) sono in ogni soggetto i presupposti e i criteri della sua intuizione e misurazione. In Newton manca, questo è il punto, ogni riferimento a cosa sarebbe il tempo senza gli orologi, essendone l’oggettività affermata senza essere dimostrata. Il tempo di Newton ha però in comune con quello di Aristotele l’irreversibilità, per cui una volta che qualcosa sia accaduto non si può tornare indietro, come in certi film in cui a chi viaggia nel passato può capitare di uccidere il genitore rendendo impossibile la propria nascita.

Che cosa accade, allora, con l’avvento della relatività e dei quanti? Accade, semplicemente, che all’unico ordine del tempo si sostituiscono tanti ordini possibili, all’unico tempo molti tempi e che il tempo “assoluto universale e oggettivo” sia soppiantato dal tempo e dalla misura particolari di molti viaggiatori che possiamo immaginare in viaggio nello spazio cosmico a velocità prossime a quelle della luce e, nel caso delle particelle, cioè di piccole o piccolissime dimensioni, a descrizioni più o meno semplificate a seconda della distanza – Rovelli la chiama “sfocatura” - minore o maggiore a cui ci poniamo da esse.

L’esistenza di tanti e ugualmente possibili ordini del tempo ci proietta in una dimensione “complessa”, nella quale il tempo dipende da noi, da come ci collochiamo rispetto agli eventi, in altre parole dalla misura, che non è necessariamente unica per tutti ma può essere diversa per ciascuno.

Senonché il tempo non è solo un’entità per definizione evanescente. Poiché il suo scorrere lascia il segno sulla materia e sugli organismi che non possono saltar via dal tempo, ecco che la direzione privilegiata, dopo essere stata declassata a una questione di punti di vista ritorna in tutta la sua drammatica cogenza. Il fluire del tempo avviene infatti all’insegna dell’entropia, dell’accrescimento del grado di disordine in ogni sistema fisico e/o biologico, che è destinato inevitabilmente a perdere, prima o poi, l’equilibrio sui cui si regge. Ogni cambiamento non è che una progressiva, quantunque spesso inavvertita, perdita dell’equilibrio. Che è per definizione precario. La cura heideggeriana, a ben pensarci, può essere definita in questi termini. Essa non è che la costante ricerca, da parte dell’esserci, di un equilibrio sempre precario, destinato a collassare, alfine, con la morte. La fine, per l’esserci, della cura e con essa del tempo.

Carlo Rovelli, L'ordine del tempo, Adelphi, 2017, pp. 207

Acquista il libro

Nella foto: la copertina del libro di Carlo Rovelli "L'ordine del tempo".

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(18.8.17) "IL TASSONE", VOCABOLARIO DEL LESSICO DI CANDIDONI (Domenico Coco) - Dopo il Vocabolario del dialetto di Galatro, realizzato da Umberto Di Stilo alcuni anni fa per i tipi di Pellegrini Editore, ecco apparire "Il Tassone", Vocabolario del lessico di Candidoni, a cura di Rocco Giuseppe Tassone - pp. 372, € 35,00 - edizioni Università Ponti con la Società, 2017. Vi proponiamo l'introduzione all'opera di Domenico Coco.

* * *

Sin dalle arcaiche origini cristiane, quello della lingua è stato sempre un concetto straordinariamente ricco di dogmi e di altrettanti fonetici suoni che, nella notte dei tempi, hanno delineato la propria ed armoniosa forma attraverso la personale percezione da parte di ogni essere umano, delle passeggere ali dell’etere che sovrastavano imperturbanti i cieli di tribù e popolazioni dalle varie etnie.

Già dal libro della Genesi, nell’episodio sulla costruzione della Torre di Babele, si narra del leggendario progetto di Dio attraverso il quale si spiega mitologicamente per la prima volta l’importanza e l'origine delle differenze dei linguaggi tra gli uomini che popolavano, allora come oggi, ogni angolo della terra mediante la diversità oggettiva del più prezioso degli strumenti terreni: il linguaggio.

L’immortalità del fenomeno, ancora oggi, benché invisibile al nostro orizzonte temporale è da sempre in continua evoluzione; nel corso dei secoli moltissime sono state le graduali trasformazioni di carattere sintattico e lessicale che hanno favorito le innumerevoli opere volte all’analisi tra le differenze e le somiglianze sussistenti nelle diverse lingue, trascurando intenzionalmente in modo critico ciò che invece secondo il nostro brillante e poliedrico autore racchiude da sempre i segreti della comunicazione, ovvero il goliardico studio della linguistica diacronica che con il presente volume lo studioso ha tradizionalmente messo in risalto.

