Scrivici
Sostieni
Galatro
Terme News
LINK VELOCI:
Ultime
Il Municipio
Le Lettere
Radio Galatro
I Video
Il Mercatino
Archivi Generali
Meteo su Galatro
Google
internet
galatroterme.it
Sulla morte di Mino D'Amato
Michele Scozzarra
Venerdì pomeriggio è morto il giornalista Mino D'Amato: passionale e idealista, Mino, durante la sua vita, si è impegnato a migliorare quella di bambini abbandonati e malati di Aids, impegno che si è trasformato in uno slancio di puro amore, quando adottò Andreina, di origini rumene, morta nel ‘96 a soli sei anni. L’incontro di Mino con il dolore e la sofferenza dell’infanzia lo ha portato a fondare l’associazione Bambini in Emergenza, alla quale si è dedicato con incessante devozione fino agli ultimi giorni della sua vita.
“Mino era un uomo che guardava in alto cercando la sua luna senza fare come quelli che si fissano il dito. Il suo sogno era quello di poter interpretare questo mondo scoprendone di nuovi, sia che fossero nello spazio – quello spazio da lui tanto amato e che simboleggiava il futuro e dunque la speranza -, sia che scavasse con gli occhi e con la coscienza nei drammi della storia contemporanea”, questo il toccante ricordo della sua famiglia.
Io voglio ricordarlo con un articolo che ho scritto quando è morta la sua Andreina, che non è altro che una grande testimonianza di umanità, che vale le pena di essere riproposta proprio nel momento del ritorno di Mino Damato alla casa del Padre.

