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Sugnu galatrisi e mi ndi vantu, e si penzu a domani non mi schiantu*
Pasquale Cannatà
Un vocabolario non è un libro da leggere, ma da consultare al momento in cui si voglia conoscere il significato di una parola di cui non si è certi di cogliere la giusta accezione: quando però ci si trova davanti ad un nuovo testo, si leggono la presentazione, introduzione dell’autore e tutte quelle parti che aiutano a capire come muoversi all’interno dell’opera per goderne appieno del contenuto.
Ieri sono venuto in possesso del prezioso vocabolario del dialetto galatrese, ed ho letto la presentazione nella quale il sindaco loda questa iniziativa e fa i complimenti al caro Umberto che anch’io stimo da sempre: Carmelo è orgoglioso di aver investito parte delle risorse comunali in questa opera culturale perché, dice, un popolo non può progettare il suo futuro se non irriga le radici del proprio passato. Condivido.
Mia moglie, da brava insegnante, è andata a guardare la parte grammaticale e riguardo al verbo mi ha letto della stranezza che nel nostro dialetto non ci sia il tempo futuro: giusta osservazione, ma mi dispiace leggere nella nota (pag. 526) la deduzione che ne trae l’autore. Noi galatresi saremmo rassegnati a non avere prospettive in avanti, a non pensare al futuro, anzi a guardare negativamente, quasi con paura, al domani che ci attende. Non condivido questa lettura antropologica che contraddice il progettare di cui parla Carmelo, anzi la capovolgo.
Se io penso al domani coniugandolo con il tempo presente, vuol dire che già lo vivo oggi, lo assaporo come già avvenuto, ne gusto la bellezza e ne colgo i frutti come fossero già maturi.
Quando tra una settimana saluterò mia sorella ed i miei fratelli dicendo ndi vidimu ann’atr’annu, salterò gli undici mesi di separazione e gusterò già la gioia del ritrovarsi; se due fidanzati pensano a quandu ndi maritamu, evitano il dispiacere del momentaneo distacco e vivono già felici della vita coniugale che verrà; io penso al domani senza averne paura.
Certo la situazione economica e occupazionale di questi anni non induce all’ottimismo, e credo sia stata questa la molla che ha fatto fare ad Umberto le considerazioni di cui sopra, ma l’altissima percentuale di laureati del nostro paese fa pensare che Galatro guarda al futuro con ottimismo e quanto prima, con l’impegno di tutti, migliorerà anche l’aspetto economico.
Venendo al contenuto del vocabolario, ognuno di noi sarà andato a guardare con curiosità alcune parole che ricorda da quando era piccolo, ma siccome è praticamente impossibile documentare tutti i lemmi di una lingua di cui non si abbiano già documenti esistenti, può capitare di non trovarne qualcuno.
Ricordo che da bambino, se si vinceva un confronto individuale o di squadra, si apostrofava l’avversario dicendo ti fici tibbi, ti ho stracciato, asfaltato come si usa dire oggi in gergo calcistico: penso che la frase derivi dall’invocazione di Gesù al suo popolo quod feci tibi?, cosa ti ho fatto di male per meritare la morte in croce?
Qualche bambino, durante le funzioni pasquali che prima del concilio erano tutte in latino, avrà sentito questa esclamazione da parte del sacerdote, e immaginando Gesù come Dio onnipotente e sempre vittorioso, avrà dedotto che avesse affrontato il suo popolo riducendolo a miti consigli: ripetendo a sua volta la frase ti fici tibbi ad un avversario sconfitto, se ne è diffuso in seguito questo significato.
Se qualcuno conosce altre etimologie per questa frase, o se ha altre parole non comprese nel vocabolario e vuole segnalarle, credo che farà un piacere ad Umberto che potrà così arricchire e far crescere la sua creatura.

* Il titolo dato dall'autore a questo articolo ricorda la canzone di Francesco Cortese Io sugnu galatrisu e mi la vantu..., inserita nel CD Li belli canti calabrisi.

Nell'immagine in alto: opera pittorica di Nato Randazzo ispirata a Galatro.


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