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Tra lingua e dialetto
Domenico Distilo
Qualche tempo fa si è laureata in Scienze della Formazione, presso l’Università di Messina, Caterina Lauro discutendo una tesi dal titolo Due generazioni a confronto tra lingua e dialetto: un’indagine a Galatro, un tema non certo usuale sul quale, almeno per quanto riguarda il nostro paese, non esistono precedenti, una letteratura a cui attingere e con cui potersi confrontare. La giovane neodottoressa si è così cimentata con un lavoro pionieristico, una ricognizione dello stato d’uso del nostro dialetto da cui trarre spunti interessanti per una riflessione che, interpretandone i risultati, si incentri sul rapporto tra lingua e cultura locale azzardando, se possibile, previsioni sulle probabilità di sopravvivenza di entrambe.
La motivazione dell’indagine è da individuare, su questo non pensiamo possano esserci dubbi anche se l’autrice non lo dice espressamente, nel carattere sempre più pervasivo rispetto alle parlate locali assunto dall’italiano a partire da quella che, sulla scorta del celebre linguista Tullio De Mauro, si può definire “la rivoluzione di Mike Bongiorno”, la diffusione per mezzo della televisione dell’italiano che, nel’ultimo mezzo secolo, è venuto sempre più erodendo gli spazi del dialetto imponendo una forma linguistica ibrida, un codice misto che, stando al lavoro di Caterina, appartiene ormai alla stragrande maggioranza dei galatresi che continuano a parlare il dialetto, anziani o giovani che siano.
Il dialetto - così Caterina Lauro sintetizza il suo lavoro nelle Conclusioni - è molto vitale presso i giovani che ne dimostrano una buona conoscenza, pur manifestando forti spinte verso processi di ammodernamento e di italianizzazione […]. La nuova dialettalità dei giovani è il risultato di un processo avviato dai genitori già in fase di socializzazione primaria attraverso la trasmissione di un dialetto più moderno, epurato dai tratti marcatamente arcaici, di una più prolungata scolarizzazione e della continua esposizione alla lingua dei media. Ma va osservato come tale processo d’italianizzazione sia attivo anche presso le persone anziane, per quanto il loro dialetto continui a mantenere molti tratti conservativi”.
Le persone anziane, quelle che oggi hanno 65 anni, ne avevano nove nell’anno, il 1954, in cui la Rai iniziava le trasmissioni televisive con una programmazione regolare e hanno perciò avuto tutto il tempo, con un’esposizione più o meno prolungata al medium televisivo (sicuramente di gran lunga prevalente rispetto agli altri media), di recepirne il lessico e le forme linguistiche, per giunta in un’epoca nella quale il linguaggio di giornalisti e conduttori televisivi era molto più ligio ai canoni dell’ortodossia grammaticale e sintattica di quanto lo sia oggi. Questo spiega, a nostro avviso, sia perché nella lingua sono praticamente scomparse le forme arcaiche sia perché non solo i giovani ma anche gli anziani parlino senza difficoltà in italiano: gli anziani di oggi non sono quelli di trenta o quarant’anni fa e oltre a recepire le forme linguistiche dell’italiano hanno avuto modo di elaborarne il valore nei luoghi - scolastici, lavorativi, ecc. - frequentati. E’ significativo, a questo proposito, che quasi tutti gli intervistati dichiarino di parlare in italiano quando si rivolgono ai bambini, come se volessero favorirne la promozione culturale e sociale per mezzo di una lingua percepita come più raffinata e formale.
La tesi di Caterina fotografa egregiamente la situazione del dialetto negli anni Zero del XXI secolo offrendocene uno spaccato sincronico sulle categorie di utenti, sulle modalità d’uso e sui rapporti interlinguistici con l’italiano. Ci sarebbe però ora da soffermarsi sulla dimensione diacronica, magari approfondendo vieppiù l’ambito lessicale: qual è, ad esempio, la frequenza d’uso di certi termini nel 2010? E qual era trent’anni fa?
La difficoltà è dove attingere le informazioni relative ad un’epoca nella quale la ricerca non era stata programmata. Non si tratta però di un ostacolo insormontabile: basterebbe scavare nella memoria di anziani e meno anziani sollecitandoli a ricordare quando – con più o meno approssimazione - un certo termine è uscito dal loro vocabolario attivo.
Una considerazione è possibile fare, del resto confortata da quanto emerge dalla ricerca: il dialetto galatrese tra gli anni Cinquanta e Sessanta ha iniziato il suo processo di fuoruscita dall’arcaismo, processo che si può dire, dopo mezzo secolo, completato. Ma per quanto il dialetto di oggi sia molto più vicino all’italiano, non lo si può dire in alcun modo scomparso. Non è avvenuta nessuna sostituzione, al massimo si può parlare di un doppio codice. E se non è avvenuta, o perlomeno non è avvenuta in toto, l’omologazione linguistica, la conclusione da trarsi è che non è avvenuta quella culturale, essendo la lingua parte integrante, sicuramente la più cospicua, di una cultura. Infatti “con sorprendente simmetria rispetto agli anziani, al 75% dei giovani capita di usare parole italiane parlando in calabrese, mentre al 25% non succede” (p.29). Come dire che giovani e anziani parlano nella stessa misura il dialetto e nella stessa misura intercalano parole o frasi in italiano.
Ora, il 75% significa tre quarti degli intervistati che - a prescindere dalle risposte secondo noi poco attendibili sulle cause delle commutazioni di codice - parla e conosce benissimo i termini dialettali e, soprattutto, continua a “pensare” in dialetto, continua cioè a percepire il mondo attraverso gli schemi della lingua-cultura dialettale.
Si potrebbe pensare che questo sia un male, una circostanza che alimenta i revisionismi storici e la ripresa delle ideologie neoborboniche – l’equivalente sudista del leghismo.
Non è così. Fin dai tempi del dantesco De vulgari eloquentia il rapporto tra una lingua più genuina, materna, e una più culta è visto come un’opportunità di reciproco arricchimento. Poi sta alla società e alla politica far sì che il reciproco arricchimento, gli scambi e le commutazioni di codice non si traducano in discorsi politicamente beceri e culturalmente infondati quali sono quelli di leghisti e neoborbonici. Ma questo è un altro paio di maniche, per cui non ci resta che fare voti che qualcuno, magari lei stessa, continui il meritorio lavoro di Caterina Lauro.

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