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Omelie per il Natale 2002

OMELIA DELLA NOTTE DI NATALE
“Un silenzio sereno tutto avvolgeva e, mentre la notte era a metà del suo corso, la tua Parola, o Padre, scese dal trono regale dei cieli”. La Parola, il Verbo eterno del Padre scende dal cielo alla terra. Non come paladino implacabile, ma come bambino inerme. Non impugna una spada, ma si avvolge di fasce. Non si avventa su un paese condannato, ma porta la salvezza a tutti. Non riempie tutto di morte, ma è la nascita di una nuova vita. E’ qui, davanti a questo bimbo, che si rivela la gloria di Dio, è qui che viene comunicata la sua pace agli uomini, è qui che si diffonde la gioia. Con la sua luce, questa notte inaugura un nuovo giorno della storia, un nuovo tempo: un anno Santo di riconciliazione e di salvezza, che indica la vicinanza del Padre ed anticipa il giorno definitivo ed eterno dell’avvento del Regno di Dio. “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si gioisce quando si spartisce la preda. Poiché un bambino è nato per noi ci è stato dato un figlio”. Maria ce lo mostra questo bimbo, nato dal suo grembo verginale. E’ lui il discendente di Abramo, la scala che unisce la terra al cielo. E’ lui la radice di Iesse, destinato a governare le nazioni. E’ lui il Messia atteso da generazioni, ed ora è finalmente apparso per ricondurre l’umanità dispersa al Padre. E’ lui l’Emmanuele, il Dio-con-noi che si è umiliato per fare grandi gli uomini. O notte santa, notte feconda che ci hai portato il Salvatore! Questa è la notte della nostra liberazione; questa è la notte per distaccarci dalle nostre trappole umane, costituite dall’egoismo, dall’odio, dalla superbia, dall’orgoglio. Questa è la notte che ci libera dai nostri peccati: notte per vedere con i nostri occhi ciò che conoscevano per sentito dire; notte per cambiare la nostra vita.
Eppure c’è ancora chi afferma che il Natale è solo una fantasia dell’età infantile o una nostalgia di romanticismo poetico; oppure c’è chi ha ridotto il Natale a consumismo sfrenato: si aspetta questa santa notte per mostrare un vestito nuovo, una pelliccia sgargiante; si aspetta questa notte per rimpinzarsi come maiali al “sacro cenone”, dove le tavole sono imbandite in forme solenni, con tovaglie ricamate che mai vengono tirate fuori se non la notte di Natale. Si aspetta questa notte per far comparire un fantasma inesistente, Babbo Natale come se fosse lui il redentore dei nostri bambini, personaggio quasi sacralizzato per dare senso alla corsa al regalo, che si verifica in questa occasione. Di sciocchezze, purtroppo, se ne dicono sempre in abbondanza. Natale non è tutto questo: Natale è un mirabile mistero che affonda le sue radici nella fede ma anche nella storia. Natale è innanzitutto un fatto accaduto in uno spazio geografico ben preciso, Betlemme, tra le braccia di una donna di cui si conosce il nome, Maria, la residenza, Nazaret, e perfino il nome dei genitori, Gioacchino ed Anna. Natale è, dunque, storia precisa, ma anche un evento che va oltre la storia. E’ infatti un mistero che ha la sua dimora dentro di noi. Non è un fatto del passato e solo del passato: un “fu” non è un fatto delimitabile solo in un luogo definito: un “là”. Natale è qui ed ora, in questo preciso momento. E’ qui che stanno volando gli Angeli, cantando la gloria di Dio, perché è qui che si trova la culla di Gesù. Il Bambino Divino è realmente in mezzo a noi, anzi è in noi: ci sta guardando con i suoi occhi pieni di luce, silenziosamente sta scrutando le nostre coscienze, sta leggendo ciò che pensiamo realmente, ciò che siamo realmente, sta vedendo se siamo pronti ad accoglierlo, sta soppesando il nostro cuore per scoprire se può rimanere in noi oppure è costretto ad andare via da noi. Chissà cosa scoprirà? Certo è che questa notte in tutte le città cristiane le case si spopolano, la gente si riversa nelle chiese, anche chi non ci va mai a Messa questa notte lo si vede in Chiesa. Ma perché? Perché