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Cosentino: l'inchiesta è noir*
Angelo Cannatà
5.1.12 - “Era un giorno di primavera come tanti altri quel 28 aprile del 1974.” Comincia così il noir di Rocco Cosentino, Sostituto Procuratore presso la Procura della Repubblica di Reggio Calabria. Che significa? Perché il Pubblico Ministero di una città “discussa”, scrive un romanzo?
Apro il “Quotidiano”: “Richiesta di scioglimento del comune di Reggio per presunte infiltrazioni mafiose”; “Due arresti per tentato omicidio di un romeno”; “Talpe presso il Palazzo di giustizia”; “Consigliere comunale reggino arrestato per concorso esterno”. E’ un bollettino di guerra. In questo “clima”, è in libreria “Niente di cui pentirsi” (Luigi Pellegrini Editore): il contesto stimola la lettura del testo. Ma c’è di più. Cosentino è scrupoloso, analitico, documentato, attento ai dettagli. Scrive bene. Racconta di una città devastata da una serie di terribili delitti. Hanno qualcosa in comune? C’è un filo che li lega? Si indaga: l’obiettivo è fare giustizia. Impresa ardua. Non solo perché il concetto di giustizia si complica nel districarsi della trama, ma anche perché il Pubblico Ministero e il giovane Commissario debbono lottare contro la burocrazia e la diffidenza dei superiori.
C’è qualcosa di autobiografico in questa parte del racconto? Non conosciamo il punto di vista dell’autore. Ma la letteratura, la storia e la cronaca dicono di queste difficoltà. Il “noir” è un genere che da Edgar Allan Poe a Carlo Lucarelli descrive la complessità del reale. Anche la complessità della macchina della giustizia e dello Stato, che lascia soli, non tutela, talvolta ostacola i suoi servitori. Questa complessità, ben raccontata da Cosentino, è descritta – con lucido realismo – anche dai grandi giornalisti. Penso a Giorgio Bocca che va a Palermo per intervistare Carlo Alberto Dalla Chiesa: “…ma generale, lei chiede i pieni poteri sui prefetti, sui questori; lei vuole coordinare la lotta alla mafia, controllare le banche, entrare nel commercio della droga. Ma generale non lo vede che questa grande città vive della droga? Non lo sa che i mafiosi sono nel palazzo? (...) La verità è che Dalla Chiesa, il generale di ferro, è stato mandato a Palermo allo sbaraglio” (Giorgio Bocca, Il generale nel suo labirinto, la Repubblica, 4 settembre 1982). Ecco. L’impressione è che i personaggi di Cosentino – anche loro – debbano lottare contro burocrazia, diffidenze e resistenze, e in certi momenti sembrano soli. Come Dalla Chiesa.
I temi che affrontano - il giovane Commissario Di Francesco e l’Ispettore Caruso, con la direzione di Catanzariti -, sono scottanti: “Due omicidi, in poco meno di una settimana (…) Gli venne in mente che quella era una responsabilità che doveva dividere con il comandante della locale compagnia dei carabinieri. (…) Squilla il telefono. – Pronto, dottore, le porto alcune novità sull’avvocato Guido Merlin (…) La nascita del suo impero economico, creato dal nulla, è coincisa proprio col suo ingresso in politica.” (pp. 323-324).
Interessi, crimini, politica. Siamo dentro la piena attualità. Quella con cui l’autore ha quotidianamente a che fare nella Procura di Reggio. Il tutto, naturalmente, visto attraverso gli occhi (e la trasfigurazione) dell’arte: non mancano le pagine ironiche, i flash-bach, l’intreccio tra inchiesta e vita dei personaggi, lo scavo psicologico.
Il risultato complessivo è - dal punto di vista letterario - positivo. “Niente di cui pentirsi”, con analisi e descrizioni minuziose, un registro stilistico tecnico (ma comprensibile), ci fa entrare dentro la macchina della giustizia. Come lettori, ne usciamo soddisfatti. Sappiamo qualcosa di più dell’universo giudiziario: dei pregi e dei limiti. Ha coraggio Rocco Cosentino. Non teme di parlare (anche) degli abusi di qualche componente delle forze dell’ordine. Intervistato su questo tema, risponde con ironia: “Se tra le pagine del mio romanzo qualcuno dovesse scorgere casi estremi di corruzione e illegalità varie, e mi dovesse accusare di aver infangato il buon nome della Giustizia, lo posso rassicurare dicendo che questa è stata la parte del mio romanzo in cui la fantasia ha avuto minor spazio…”. Cosentino racconta la realtà - delle procure, delle inchieste, del mondo della giustizia -, così com’è. Con le luci e le ombre.
Restano le domande che riguardano la struttura narrativa, ma anche - a ben vedere - la filosofia dell’autore: “la verità alla fine sembra trionfare… ma sarà davvero così? Giustizia sarà fatta… ma da chi? Le vittime potranno risposare in pace… ma quali vittime?” Domande. Dove, con tutta evidenza, entrano in gioco i concetti di Verità, Necessità e Destino. Ma non vogliamo addentrarci nei meandri dell’interpretazione filosofica. Ci interessa di più l’aspetto politico. Il testo si chiude con queste battute: “Vedendomi lacrimare mi chiese: ‘Che cosa hai fatto di tanto grave?’ - Risposi: ‘Niente di cui pentirsi’.” Quanti, oggi - sulla scena pubblica - potrebbero pronunciare queste parole? Insomma: visti i titoli richiamati all’inizio, anche la politica - in Calabria - non ha nulla di cui pentirsi?
* Articolo apparso sul Quotidiano della Calabria del 3.1.2012
Nelle foto: in alto a sinistra Angelo Cannatà, a destra il magistrato Rocco Cosentino.
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