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La sinistra galatrese nell'anno che verrà

Il mandato dell’amministrazione Panetta volge al termine: tra meno di un anno saremo chiamati alle urne per eleggere il sindaco e rinnovare il Consiglio Comunale.
Una riflessione che non voglia essere superficiale non può, non deve limitarsi all’elenco delle cose fatte e non fatte, ai riconoscimenti da dare o da non dare. Quel che molti non hanno capito è quanto sia necessario uscire dallo schema, divenuto palesemente obsoleto, che riassume la sinistra e il mondo di cui è espressione nelle caratteristiche personali del sindaco pro tempore, senza un minimo sforzo di programmazione e costruzione collettiva, autenticamente politica, del futuro.
Come le amministrazioni Tromba abbiano funzionato dal 1993 ad oggi lo sappiamo tutti molto bene, anche se pochi saranno disposti ad ammetterlo. Di fatto hanno gestito in forme paraclientelari un consenso politico che è andato man mano degradandosi a mero legame personale, in quanto tale impolitico. Dalla gestione del consenso senza politica è derivata la gestione altrettanto impolitica del potere amministrativo, proteso a cogliere le occasioni che capita(va)no senza darsi nessun respiro strategico e nessuna idea di futuro, sprofondato in quel che si potrebbe definire un eccesso di “presentismo”, alias realismo asfittico in toto ripiegato su se stesso.
Quattro anni fa si era invocata e preannunciata la svolta rispetto a quello che già allora si percepiva come il modo d’essere, lo stile, consolidato ma del tutto inadeguato, della sinistra galatrese. E nella compagine sia pure frettolosamente allestita si era pensato di riscontrare, per le supposte qualità dei suoi componenti, il sindaco in primo luogo, le caratteristiche idonee per puntare non solo e non soprattutto sull’ordinaria amministrazione. E’ accaduto invece che, ancora una volta, sono state l’ordinaria amministrazione e il piccolo cabotaggio delle scelte quotidiane il centro di gravità, come se le grandi questioni della sopravvivenza stessa di Galatro potessero dipendere dalla, pur importante, organizzazione dei servizi.
Sul fronte della qualità e dell’efficienza di alcuni servizi si è riscontrato infatti, rispetto al passato, un maggiore attivismo, una maggiore presenza degli amministratori e del sindaco in particolare. I risultati ottenuti però, riscontrabili solo empiricamente non essendo stato predisposto, a quel che se ne sa, un metodo di rilevazione sicuro e scientificamente informato, danno luogo ad opinioni disparate che sottraggono al giudizio ogni oggettività costringendolo sul terreno malfido della simpatia/antipatia e/o della partigianeria pro o contro.
Stesso discorso per la cifra maggiore di attivismo sul fronte delle associazioni intercomunali. Anche qui non si capisce quali possano (ancora) essere o siano (già) state le ricadute concrete dei riconoscimenti ottenuti dal sindaco, in tempi diversi presidente sia della Comunità Montana che dell’associazione dei sindaci della Piana. L’aleatorietà e l’evanescenza sono figlie, questo appare certo, della mancanza di una prospettiva diversa dalla navigazione a vista.
Detto questo, bisogna però chiarire che non si tratta di limiti specifici, peculiari dell’amministrazione e del sindaco uscenti e che quindi non sono espungibili semplicemente trovando un altro sindaco e altri collaboratori per le prossime elezioni. Sarebbe l’ennesima riedizione del gattopardesco cambiamento senza cambiamento, cambiare la forma – in questo caso gli uomini - per lasciare immutata la sostanza. Ciò di cui la sinistra ha bisogno è invece una rivoluzione culturale in grado di rimettere al centro l’ispirazione originaria di qualsiasi sinistra degna del nome, la progettazione del futuro all’insegna di valori nati per coniugare gli interessi individuali e quelli collettivi assicurando nel contempo la protezione e la promozione sociali, la piena e consapevole fruizione dei diritti legati alla cittadinanza. Cosa che, localmente, è impensabile senza puntare su quelli che permangono, nonostante tutto, i poli di uno sviluppo e di un decollo che dobbiamo sforzarci di pensare come ancora possibili: le terme e la diga.
Ma per non perdere l’ennesima occasione non si possono affrontare le prossime elezioni all’insegna dei personalismi, delle contrapposizioni prive di reale contenuto politico e programmatico, delle liste assemblate per cercare il massimo possibile di redditività elettorale. Se la sinistra vuole, finalmente, fare la sinistra, esibendo l’attitudine alla progettualità che dovrebbe essere nel suo dna, allora deve lanciare a tutta la politica galatrese, in primis il centrodestra, quella che si potrebbe definire la sfida del futuro e della sopravvivenza del paese, obiettivo che vale senz’altro uno sforzo comune di convergenza innanzitutto sui temi strategici sui quali in questi anni generale è stata l’afasia, non solo dell’amministrazione, anche se, ovviamente, è stata quest’ultima ad avere pesato maggiormente.
La scommessa sta allora nel vincere, a sinistra come a destra, inevitabili resistenze psicologiche e prevedibili furbizie oggettivamente mirate alla conservazione dell’esistente, alla sterile battaglia all’insegna dell’eterno ritorno dell’uguale, che potrà appassionare solo gli emuli del celebre cavaliere inesistente di Italo Calvino, che, come si sa, “andava combattendo ed era morto”.
Cosa fare delle Terme, in un frangente in cui è partito il tamtam sulla ipotesi di vendita delle quote della società di gestione, è la domanda ineludibile, il principale punto di discussione nella costruzione di quella che, per dirla alla tedesca, dovrebbe essere la “Grosse Koalition”, l’alleanza di forze storicamente antagoniste per dare un futuro ad un paese che pare abbia da tempo rinunciato ad averlo.
E intorno alle Terme far ruotare il resto del programma, le cui variabili non potranno che essere definite in rapporto ad esse, sgombrando il campo dai dubbi e dagli equivoci circa la vocazione turistica del paese, alla quale non esistono alternative plausibili.
Risollevare la politica galatrese dallo stato pietoso in cui è caduta dovrebbe essere, allora, l’interesse generale, della sinistra ma anche, se non soprattutto, della destra, non potendosi giudicare la performance dell’opposizione prodotta da quest’ultima altro che la conferma e la legittimazione dell’insuccesso elettorale. Un’opposizione che nell’arco di quattro anni, dopo la sconfitta, non fa uno straccio di proposta e riesce a produrre solo l’insulsa polemica sui verbali del Consiglio Comunale è infatti da considerarsi irrimediabilmente suonata, negli uomini e nelle idee, molto più della maggioranza della quale avrebbe dovuto essere l’alternativa. Il compito di una destra responsabile non potrà essere, dunque, che la ricerca di soluzioni inedite, stando ben attenta a non riproporre la scorciatoia dell’antipolitica sconfitta nel 2006.

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