Il XIX secolo in particolar modo, grazie al crescente affermarsi degli studi filologici, ha concesso l’esordio antropologico del settore, attraverso lo studio e l’uso di nuove terminologie destinate a designare l’antenato comune della forma linguistica originale (proto), da cui provengono le lingue moderne parlate nel contemporaneo continente europeo. Tale trattazione, grazie all’esegesi delle fonti del nostro autore, rappresenta l’attuazione del particolare procedimento attraverso il quale, paragonando alcune forme linguistiche appartenenti a due o più lingue imparentate, è possibile ritrovare la forma originaria esistente nella lingua antenata comune (c.d. Protoforma).

La pronuncia, la forma lessicale e l’ordine degli elementi che nella frase indicano la chiave di ascolto della fonetica primordiale, sono stati per lo studioso candidonese, le basi da cui l’opera ha avuto origine, oltre che la fonte più rilevante di cambiamento linguistico insieme a tanti altri mutamenti sociali, storici e culturali che hanno favorito il processo di trasmissione, per tradizione, da una terra anticamente ed autenticamente legata all’agricoltura ed alle tradizioni religiose dall’esemplare rarità.

Attraverso il processo di cambiamento fonetico, consistente nello spostamento dei suoni all’interno della parola (definito Metatesi), la prefata presentazione prende in esame la variazione dal punto di vista diacronico nella prospettiva storica, ma giunge al culmine attraverso quella variazione sincronicamente linguistica, riferendosi allo stato attuale di una data lingua, che può essere largamente concepito tramite tanti altri fattori spazio-temporali come il luogo e la società che lo domina; tutti elementi di un importante studio sociolinguistico di cui il nostro autore, dalle molteplici risorse culturali, ne è l’odierno locale cultore per eccellenza.

Domenico Coco

Nella foto: la copertina del Vocabolario del lessico di Candidoni.

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(21.8.17) DOMENICO DISTILO PRESENTA L'ULTIMO LIBRO DI ROCCO COSENTINO A ROCCELLA - L'ultimo libro di Rocco Cosentino, sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Palmi, dal titolo Nata sotto il segno del cancro - Pellegrini Editore, 2017, pp. 220, € 14.99 - viene presentato a Roccella Jonica venerdì 25 agosto, alle ore 19,00.

Fra gli interventi, oltre a quello conclusivo dell'autore, è prevista la relazione del professore galatrese Domenico Distilo, docente di filosofia e storia presso il Liceo Classico "V. Gerace" di Cittanova.

Vi proponiamo in basso la locandina ufficiale con tutti i dettagli dell'evento e alcuni link dove è possibile acquistare il volume:

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(29.8.17) IL TESTO DELLA RELAZIONE SUL NUOVO LIBRO DI ROCCO COSENTINO (Domenico Distilo) - Pubblichiamo la relazione di Domenico Distilo tenuta pochi giorni fa in occasione della presentazione a Roccella Jonica del nuovo volume di Rocco Cosentino dal titolo Nata sotto il segno del cancro. Oltre al professore galatrese ed all'autore sono intervenuti all'evento il dott. G. Muscianisi, specialista di medicina interna ed ecografia, e l'avvocatessa galatrese Maria Grazia Simari.

* * *

Un lettore superficiale non avrebbe dubbi: Rocco Cosentino ha operato una conversione, passando al memoir dopo i due noir e il noir storico L’eloquenza del silenzio che, lo dico incidentalmente, non m’ha convinto per una questione, fatta presente all’autore, che riguarda l’aggettivo, storico, non certo il sostantivo, noir.

Se i libri dovessero essere soltanto classificati, se la cosa più importante fosse la tassonomia, allora il lettore superficiale avrebbe ragione: il nuovo cimento letterario del magistrato-scrittore, o se preferite dello scrittore-magistrato - che, lo dico ironicamente senza ironia, può fregiarsi della qualifica di mio ex alunno, nei primissimi anno Novanta, presso il liceo scientifico “Guerrisi” di Cittanova - il nuovo cimento letterario di Rocco Cosentino, dicevo, segnerebbe una conversione, una svolta, una metabasis eis allo ghenos, un passaggio ad altro genere. Invece le cose stanno ben altrimenti, non essendoci alla base del cambiamento, per essere esatti, di sottogenere, non di genere letterario, un cambiamento di visione del mondo, che è l’identica trasfusa nei romanzi che precedono Nata sotto il segno del cancro e che anche questa volta si traduce in uno stile letterario quanto mai adatto a raccontare le diverse declinazioni del Male – Male con la emme maiuscola - nella società e nella storia, seguendone l’evoluzione in uno specifico contesto fino al momento, più o meno finale, nel quale si svela al lettore la funzione dialettica o, se volete, catartica di esso.

