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L'ordine del tempo, un libro di Carlo Rovelli
Domenico Distilo
La questione del tempo è la più complicata e decisiva della storia del pensiero, fin da quando il milesio Anassimandro scoprì che le cose, dopo essere uscite dall’Indistinto – Apeiron - vi ritornano “secondo l’ordine del tempo”.

Da Anassimandro fino all’avvento della relatività einsteiniana si è sostanzialmente creduto che vi fosse un unico “ordine del tempo”, uguale per tutti a qualsiasi latitudine. E’ bensì vero che Aristotele ne dava una definizione “locale”, non riuscendo a districare il movimento dalla particolarità dello spazio in cui esso “aveva luogo” per renderlo universale (sì che il tempo aristotelico per i newtoniani sarebbe stato “relativo, apparente e banale”). Ma il modo di porsi rispetto “al prima e al poi” non poteva essere che lo stesso per tutti in ogni luogo, cioè in ogni punto dello spazio, concependosi lo spazio come la totalità (l’universo) dei luoghi. L’essenza del tempo è nella misura che se ne fa, per cui esso non ci sarebbe se non ci fosse nessuno a misurarlo. Caratteristica questa che sembrerebbe sparire con Newton, per il quale il tempo scorre “assoluto, universale e oggettivo” su uno spazio altrettanto “assoluto, universale e oggettivo”.

A dare compiutezza ed espressione filosofica alle idee di Newton sarà Kant, per il quale l’universalità del tempo, è oggettiva solo soggettivamente, nel senso che unici (a priori) sono in ogni soggetto i presupposti e i criteri della sua intuizione e misurazione. In Newton manca, questo è il punto, ogni riferimento a cosa sarebbe il tempo senza gli orologi, essendone l’oggettività affermata senza essere dimostrata. Il tempo di Newton ha però in comune con quello di Aristotele l’irreversibilità, per cui una volta che qualcosa sia accaduto non si può tornare indietro, come in certi film in cui a chi viaggia nel passato può capitare di uccidere il genitore rendendo impossibile la propria nascita.

Che cosa accade, allora, con l’avvento della relatività e dei quanti? Accade, semplicemente, che all’unico ordine del tempo si sostituiscono tanti ordini possibili, all’unico tempo molti tempi e che il tempo “assoluto universale e oggettivo” sia soppiantato dal tempo e dalla misura particolari di molti viaggiatori che possiamo immaginare in viaggio nello spazio cosmico a velocità prossime a quelle della luce e, nel caso delle particelle, cioè di piccole o piccolissime dimensioni, a descrizioni più o meno semplificate a seconda della distanza – Rovelli la chiama “sfocatura” - minore o maggiore a cui ci poniamo da esse.

L’esistenza di tanti e ugualmente possibili ordini del tempo ci proietta in una dimensione “complessa”, nella quale il tempo dipende da noi, da come ci collochiamo rispetto agli eventi, in altre parole dalla misura, che non è necessariamente unica per tutti ma può essere diversa per ciascuno.

Senonché il tempo non è solo un’entità per definizione evanescente. Poiché il suo scorrere lascia il segno sulla materia e sugli organismi che non possono saltar via dal tempo, ecco che la direzione privilegiata, dopo essere stata declassata a una questione di punti di vista ritorna in tutta la sua drammatica cogenza. Il fluire del tempo avviene infatti all’insegna dell’entropia, dell’accrescimento del grado di disordine in ogni sistema fisico e/o biologico, che è destinato inevitabilmente a perdere, prima o poi, l’equilibrio sui cui si regge. Ogni cambiamento non è che una progressiva, quantunque spesso inavvertita, perdita dell’equilibrio. Che è per definizione precario. La cura heideggeriana, a ben pensarci, può essere definita in questi termini. Essa non è che la costante ricerca, da parte dell’esserci, di un equilibrio sempre precario, destinato a collassare, alfine, con la morte. La fine, per l’esserci, della cura e con essa del tempo.

Carlo Rovelli, L'ordine del tempo, Adelphi, 2017, pp. 207

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Nella foto: la copertina del libro di Carlo Rovelli "L'ordine del tempo".


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