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Sulla natura delle cose spirituali
Pasquale Cannatà
Nel V secolo a.c. Socrate affermava di “sapere di non sapere” perché era consapevole del fatto che, come avrebbe scritto molti secoli dopo William Shakespeare nel suo Amleto, «ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogni la filosofia».

San paolo, nel I secolo d.c. si mette nel solco tracciato da Socrate ed afferma di sapere solo di Cristo, e del Cristo risorto.

Di fronte alla sapienza di Socrate e di san Paolo, ammantate di tanta umiltà, si pongono i sapienti di oggi (scienziati, filosofi, opinionisti e tuttologi vari) che affermano di sapere tutto ed in particolar modo di essere certi che Dio non esiste e che “natura” sia sinonimo di materialismo.

Certamente io ne so meno di Socrate, di san Paolo e dei sapienti di oggi, ma in tutti i miei scritti che mi avete usato la cortesia di pubblicare su questa testata giornalistica ho cercato di rendere ragione della mia scelta di credere nell’esistenza di un Dio creatore che è Amore piuttosto che in un universo nato per caso dal nulla.

Mio fratello Angelo riporta in un suo libro uno scambio di idee tra Eugenio Scalfari e Vito Mancuso a proposito dell’esistenza di Dio: il teologo concorda con gli atei sul fatto che l’universo era caos all’inizio dell’espansione, ma sostiene che se da questo caos si è poi arrivati all’ordine ciò è dovuto al fatto che forse “prima” del caos, forse “sopra” il caos, di sicuro “dentro” il caos, come principio ordinatore c’era e c’è il logos. Questa convinzione si è rafforzata in Mancuso anche dalla lettura di un libro dell’astrofisico britannico Martin Rees che parla dei sei numeri fondamentali della fisica (i quanti di energia, di luce, di materia, ecc.): ognuno di questi sei numeri potrebbe essere leggermente diverso da com’è, e in questo caso la vita non sarebbe sorta. Si tratta di un caso, si chiede il teologo, che essi siano esattamente come sono, oppure sono stati posti esattamente così da un ente necessario, causa prima del tutto e che gli uomini chiamano Dio? L’energia non è rimasta allo stato caotico dell’inizio, risponde Mancuso, perché le forze fondamentali che la muovono sono governate in ogni istante da una logica primordiale che tutte le grandi civiltà hanno riconosciuto, i greci chiamandola logos, i cinesi tao, i giapponesi shinto, ecc.

Mancuso continua affermando che la condizione perché qualcosa ci sia è la sua conformità a questo logos, a questa rete creata dall’interazione delle forze secondo la logica della relazione tra i sei numeri fondamentali: anch’io credo che l’interazione delle forze “naturali” fondamentali in conformità con il logos porta all’esistenza delle cose spirituali. Vorrei ancora una volta ricordarvi ciò che Joseph de Maistre chiedeva spesso ai suoi ospiti: «Si può concepire il pensiero come accidente di una sostanza che non pensa?» La risposta può darsela ognuno di voi.

In sostanza, la favoletta del "caso" è una spiegazione dell’origine dell’universo meno probabile della creazione da parte di una Intelligenza superiore. Chiuderei l’argomento riguardante le origini dell’universo e della vita sulla terra valutate da un punto di vista scientifico e “naturale”, con una provocazione: se le forme di vita si sono evolute da quelle più semplici (poche proteine, poche cellule, pochi cromosomi) a quelle più complesse (molte proteine, molte cellule, molti cromosomi) nel corso di milioni di anni, come mai la scimmia ha 48 cromosomi, il cane 78 e l’uomo solo 46? La scimmia e il cane sono forse più evoluti dell’uomo?

La vita non si sviluppa in modo così semplice, automatico e casuale, ma risponde ad un progetto chiaro e preciso!