DIO HA BISOGNO... ANCHE DI MINO D'AMATO

"Sono grato alle compagne di Andreina, perché l'hanno voluta abbracciare anche dopo morta. Sapevano che era sieropositiva, ma non hanno avuto paura". Ha cominciato così, Mino D'Amato, a raccontare ad un amico giornalista, come fu che una bambina rumena, malata ed abbandonata a soli due anni in un ospedale rumeno, divenne la sua figlia più cara. La bambina si chiamava Andreina Galanteanu Damato, frequentava la quarta elementare ed aveva nove anni. Mentre i becchini lasciavano cadere palate di terra sul legno della bara, alcune bambine liberavano dei palloncini colorati, con le iniziali del loro nome, che andavano poi a perdersi nel cielo. A modo loro, dicevano addio alla compagna che aveva "la morte nel sangue"... Un passo indietro rispetto alle scolarette, un uomo dalle spalle curve e dai capelli precocemente ingrigiti pregava sottovoce: era il padre, Mino Damato. A lui lasciamo raccontare tutto il resto: "Non saprei dire se fu una voce di dentro, o una trappola del destino, ma quando ho visto in quel giornale illustrato il viso di quella bimba con gli occhi inondati di lacrime, è stato come se una forza sovrumana mi spingesse verso di lei. Sentivo che se fossi arrivato in tempo, l'avrei salvata, le avrei dato una vita normale. Così ho cominciato le mie ricerche, che sono state lunghe e complicate. Alla fine ho trovato il fotografo, che era rumeno, e l'ospedale dove Andreina era ricoverata. Quando mi ha visto ha sorriso. Eppure un'infermiera della sala mi aveva avvertito: 'Stia attento, non sa parlare, non abbiamo mai udito la sua voce'. Non l'avevano udita perché Andreina non aveva mai avuto l'abbraccio della madre, mai una carezza o una parola d'amore. Era una pianta inaridita. I medici le avevano diagnosticato una forma di nanismo: proprio perché nessuno la voleva, Andreina si rifiutava di crescere, si rifiutava di vivere... Si sa che sono testardo, così a Bucarest, nel febbraio del 1990 sono riuscito a farmi affidare la piccola, che allora aveva solo venticinque mesi.
Andreina era sieropositiva, la malattia conclamata e riconosciuta dai medici. Eppure, dopo appena un anno di vita in famiglia, nella nostra casa di Roma, sembrava guarita. Aveva cominciato a parlare, camminava e persino correva. Il nostro pediatra stentava a credere che fosse possibile: in tredici mesi era cresciuta di dodici centimetri. Quello che ci fa più male, a me ed a mia moglie, è che Andreina sia precipitata nel nero imbuto della malattia proprio quando si pensava che fosse venuta fuori. Era così felice di stare al mondo, così allegra. Dovunque la portassimo ci era grata; qualunque straccetto le mettessimo addosso, lei si sentiva elegante. A forza di vedere me che picchiettavo sulla macchina da scrivere, si era messa in testa di darmi una mano. 'Sarò la tua segretaria - diceva - non voglio che ti stanchi'. Con il passare degli anni... non era più la selvaggia scontrosa che avevamo trovato all'ospedale di Bucarest, ma aveva sviluppato un certo gusto per il teatro, il disegno, la moda. A maggio, poche settimane prima che finisse la scuola, ha recitato con le compagne di classe... era così sorpresa dagli applausi. E quando le abbiamo fatto una festa di compleanno, lei mi ha preso in disparte e dopo aver soffiato sulle nove candeline della torta mi ha detto: 'Grazie, papi, è il giorno più bello della mia vita'. Ma è stato anche l'ultimo di buona salute. La sera dopo, me ne sono accorto subito, aveva delle occhiaie ed uno strano pallore. Le ho misurato la febbre: trentotto. Da quel momento sono cominciate le stazioni della sua Via Crucis. Le radiografie, le Tac, le trasfusioni, le fleboclisi, l'ospedale. Un fatto abbastanza singolare, dal punto di vista medico: non è morta di Aids. Ha contratto il linfoma di Burkitt. Molti medici sono persuasi che un gran numero di bambini sieropositivi, abbandonati negli ospedali come 'vuoti a perdere', in realtà sono recuperabili. Possono vivere una vita normale. Sono piante senz'acqua, dicevo: basterebbe un pò d'amore per vederli rifiorire. E' stato terribile vedere Andreina appassire in così breve tempo, ma almeno ha vissuto sei anni e quattro mesi di perfetta felicità. Fino all'ultimo momento ha riso e chiacchierato, e in compagnia di un amico, Antonio, un volontario che fa servizio al Policlinico, ha giocato a carte ed ha anche cantato. Ha cantato la sua canzone preferita: 'Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte'. Al funerale c'erano due suore della Compagnia di Madre Teresa di Calcutta. Avevano una medaglietta, inviata apposta da Madre Teresa, che un paio d'anni prima aveva conosciuto Andreina. Mi ricordo che quando Madre Teresa le aveva chiesto: 'Ma tu di che paese sei', Andreina aveva risposto in dialetto 'Romana de Roma'.
In certi momenti mi prende la disperazione, e mi dico: Signore, perché hai fatto morire lei invece di me?".
Dopo una testimonianza così struggente, ogni altra mia aggiunta è, a dir poco, inutile. Ho sempre ammirato D'Amato come un serio giornalista, ma quanto ho letto di lui in questa circostanza, mi testimonia che non è "solo" un bravo giornalista, è un "grande" uomo, in un tempo in cui già riuscire ad essere semplicemente "uomini" può rappresentare un'impresa eroica. Per questo non so cosa aggiungere... Potrei richiamare il dolore per la perdita di un figlio, scrivendo che non penso ci possa essere dolore più grande... potrei raccontare di padri e madri che si sono lasciati morire, o hanno smarrito la ragione, nel vedere la loro creatura spegnersi in tenera età. Non scriverò di questo.
Scriverò soltanto, che le storie come quella di Mino D'Amato testimoniano in maniera inequivocabile come anche Dio, nel suo progetto di salvezza, ha bisogno degli uomini. Uomini come Mino D'Amato.

Nella foto: il giornalista Mino D'Amato.

INDIETRO


Webmaster: Francesco Zoccali _ E-Mail

galatroterme.it