E’ lo stile di scrittura a far sì, nelle prove precedenti, che la macchina narrativa di Cosentino proceda fluida, senza strappi, in apparente e singolare contrasto con una materia zeppa di casi di difficile decifrazione e di vicende ad alto tasso adrenalinico, eventi attraverso i quali si disegnano tanto la statica quanto la dinamica del Male, con la seconda che si innesta sulla prima, cioè su modi d’essere, di pensare, di vivere rispetto ai quali ciò che accade - e che accadendo spezza l’equilibrio cosmico e microcosmico - darebbe l’idea di una casuale quanto inspiegabile comparsa, mentre ha proprio nello sfondo della narrazione, negli ambienti e nei personaggi che lo costituiscono, la sua causa efficiente e finale, tanto fisica quanto metafisica. Il Male, che sembra erompere “senza ragione” dalla normalità in cui i protagonisti si trovano immersi, li induce, dopo avere misurato lo spessore e l’impatto esistenziali di “ciò che in generale capita e in particolare gli capita”, ad indulgere in domande metafisiche, tanto inevitabili quanto senza convincente risposta.

Analogamente in Nata sotto il segno del cancro la malattia (che è il modo d’essere e di manifestarsi del Male nello specifico contesto di questo memoir) erompe da (o irrompe in) un’esistenza che appare normale, immersa in quella che si potrebbe definire la banalità del quotidiano, scatenando una lunga serie di domande tra virgolette “metafisiche”, a partire dalla classica, “perché proprio io?” anche qui destinate a rimanere sostanzialmente senza convincente risposta. Senza risposta ma utili per generare un feed-back esistenziale, una riscrittura del significato dell’esistenza da cui la protagonista, verosimilmente, rimarrebbe lontana se ciò che capita a tanti non capitasse anche a lei, anzi, “proprio a lei”.

La scoperta della malattia e le conferme diagnostiche che ne seguono configurano una rottura dell’ordine del mondo, della “normalità” della vita, a cui il comune modo di pensare contrappone la straordinarietà della morte. La morte, per intenderci, vista come l’extra ordinario per eccellenza, pensata come l’assolutamente altro, in quanto tale da esorcizzare. E’ questa idea della morte ciò con cui l’autore e con lui la protagonista fanno i conti, l’idea consumista o, come si sarebbe detto un tempo, piccolo-borghese della morte, corredo di quella che Heidegger ha definito “esistenza inautentica”, strutturalmente incapace, proprio per via dell’inautenticità, di pensare la morte come evento, sia pure conclusivo, della vita e di sottrarla, “normalizzandola”, a una tragedia che, ci dirà l’autore in un finale dalle forti coloriture nietzscheane, sarebbe da pensare come essenza di una vita che include la morte, non della sola morte quale antitesi della vita.

La ribellione di Karima, l’io narrante, a questa idea della morte ne sintetizza la ribellione all’intero contesto sociale-culturale di cui è parte ma di cui probabilmente non si sente tale. Ella è consapevole di essere una ribelle, per di più accettando di esserlo con il freno a mano tirato, costretta com’è a continue mediazioni rese inevitabili dalla convivenza con genitori a differenza di lei troppo integrati – probabilmente non solo per questioni d’età -, genitori a cui le convenienze sociali e culturali e le connesse ipocrisie non stanno per nulla strette. Non si può spiegare in altra chiave un episodio del romanzo che il lettore superficiale di cui dicevamo all’inizio sarebbe portato a definire secondario: la madre di Karima che convince la figlia a tornare a frequentare l’Azione Cattolica “per riprendere a vivere”. Accontentata la madre, Karima non può fare a meno di constatare che nei pochi o tanti anni nei quali era rimasta “in sonno” - mi si passi la locuzione d’uso massonico - rispetto alla vita dell’associazione nulla era cambiato e tutto restava avvolto nel velo della stessa ipocrisia, dall’omosessualità del prete alla blasfemia del musicista. Constatazione questa che fa trasparire, per inequivocabile contrasto, quello che è l’atteggiamento di Karima rispetto alla società e alla stessa vita, atteggiamento che l’ambiguo rapporto che prende corpo con una coetanea che assurge ad amica del cuore, Katia - con cui progetta un viaggio in Messico che non potrà realizzare - non rende meno tendenzialmente conflittuale, più conforme ai canoni di un’esistenza che magari negli altri, non certo in lei, in Karima, sprofonda nel “così fan tutti”, nel “si impersonale”.