tutti siamo attaccati a questo appuntamento annuale? Cosa cerchiamo con questa uscita notturna dalle nostre case? E’ solo una tradizione che ci spinge? o c’è qualcosa di più importante? Un poeta ha scritto che quando Dio creò il nostro cuore, prima di infilarlo nel nostro corpo ne tolse un pezzettino e lo mise in uno scaffale del Paradiso. L’uomo, dice quel poeta, sogna di riavere quel pezzettino di cuore che è rimasto lassù. Così in ognuno di noi c’è la ricerca del divino, del sacro del religioso. L’uomo di tutti i tempi, di tutte le culture non ha fatto altro che camminare alla ricerca di ciò che c’è al di là della storia umana, al di là di ciò che vede e sperimenta, al di là della sua vita, al di là della morte. E’ alla ricerca di Dio, di quel pezzettino di cuore fatto con i tessuti del cuore di Dio e rimasto nello scaffale di lassù. Ecco perché questa notte siamo in una chiesa, anche chi in chiesa non ci viene mai. Ora, eccolo qui questo Dio, sceso a portare a tutti noi quel pezzetto di cuore. Ora è qui accanto a noi, dentro di noi, e si è fatto come noi. Possiamo vederlo, prenderlo in braccio, accarezzarlo, baciarlo. E Lui è qui, in questo preciso momento, per vestirci della sua bellezza, della sua pace, felice per averci riconsegnato quel pezzettino di cuore che era rimasto lassù. Ecco: questo è il vero, grande senso del Natale. Il regalo più bello che noi possiamo ricevere, perché con questo pezzetto di cuore portatoci dal Bambino Gesù, Egli ci trasforma, rendendoci divini come Lui.
L’uomo divinizzato è tutto un’altra cosa dall’essere semplicemente un uomo: egli è come Dio, figlio di Dio, erede di Dio. In questa pienezza di luce, la luce di questa notte santa, scopriamo che siamo nati per vivere, viviamo per amare, amiamo per costruire, costruiamo per far bello questo mondo, la casa degli uomini, così da viverci degnamente, come in un Tempio. Forse siamo gente tanto semplice che non riusciamo a sentire tutto il fascino di ciò che ci viene offerto in questa santa notte. Eppure è a questo Dio, fattosi Bambino, che non sa ancora parlare, che non sa ancora camminare, che sa soltanto prendere il latte e dormire, è a questo Bambino che dobbiamo riconoscenza se riusciamo ad amare l’inamabile, a sopportare l’insopportabile, a vedere l’invisibile, a credere all’impossibile, a sperare contro ogni speranza e a guardare agli anni che distano dalla nostra nascita non come anni che furono, ma come anni che vengono. Perciò, poniamoci davanti alla fragilità del Bambino Gesù e lasciamoci da lui guardare. I suoi occhi sono di certo abituati a vedere gli splendori del Paradiso, ma ora sono intenti a guardare noi, che siamo più tenebra che luce, più terra fangosa che polvere di stelle.
Lasciamoci guardare da questo occhio umano di Dio: senza opporre resistenza e senza tenerci dietro uno schermo. Lo sguardo del Bambino entra dentro di noi: è uno sguardo che illumina, che ha il sapore dell’amore, che consola, ed è l’unico sguardo in grado di pulire la nostra coscienza da ogni sozzura. La luce dei suoi occhi sconfigge le nostre tenebre. Sì, lo sappiamo: è scomodo lasciarsi guardare da Lui. Ma è proprio lasciandoci scomodare dai suoi occhi che ci ritroviamo diversi: scopriamo di essere rinati a vita nuova. Allora ricominciamo a sperare, a cantare la vita, a sognare il domani: un domani migliore, diverso dall’oggi in cui siamo immersi, un domani che siamo chiamati tutti a costruire, perché tutti siamo stati cambiati in questa notte santa dal Bambino Gesù. Accada quel che accada nel mondo: noi non dobbiamo avere più paura: questa notte abbiamo scoperto chi siamo. Nella culla di Betlemme non c’è solo Gesù: ci siamo anche noi. Giacere e respirare con Lui; amare e vivere con Lui; crescere e lavorare con Lui! E’ la più bella avventura che possa capitare a ciascuno di noi. Per questo, dall’alto dei cieli, dal Padre, questa notte risuona per noi questo invito: “Lasciatevi guardare dai suoi occhi e diventerete splendenti come le stelle!”.