Una volta stabilito che “natura” è anche tutto ciò che attiene la vita spirituale, Affrontiamo lo stesso argomento dell’esistenza di Dio da un’altra prospettiva: se Dio esiste e veramente vuole che noi crediamo in lui, perché non si rivela più chiaramente? Non sarebbe più semplice se la sua esistenza fosse più evidente? Perché è un Dio nascosto?

Personalmente credo che Dio abbia voluto lasciarci liberi di scegliere se credere o no, di lasciarci esercitare il nostro libero arbitrio, di non ‘violentare’ la nostra libertà, ma è molto più bello e significativo quello che afferma Giovanni Paolo II, sostenendo che Dio non solo non è nascosto, ma si è spinto anche troppo avanti nello svelarsi: egli, nell’intervista concessa a Vittorio Messori, scrive che l’autorivelazione di Dio si attua in particolare nel suo ‘umanizzarsi’, l’invisibilità di Dio si rivela nella visibile umanità di Cristo. Per cui quando Gesù afferma che lui ed il Padre sono una cosa sola, che chi ha visto lui ha visto il Padre, o quando Giovanni nel suo vangelo riferisce che Gesù, commosso perché la gente lo segue, dice loro : «Voi mi seguite perché vi ho sfamato con un po’ di pane. Ma io vi darò la mia carne da mangiare, vi darò il mio sangue da bere», in un certo senso Dio non solo si è svelato completamente, ma ha addirittura oltrepassato la soglia di ciò che può essere comprensibile da parte della sua creatura. Dio si è manifestato nell’unico modo possibile, perché Gesù poteva dire “io sono Dio” (per chi vuole intendere, ripeto che ha detto “io e il Padre siamo una cosa sola; chi ha visto me ha visto il Padre” e che Giovanni ha scritto “il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio” ed è la stessa cosa che affermare “Gesù è Dio” ma detto in maniera meno forte per suscitare meno sdegno da parte degli israeliani) ed agire fino all’estrema conseguenza in conformità a quanto affermato, ma in questo caso saremmo stati “costretti” a credere in Lui e non ci sarebbe stato possibile esercitare il nostro libero arbitrio, accettarlo o negarlo: così si è manifestato nel modo più dolce e indolore per noi, come “figlio di Dio” e “figlio dell’uomo”, e anche se ha fatto miracoli ed ancora oggi concede ai suoi santi di farli nel suo nome, si lascia giudicare dagli uomini di ogni tempo per ogni cosa che succede in questo nostro mondo.

La sproporzione tra noi e il divino si manifesta nell’uomo Gesù, si fa evidente, e proprio lì si instaura la resistenza di chi non può o non vuole capire, di chi è scandalizzato perché i criteri e le modalità di quell’uomo scompaginano il suo modo di pensare.

«È pazzo, chi può dar da mangiare la sua carne e da bere il suo sangue?» avranno pensato gli ebrei presenti in quel momento, non potendo capire che Gesù aveva annunciato che si sarebbe fatto cibo per nutrire la nostra anima.

A questo punto l’uomo non è più in grado di sopportare la vicinanza del divino, e cominciano le proteste: gli ebrei prima, e oggi i musulmani e tanti altri esponenti di religioni o del pensiero laico, si scandalizzano (Egli è ‘scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani’) di un Dio fatto uomo, nato povero e morto in croce (facendo della stessa un simbolo della sua regalità), profondamente diverso da quello che vorrebbe la naturale tendenza della ragione umana di ipotizzarlo potente e inarrivabile nella sua grandezza (vedi il Dio dei musulmani!).

O vorremmo un Dio obbediente ai nostri comandi (‘scenda dalla croce e gli crederemo!’ gli gridano gli ebrei sul Golgota), che faccia i miracoli su ordinazione?

O una Chiesa che si adegui alle mode ed ai costumi del tempo? Alcuni la riterrebbero più facile da accettare, da seguire, ma non sarebbe più una Chiesa ‘credente’, ne tanto meno credibile.

Nella foto in alto: busto di Socrate.


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