Karima infatti non cade, neppure durante le crisi più acute, nella disperazione – che si potrebbe leggere come l’indice, la spia di un’idea inautentica della morte. Subìto il trauma della scoperta della malattia e dell’invasività delle cure, in primis la famigerata chemio, integra, grazie ad un modo d’essere critico e disincantato, la malattia nella normalità di un’esistenza che andrà avanti fino ad un esito sorprendente su cui non è il caso di soddisfare in anticipo la curiosità del lettore, privandolo del gusto impagabile di scoprire da sé come andrà a finire. Poiché quando si legge un romanzo ci si immedesima nel protagonista, vivendo con lui, o con lei, le vicende di cui è, appunto, protagonista, anticipare “come finisce” vorrebbe dire sottrarre al lettore una parte della vita che egli, giustamente, vuole vivere e non sentir raccontare da altri.

Perciò, gettato un velo sul finale, procediamo dicendo che la storia di Karima è interamente giocata, io penso, contro il rifiuto di includere la malattia e la morte nella vita, contro il rifiuto di “viverle” come tali che caratterizza la cultura e il vivere contemporanei e che è la causa di fondo, a ben rifletterci, dell’insufficienza e inadeguatezza della cultura della prevenzione. Se non preveniamo è perché ciò che dovremmo prevenire ci spaventa e ci spaventa perché siamo dominati da un’idea della vita che, parafrasando Nietzsche, potremmo definire al di là di Cristo e dell’Anticristo, del cristianesimo e della sua antitesi, al di là perché imperniata su un individualismo radicale che, essendo appunto radicale e non potendo limitarsi a rifiutare la distruzione del proprio essere individuale, estende tale rifiuto, da un lato alla fusione con il tutto nel divenire incessante del cosmo, dall’altro alla riconciliazione con il Bene che è l’essenza del cristianesimo, fondandosi l’individualità sul male al quale, in vista del compimento della promessa, essa è chiamata a rinunciare.

Se queste sono le cause filosofiche della insufficiente e inadeguata cultura della prevenzione, nel momento in cui si traducono in prassi esistenziale esse sono generalmente individuate e definite come sciatteria individuale e sociale, sconoscenza dei fattori di rischio, sottovalutazione del rischio stesso anche quando lo si conosce, incapacità di assumere uno stile di vita in grado di operare la prevenzione riducendo l’incidenza dei succitati fattori, identificazione degli stili di vita congeniali alla prevenzione con una vita da malati destinata a sfociare in una morte da sani, seguendo in questo colui che fu il più famoso giornalista sportivo italiano, Gianni Brera, famoso altresì per essere una buona forchetta, che disse una volta, mettendo in berlina la prevenzione delle malattie cardiovascolari, di “non voler vivere malato per morire sano”. C’è in tutto questo un aspetto, che si chiama volontà di vivere, che ha come implicazione il rifiuto di quel “vivere malati” di cui parlava Brera e che riscontriamo, espresso o sottinteso, nell’atteggiamento del fumatore, così come dell’alcolista o del cocainomane. Il fumatore, ad esempio, conosce benissimo i rischi del fumo, peraltro messi bene in mostra per legge sui pacchetti delle sigarette. Tuttavia preferisce il piacere immediato e intenso al benessere posticipato e diluito e sa benissimo di farsi male a più o meno lungo termine, male però compensato dal benessere immediato e istantaneo che gli dà la sigaretta, che in ogni fumatore non estemporaneo è integrata nello stile di vita, nel modo d’essere e nell’identità personale.

Ecco, prevenire è difficile perché farlo significherebbe cambiare lo stile di vita e la propria identità, rassegnandosi a vivere da malati piuttosto che da sani, dunque a non fare le cose che vengono identificate con la vita stessa e a fare qualcos’altro che è percepito come rinuncia a vivere.