OMELIA DEL GIORNO DI NATALE
Nell’oscuro giorno del peccato Dio, nell’abbracciare Adamo ed Eva, che erano stati cacciati dal paradiso terrestre e si stavano allontanando dal giardino dell’Eden, sussurrò si loro orecchi: “Un giorno vi ritroverò e vi riporterò a casa; l’ho detto e lo farò”. (Ez. 34,36).
Sì, forse in quel momento poteva sembrare un sogno, dopo quello che i nostri progenitori avevano combinato: in realtà non lo era: era qualcosa in più, era una promessa solenne di Dio, una promessa di salvezza. E Dio mantiene sempre le sue promesse.
Infatti, Abramo, a distanza di non so quanti secoli, si sentì rivolgere la stessa promessa da parte di Dio con molta precisione: il Signore non si era dimenticato dell’uomo e lo voleva salvare ad ogni costo.
Così Dio si costituì un popolo, al quale affidò la sua promessa: e gli occhi della storia sono sempre stati tesi a scrutare il tempo dell’avveramento di questa promessa. Finalmente, nella pienezza del tempo, venne un 25 Dicembre, un giorno memorabile della storia, in cui dilagò la più grande notizia che sia mai stata comunicata sulla terra. I messaggeri di questa buona notizia non sono stati uomini, ma creature angeliche, che dal cielo, con pochissime parole, hanno fatto esplodere di gioia l’intero creato, che non stava aspettando altro: “Gloria a Dio nel più altro dei cieli, e pace in terra agli uomini di buona volontà… Oggi è nato per voi il Salvatore, che è il Cristo Signore… Lo troverete avvolto in fasce e giace in una mangiatoia”.
E’ così che è apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini: “il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che camminavano in terra tenebrosa una luce rifulse”.
E’ finalmente apparso nella sua grazia e nella sua misericordia il nostro Salvatore, il solo che può sottrarci alle opere della morte e ridarci la vita, quella vera: Egli si mostra in una mangiatoia, avvolto in misere fasce. Eccola la beatitudine che aspettavamo dalla visita di un Dio sulla terra, eccola la promessa compiuta sotto i nostri occhi, ecco la bontà immensa di Dio per noi: Egli ci annunzia un anno di misericordia, di riconciliazione completa con il Padre, ci apre le braccia perché noi peccatori possiamo essere riportati completamente nella grazia salvifica, possiamo ritornare ad essere le creature predilette di Dio, anzi addirittura Egli ci costituisce figli come Lui, figli di Dio, ed in questo modo, eredi di Dio, eredi del suo regno eterno, regno di giustizia e di pace, regno di amore infinito. Ora la nostra gioia può esplodere, ed è gioia grande: un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio.
Giorno Santissimo, questo: un giorno di promesse antiche che sono state realizzate e di speranze che rinascono, conversione che chiama e alleanza che si rinnova, ascolto riflessivo e silenzio adorante.
Un giorno per guardare sé stessi e non tanto gli altri, per ridimensionare sé stessi e non tanto gli altri, per impegnare sé stessi anche se gli altri non intendono impegnarsi, per scendere dalle comode poltrone dove ci siamo pericolosamente adagiati liberandoci dalle nostre cose, per diffondere il messaggio che salva con i fatti della vita, per riacquistare i valori che scioccamente abbiamo svenduto, per essere finalmente veri con Dio, con noi stessi e con il mondo, per essere capaci di sognare i sogni di Dio come al sorgere del primo mattino del mondo.
Un giorno per adorare Dio che si è fatto carne d’uomo per coloro che amano e soffrono per qualcuno, sperano qualcosa che non sia solo una cosa, lavorano per la pace e si impegnano per la giustizia, amano ciò che fanno e fanno ciò che amano, baciano ogni primizia che spunta e partecipano alla vita senza subirla, colmano i fossati di classe e spezzano le frontiere dell’odio, si accostano con delicatezza agli altri dimenticando sé stessi, spendono la loro vita per qualcosa che vale tutto offrendo senza nulla chiedere in cambio, sanno amare nonostante e malgrado tutto, si inginocchiano per pregare ad ogni alba e ad ogni tramonto.
