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Religione del libro e della parola
Pasquale Cannatà / Domenico Distilo
5.1.10 - Ho letto con interesse l’articolo di Domenico Distilo, e trovo molto bello e giusto quanto scrive: non posso però fare a meno di notare una piccola imprecisione iniziale e quello che a me sembra un grave errore nel finale.
Approfitto di questa occasione per ribadire che non ho una grande preparazione teologica o filosofica, ma alcune cose che mi capita di leggere le conservo e quando le circostanze lo richiedono le riporto a sostegno delle mie convinzioni, collegandole tra loro ed aggiungendo qualche mia considerazione.
Domenico accenna alle tre religioni del Libro, ma questa definizione vale per l’ebraismo che applica alla lettera non soltanto le leggi dettate da Dio a Mosè e che sono quindi immutabili, ma anche quei precetti che dovevano valere solo per la vita quotidiana di quel tempo e le loro distorsioni accumulatesi negli anni con le tradizioni; lo stesso si può dire per l’islam per il quale il Corano è anch’esso dettato da Dio: quel libro non è solamente un testo religioso, ma anche giuridico ed è la base della legge, rendendo difficile il confronto su entrambi i piani. Ci si può immaginare cosa succederebbe se in Italia negli arbitrati venisse chiesta l’applicazione del diritto canonico invece delle leggi italiane, come avvenuto in Inghilterra con la sharia.
Per noi cristiani invece la Parola scritturale non è mai un dettato di Dio, ma è ispirato da Lui, ragion per cui, ed è una conseguenza importante per la nostra cultura e il nostro modo di vita, il cristianesimo non è propriamente una religione del libro. Noi interpretiamo e facciamo esegesi e teologia della Parola: ecco il deposito insieme culturale e di fede comunitaria dove abbiamo trovato l’antidoto al letteralismo fondamentalista. Ecco la nostra libertà dello spirito. Se si pensa poi che anche gli atei non transigono dalle loro ferree regole politiche, ambientaliste ed altro, si può concludere che i cristiani sono i veri laici, perché fanno una divisione tra politica, lavoro, … e religione.
Il cristianesimo, come non si stanca d ripetere Benedetto XVI è entrato nella storia come un fatto, e solo come tale vi può permanere. La sua caratteristica, come diceva Kirkegaard, è nel rendere contemporaneo Gesù Cristo, dichiarandolo presente qui ed ora.
Noi testimoniamo la Parola che si è fatta carne 2000 anni fa e che è presente tra noi oggi così come era presso Dio al momento della creazione del mondo, e senza di Lei nulla è stato fatto di tutto ciò che esiste; il termine latino verbo traduce il greco logos che vuol dire anche pensiero: il Verbo era presso Dio ed il Verbo era Dio, significa dunque che Dio è Pensiero che si manifesta con la sua Parola la cui Potenza (Parola della sua Potenza) crea l’universo. Nel mio intervento radiofonico riportavo il concetto che ognuno di noi è ciò che pensa durante tutto il giorno: perdonatemi se oso ripetere (ma lo ha affermato Gesù) che se noi fossimo capaci di pensare solo cose buone, di pensare Amore e quindi di essere AMORE, se avessimo un po di Fede, anche la nostra parola potrebbe fare miracoli così come hanno fatto i Santi che ricordiamo.
Passando al finale dell’articolo di Domenico, dove dice che la disponibilità verso l’esterno spinta fino all’autoflagellazione si trasforma però, quando si tratta di teologi cattolici con posizioni divergenti da quelle magisteriali, in netto ostracismo e, dove possibile, in provvedimenti disciplinari, direi che non si tratta di un atteggiamento contraddittorio con quel logos giustamente considerato da Benedetto XVI componente fondamentale e imprescindibile della dottrina cattolica.
Infatti in Italia ogni persona è libera di dire e pensare ciò che vuole e mi sembra che Augias, Odifreddi, Dan Brown, ecc. siano stati e sono liberi di parlare contro la Chiesa.
Per chiarire meglio il mio concetto lo formulerò con un paragone: se io guardo una partita di calcio tra Juventus ed inter a casa mia, posso esultare per qualsiasi bella azione o goal effettuati da qualsiasi giocatore di entrambe le squadre; ma se io mi dichiaro tifoso dell’inter (e nessuno mi obbliga a farlo) e mi iscrivo ad un inter club (e anche di questo non sono obbligato), quando assisto alla suddetta partita nella sede del club insieme ai miei amici, sarebbe molto strano se esultassi ad un goal di Del Piero e gli altri giustamente mi rimprovererebbero.
Allo stesso modo, visto che nessuno ha obbligato Hans Kung e Vito Mancuso a definirsi cristiani e cattolici, se non accettano le regole che il cristianesimo detta, essi sono semplicemente sedicenti tali, lo dicono di se senza esserlo: da liberi pensatori possono dire quello che vogliono, ma se assumono la veste di teologi e pretendono di interpretare la Parola di Dio è giusto che il Papa, cui spetta il dovere di mantenere integro il messaggio del Vangelo, corregga quelle che lui ritiene essere deviazioni dalla retta via per evitare confusione tra i fedeli. Ricordiamo che anche nei periodi più bui della Chiesa, quando alcuni papi si sono comportati in maniera che sarebbe stata giudicata disdicevole persino per un semplice credente, era sempre l’uomo a peccare, ma il messaggio evangelico è stato comunque trasmesso nella sua purezza.
Concludo riportando quella che a me sembra una bella definizione di noi credenti:
Strana 'bestia' il cristiano, che è orgoglioso e presuntuoso in quanto non si rassegna ad essere un semplice animale, ma pretende di essere simile a Dio (addirittura Suo figlio) e nello stesso tempo per essere fedele ai comandamenti del suo Dio si fa umile e servo dei suoi fratelli che si ritengono solo ‘animali’.
Pasquale Cannatà
Caro Pasquale,
le considerazioni sulla congruità della definizione di "religione del libro" per il Cristianesimo posso anche condividerle. Resta il fatto, però, che generalmente esso viene accomunato, nella definizione appunto, alle altre due religioni. L'uso che ne ho fatto, seguendo la maggioranza - tra cui eminenti teologi -, non è connotativo ma meramente denotativo, pragmatico.
Nel discorso di Ratisbona a cui mi sono riferito Benedetto XVI ha rivendicato il posto della teologia nella "universitas scientiarum". Ora, perché vi sia una scienza si debbono dare due condizioni: l'esistenza di un comunità scientifica e il dibattito al suo interno. Se quest'ultimo manca non siamo più in presenza di una scienza ma di qualcos'altro. Capisco che è problematico far coesistere il dibattito teologico-scientifico con la Verità rivelata di cui è depositaria la Chiesa in quanto istituzione gerarchica. Ma, a parte che era stata questa la scommessa del Concilio, c'è sempre la possibilità di seguire la distinzione kantiana tra "uso privato" e "uso pubblico" della ragione, seguire cioè il credo ufficiale senza deflettere e intanto dibattere e magari abbracciare le opinioni da esso difformi. Sarà pure, la mia, una esplicita professione di gesuitismo (nel senso non deteriore del termine) ma non vedo, per un cattolico laico e democratico, "adulto" come si diceva qualche tempo fa, altra strada praticabile.
P.S. - Per me, juventino, l'interista è come il musulmano per me cattolico. Non esulterò se segna Etoo ma va da sé che potrò e dovrò discutere con i miei compagni di fede (calcistica) il modo migliore per far segnare Del Piero, cercando di far giungere a Ferrara (se le mie competenze sono, magari, da addetto ai lavori) il mio punto di vista.
Domenico Distilo
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