La lezione che ci viene da Karima si riassume, invece, nell’eliminazione dello spartiacque tra morte e vita, in nome dell’identità dialettica di entrambe, recuperando in tal modo l’antica sapienza di Eraclito, per il quale una cosa sola sono il desto e il dormiente, il salire e lo scendere, il malato e il sano nonché il morto e il vivo, appunto. La lezione è che salute e malattia sono entrambe vita da vivere, così come vita e morte sono entrambe vita da vivere, esigendo peraltro la morte, giusta la lezione di Heidegger, che ci si ne prenda cura, vivendo noi nel tempo e quindi in vista della morte, che è la condizione ineludibile della possibilità del nostro vivere. Il concetto di morte quale assoluta antitesi della vita è del resto un concetto impensabile, una contraddizione in termini, per la ragione, evidenziata sia pure ellitticamente da Epicuro, che sarebbe definibile come l’essere del nostro non essere, per cui è contraddittorio, cioè impensabile che possa davvero esserci, esistere come tale, come morte. Se esiste come morte non è più ciò che è ma il suo esatto contrario, sì che la saggezza non può consistere in altro che nel pensarla come vita o come passaggio a miglior vita, come ci esorta a fare la tradizione socratico-cristiana, che secondo Nietzsche aveva rappresentato la rovina della grecità e con essa dell’intera civiltà occidentale, avendola distolta dalla vita – come lui la intendeva - e dai valori atti a promuoverla ed esaltarla.

Il Cosentino-pensiero, ora espressamente ora ellitticamente formulato in questo come nei precedenti romanzi, è radicalmente e strutturalmente antimanicheo, essendo per lui il male fuso nel bene e costituendo entrambi, nella loro fusione e con-fusione, la sostanza dell’universo. Il bene non è se non il male che combatte altro male, perlomeno in questa vita come ci è dato viverla, visione questa suscettibile di sfociare nella tesi, che regge l’intero impianto della teologia cristiana, secondo cui senza il male e il peccato non ci sarebbe salvezza e la colpa è felix culpa, avendo causato la redenzione ed il riscatto.

Una nota conclusiva penso sia d’uopo, come direbbe il grande Totò: i libri, una volta scritti e stampati sono lasciati al loro destino, il libellorum fatum dei romani, che è un destino di interpretazioni che si avvicendano e sovrappongono producendo, come diceva Hans Georg Gadamer, degli effetti di cui chi viene dopo non può non tener conto. Il libro di Rocco Cosentino, noir o memoir che lo si voglia etichettare, è a suo modo un contributo alla storia del dibattito sul male, alla questione della teodicea su cui i filosofi dibattono da secoli. Il Male che non è un’esclusiva del nostro secolo e non è soltanto il male del nostro secolo, ma il Male che accompagna, mischiato col bene, l’intera storia dell’umanità.

Spero di non avervi annoiati, anche se certe questioni sono noiose per definizione e senza noia sarebbero mal riuscite, al punto che Benedetto Croce, tornato di moda negli ultimi giorni per via del ritorno del terremoto a Casamicciola, dove perse genitori e fratelli, riuscendo lui a scampare miracolosamente, al punto, dicevo, che Benedetto Croce raccomandava al suo editore di pubblicare solo “libri gravi”, cioè noiosi, ma che aiutano ad andare a fondo delle questioni, com’è proprio della filosofia.





Nelle foto: Domenico Distilo, Rocco Cosentino, G. Muscianisi e Maria Grazia Simari in vari momenti dell'evento.

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(13.9.17) CONFLITTI GENERAZIONALI NEL RECENTE LIBRO DI ALFREDO (Domenico Distilo) - Al centro del libro di Alfredo Distilo (Due ragazzi, un cane... e il fiume, Edizioni d’autore, 2017, pp. 186) c’è la memoria e l’intenso rapporto che l’autore intrattiene con essa, che non è semplicemente il passato, ma il presente che prende forma nella consapevolezza che senza quel passato, giorno dopo giorno lasciato indietro dall’incedere inesorabile del tempo, non si potrebbe costruire nessuna identità, né personale né collettiva. L’identità, in altri termini, è la nostra storia, e la nostra storia, con la memoria che l’alimenta, siamo noi stessi.

Il “noi stessi” dell’autore, l’identità collettiva della sua generazione, si struttura tra i Cinquanta e i Sessanta del Novecento, gli anni nei quali Galatro entra nella modernità, ingresso destinato a cambiare il modo di vivere, di pensare e di essere di giovani e meno giovani, determinando un conflitto generazionale che, ora latente ora manifesto, si consuma, a volte, con valenze drammatiche.