Un giorno anche per coloro che hanno sbagliato sempre ed hanno sciupato tutto, che non amano alcuno e non sperano in niente, che vivono e non sanno ancora perché, eppure sono uomini.
Un giorno per dire NASCERE: una parola che significa essere pensato, voluto e generato come originale progetto d’amore; sentirsi conosciuti ed accolti, amati e baciati come primizia di speranza nuova; ricevere in consegna un quaderno bianco e scrivere la prima parola di una lunga storia personale, unica ed irripetibile; avere già immagazzinato la capacità creativa per il futuro del mondo; restringere gli spazi della morte e mettere il piede sul prato verde dell’eternità; essere piantato in una molecola che viene, attraverso il grande fiume della carne e del sangue, dal primo uomo e dalla prima donna; imprimere un’impronta indelebile sulla polvere del mondo; alzarsi dal nulla al momento giusto per fare cose giuste; annunziare ai pessimisti, proprio oggi, che Dio non si è ancora stancato dell’uomo; dare a Dio la possibilità di scrivere il nostro nome sulla sua mano; abbandonare il proprio rifugio ed affrontare il vento in faccia ed il sole alle spalle.
Un giorno per dire VIVERE: una parola che significa crescere, imparare, cantare, sognare, lavorare, piangere, costruire ed amare; impegnarsi come se tutto dipendesse da noi, ben sapendo che nulla dipende da noi; aprire un solco nel deserto del cuore e gettarvi il seme della speranza; camminare con le spalle cariche di memoria e con la luce del domani negli occhi; essere pronti a tutte le partenze ed attenti a tutti gli incroci; riempire la notte d’aurora anticipando il domani; avere tempo e voglia di pensare alla morte, non come realtà tremenda che pone fine a tutto, bensì come una sorella che ci permette di entrare nella vita eterna; svegliarsi presto e accorgersi che Dio si è svegliato prima di noi, per prepararci il cammino da compiere. Un giorno per sorreggere Dio con una mano sola: ciò significa che Dio è qui, ora, in questo piccolo spazio di una grotta, Lui, l’inaccessibile; è qui nella gioia di una giovane mamma che ha creduto all’impossibile, nell’impercettibile respiro di un bambino, che è nato per noi.
Sì, perché Natale riempire il vuoto immenso che è nel cuore di ogni uomo; dire che vale la pena essere nati dal momento che anche il Figlio di Dio ha avuto una nascita umana; sapere che ogni uomo, per il Padre che è nei cieli, vale quanto il Figlio suo unigenito e forse… anche di più; divinizzare il mondo rendendolo degna casa di Dio e dell’uomo; accogliere Dio nel piccolo spazio del cuore così da farlo battere insieme al cuore di Dio; far tacere i profeti di sventura perché nel Bambino che ci è dato è offerta a tutti la salvezza; far discendere in terra i migliori cantori del Paradiso e farli ancora cantare: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Egli ama”.
Infatti Natale è storia e mistero, contemplazione e silenzio, già avvenuto ed ancora atteso, incarnazione di Dio e divinizzazione dell’uomo, Dio che esce dagli spazi cosmici e si fa toccare dalle mani dell’uomo, Dio che è prima del creato e si mette all’ultimo posto nella lunga fila degli uomini, Dio che ci guarda con gli occhi di un bambino sempre carichi di stupore, annuncio di pace per ogni uomo che si lascia amare da Dio, progetto di salvezza eternamente pensato e che oggi è diventato storia, incontenibilità di Dio che giace nello spazio di una culla, mano potente di Dio che si fa tenera mano di bimbo, brillio di stelle infuocate, stupore e sorpresa della terra, gioia di Abramo e di tutti i Patriarchi che hanno vissuto con la speranza di vedere questo giorno.
E’ questo, infatti, il giorno che ha fatto il Signore, che tutti chiama ad essere, come Maria, pronti a partorire Gesù che è in noi per deporlo nel cuore del mondo, che da sempre lo attende e lo invoca.


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