I giovani della generazione di Alfredo sono quelli che vorrebbero ma non possono, o, se pur possono, debbono acconciarsi a fare le cose di nascosto, a cercare modalità oblique, soprattutto nelle relazioni sentimentali, fronte sul quale il controllo sociale è molto vigile e il comune modo di pensare, piuttosto che giudicare scandalosa la costrizione a sposare, da parte di una giovane, un ragazzo da lei non amato, trova inaccettabile che ella possa sottrarsi all’adempimento della volontà paterna, in conformità alla quale era stata promessa ad un giovane della vicina Giffone.

Alfredo e suo fratello Rocco, così come tutti i ragazzi e ragazzini dell’epoca, maschi e femmine, fanno finta di ubbidire ai genitori, dissimulando una prepotente volontà di trasgressione che li porta, non appena colgono l’attimo, a correre a fare ciò che è vietato – le ragazzine, ad esempio, corrono a fare il bagno nel fiume seminude sfidando le busse dei genitori. Perché questa volontà di trasgressione si attenui o scompaia del tutto, direi “pour cause”, bisognerà attendere una o due generazioni, quando ai divieti subentrerà la complicità, dopo che, intorno al mitico Sessantotto, sarà perpetrata "l’uccisione" del padre.

In casa di Mastro Carmelo Distilo - e la cosa non costituisce certo un’eccezione, è solo più accentuata, rispetto ad altre situazioni familiari, da una personalità paterna molto forte e tutta d’un pezzo - il rapporto genitori-figli si svolge invece ancora tutto all’insegna della verticalità, con la mamma che funge da elemento di mediazione intercedendo spesso a favore dei figli con un capofamiglia la cui autorità nessuno si sogna minimamente di contestare, neppure quando - come avviene nel caso del cane condannato a morte e poi graziato, con gran sollievo dei ragazzi che gli sono molto affezionati - le decisioni che prende appaiono quantomeno discutibili.

Oltre che documento dell’identità di una generazione il volume – il cui ricavato è interamente devoluto in beneficenza - riesce ottimamente a renderci il “mondo della vita” della Galatro di sessant’anni fa, quando la rarità delle automobili e le poche corse dei pullman delle autolinee Foresta facevano sì che gran parte della vita si svolgesse in paese, tra casa, strada, fiume e campagna, in uno scenario dentro il quale prendevano corpo storie che a un ventenne di oggi appariranno incredibili ma che servono a mettere a confronto due epoche non poi così lontane ma tra le quali la distanza è stata oltremodo dilatata dall’accelerazione del tempo che ha caratterizzato la seconda metà del Novecento. Poterle vivere, c’è da crederlo, dal punto di vista umano è stata una fortuna di cui ora Alfredo ha voluto metterci a parte. Non possiamo che dirgli grazie.


La copertina del recente libro di Alfredo Distilo


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(2.10.17) UN CANTAUTORE GALATRESE: MARAZZITA (Gregorio Ozimo) - E' uscito di recente il videoclip di Desktop, una tra le canzoni del nuovo album del cantautore galatrese Marazzita, di cui io ho curato la regia. Desktop è il secondo singolo estratto da “Formule”, l'album d'esordio di Marazzita, uscito a Febbraio 2016 per l’etichetta La Fame Dischi.

Con la regia di Gregorio Ozimo e la produzione esecutiva targata Silen, il video vede la partecipazione di Piero Cavaglià, Angela Grignano, Amine Nokra, Valeria Ferrari, Alessio Mitrotta, Linda Guerriero e Sara Antonini.

"Desktop" è Michela, seduta. Davanti ai suoi occhi il computer. Le immagini. New York, figli, matrimonio, banche, vestiti, aziende. Sullo sfondo, lontani, tre cavalli bianchi. In potenza possiamo essere ciò che vogliamo, ma di fatto siamo il trascorrere dei nostri giorni.

Marazzita è un artista in evoluzione che sa osservarsi, raccontarsi e cantarsi. All'esordio con il suo primo album "Formule", analizza, scava e si interroga per la sola necessità di farlo.

Il videoclip può essere visualizzato in basso.


Clicca sull'immagine per visualizzare il videoclip

Nella foto in alto: il cantautore galatrese Marazzita.

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(10.10.17) NICOLA SERGIO SBARCA A TORINO CON LA PRIMA DI "ELDORADO" - Il pianista galatrese Nicola Sergio sarà impegnato al teatro Astra di Torino nei prossimi giorni (Venerdì 13 e Sabato 14 Ottobre, con inizio alle ore 21.00) con la prima assoluta dello spettacolo di musica, teatro e danza dal titolo Eldorado, tout ce qui brille n'est pas de l'or.

L'evento si svolge nell'ambito della terza edizione di "CreativeAfrica, un certo sguardo sulla creatività africana" e di "Conakry Capitale Mondiale del Libro 2017". Lo spettacolo, organizzato da Renken e dal Centro Piemontese Studi Africani in collaborazione con l'associazione Nakiri, si pone l'obiettivo di mostrare, con sguardi differenti, motivazioni e vissuti dei migranti con le diverse angolazioni dei due continenti.

Oltre a Nicola Sergio, partecipano al progetto: il coreografo Lamine Keita, Isabelle Bangoura, Kaba Anzoumane, Oumar Ouattara, Nadège Fenghom. E' la storia degli sbarchi, di tutto ciò che li riguarda. Siamo portati a vivere con gli altri senza sapere la loro storia, la vera storia della loro gente.

«Tutto nasce - afferma Nicola Sergio - nel momento in cui Adramet Barry, produttore dell'associazione torinese organizzatrice dell'evento, legge in treno un'intervista sul mio album Migrants apparsa sul magazine "Afrique/Asie" nel 2016. Affascinato dal progetto musicale, mi contatta subito per propormi di collaborare allo spettacolo di danza "Eldorado" del coreografo guineano Lamine Keita, la cui compagnia risiede anch'essa a Parigi.
Sono molto felice che la prima mondiale dello spettacolo sia proprio a Torino, data di lancio di un tour in Italia, Francia ed Africa a cui la produzione sta lavorando. L'evento ha per me una doppia valenza affettivo/simbolica: Torino é la città in cui ho vissuto i primi tre anni della mia vita poiché i miei genitori insegnavano nel capoluogo piemontese all'epoca, prima di rientrare in Calabria. Torino é, insieme a Milano, la città simbolo dell'emigrazione storica calabrese, che prosegue tutt'oggi. E la riflessione sulla vicenda umana dell'emigrato calabrese (che é poi anche la mia vicenda) ha rappresentato il primo spunto creativo che mi ha portato a concepite l'album Migrants.
Mi auguro la più ampia partecipazione dei nostri concittadini galatresi ed, in generale, degli emigrati italiani a Torino. Lo spettacolo é dedicato proprio alla nostra grande "famiglia".»

Ogni biglietto contribuirà alla realizzazione di un punto lettura a Conakry per far crescere la cultura del libro in Guinea.

13 e 14 Ottobre, ore 21.00
Teatro Astra
via Rosolino Pilo 6
Torino
  Info e biglietti
adramet.barry@gmail.com
info@renken.it
3381416296





Nelle foto: in alto il pianista galatrese Nicola Sergio; in basso il coreografo Lamine Keita.


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(13.10.17) A BEAUTIFUL MIND E IL MITO DELLA CAVERNA: ILLUSIONE O REALTA'? (Pasquale Cannatà) - Ho rivisto pochi giorni fa il bellissimo film di Ron Howard che racconta in forma romanzata la storia della vita del matematico e premio nobel John Forbes Nash, interpretato da Russel Crowe: a parte i personaggi e i particolari inventati per motivi cinematografici, Nash e i suoi familiari dovettero davvero convivere con la schizofrenia per più di trent’anni ed il premio nobel dichiarò di non aver più fatto uso di farmaci antipsicotici a partire dal 1970 giungendo a sostanziale guarigione negli anni novanta solo con la ragione e la forza di volontà, riuscendo a convivere con le proprie allucinazioni fino a ignorarle, tornando così all’attività accademica.

Per più di trent’anni un grande scienziato non è riuscito a distinguere tra illusione e realtà, e solo la ragione lo ha aiutato a guarire facendogli capire quali erano le cose reali e quindi decidere di seguire solo quelle!

Già Platone aveva affrontato il tema della difficoltà (nel caso da lui illustrato si tratterebbe di impossibilità) nel distinguere tra illusione e realtà, ma mentre nel mito della caverna il prigioniero riesce a conoscere la realtà con l’aiuto esterno perchè viene liberato dalle catene che lo tenevano chiuso dentro la grotta, e uscendo fuori può vedere gli oggetti di cui prima scorgeva solo le ombre attribuendo loro valore di cose reali, in A beautiful mind come in Matrix e in The Truman show sono i protagonisti che con la ragione e con le loro forze raggiungono la verità.

Non crediate che i casi di Platone e dei film che ho citato siano rari o inventati: ognuno di noi ha le proprie ombre che scambia per realtà! E molto spesso è proprio la ragione che ci spinge a credere che le ombre che vediamo siano oggetti reali.

La Ragione scientifica e/o filosofica porta a dover scegliere tra due posizioni: vero o falso; una cosa o è dura o è tenera, o è chiara o è scura, una legge fisica sperimentata per situazioni e oggetti che tocchiamo con mano deve essere valida anche per oggetti estremamente piccoli o eccessivamente grandi.

Non è così. Scoperte scientifiche accettate e verificate, perfettamente applicate nella realtà quotidiana sono state superate da successivi approfondimenti, vedi geometria euclidea e gravità newtoniana corrette dalla relatività di Einstein e dalla meccanica quantistica necessarie per lavorare con entità piccolissime o grandissime.

Un esempio di lavoro realizzato con dimensioni infinitesime sono i computers e gli smartphones che funzionano grazie ai microchip prodotti tenendo conto delle stranezze della fisica quantistica che dice che a livello subatomico non c’è alcuna differenza tra onda (immateriale) e particella (materiale): un oggetto che teniamo in mano e con cui lavoriamo, un oggetto concreto, è fatto di onde che si materializzano in particelle solo perché (lo dice la fisica quantistica e lo sperimentiamo quotidianamente!) sono “osservate” e manipolate dalle macchine utensili create dall’intelligenza umana per produrlo (senza considerare che anche le suddette macchine sono fatte di elettroni che a livello subatomico sono contemporaneamente onde e particelle).

Questa ragione basata sull’aut-aut, su una visione del mondo limitata a ciò che si vede e si tocca, spinge gli atei a negare quello che invece la fede cristiana propone come verità e che lo scrittore Vittorio Messori indica come “la logica enigmatica del cristianesimo”, che è sempre quella del et-et non quella dell’aut-aut.

Per il cristiano, Dio è Uno, ma anche tre Persone; la bibbia è di ispirazione divina, ma è scritta da uomini con il loro linguaggio e la cultura del loro tempo (non è immutabile da applicare alla lettera in ogni tempo come il corano, si può interpretare mantenendone però lo spirito); Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo così come la materia fatta di elettroni è onda e particella; la Chiesa è santa in quanto sposa di Cristo e anche peccatrice in quanto composta da fragili uomini.

L’ombra della realtà spirituale proiettata sul muro della ragione materialista fa si che gli atei la scambino per realtà concreta e credano solo nella materia, negando lo spirito immortale che dà origine a quell’illusione e facendosi gloria di aver sconfitto le religioni con l’uso della ragione: ma questa è una ragione monca, priva di una delle due gambe necessarie per camminare bene sulla via della conoscenza, di una delle due mani necessarie per poterla afferrare con forza, di una delle due ali necessarie per volare spediti e toccare le vette più alte del sapere umano per scoprirne le verità più belle e sconvolgenti che portano all’Amore.

Una ragione libera dalle ombre illusorie del materialismo consente invece all’uomo di credere anche a ciò che la ragione umana non sa spiegare: per dirla con le parole dello scrittore G.K. Chesterton “il credente è un uomo che (pur vivendo nel mondo concreto, fatto di cose tangibili) accetta il miracolo se a questo lo obbliga l’evidenza; il non credente è un signore che non accetta neppure di discutere di miracoli perché a questo lo obbliga la dottrina che professa (la religione materialista) e che non può smentire”.

Ancora: secondo Messori, il cristiano, con il suo et-et vuole tutto, possiede tutto, non è costretto a scegliere (tra materia e spirito, tra ciò che potrebbe sembrare illusione e la realtà concreta che si vede e si tocca)!

Anch’io gioco la mia esistenza sull’et-et e personalmente non credo a quanto affermano i materialisti, secondo i quali “siamo ciò che mangiamo”, ma sono sicuro che ognuno di noi è ciò che pensa durante tutto il giorno: ognuno di noi è spirito e materia, e se la propria ragione accetta la parte spirituale della sua persona ne avrà la forza per uscire dalla caverna dove si vedono realtà illusorie e vivere una vita piena e proiettata verso un mondo migliore.

Spirito e materia, illusione e realtà sembrano inconciliabili tra loro e destinati a non incontrarsi mai, così come infinitesimi e infiniti di cui ho parlato in
un mio precedente articolo, che sembrerebbero separati da distanze incolmabili, ma che invece si incontrano nella luce inaccessibile abitata da Dio.

Nella foto: l'attore Russel Crowe in una scena del film "A beautiful mind".

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