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1.1.20 - 2020: il cambio di cifra non è un cambio d'epoca!
Domenico Distilo

8.2.20 - Le terme, la politica, il futuro

13.2.20 - Mafia-Politica e l'etica (persa) del giornalismo

Angelo Cannatà

15.2.20 - Sulla situazione dei rifiuti al campo sportivo
Francesco Orlando Distilo

19.2.20 - Il Sindaco non si rende conto della gravità del problema dei rifiuti al campo sportivo
Francesco Orlando Distilo

1.3.20 - Il Dottor Bernard Rieux racconta: virus, paure e sovranismi
Angelo Cannatà

11.3.20 - L'Italia nella morsa del coronavirus
Maria Francesca Cordiani

22.3.20 - Ancora troppa gente in giro per strada, chiudiamo Galatro!
Tania Pettinato

25.3.20 - Virus, Regioni e risvolti anticostituzionali
Maria Francesca Cordiani

28.3.20 - I filosofi e il coronavirus: scontro sul contagio che non c'è (ma uccide)
Angelo Cannatà

4.4.20 - Ma che ne sarà della democrazia?
Maria Francesca Cordiani

11.4.20 - Il coronavirus e le idee popolari sulla scienza
Domenico Distilo

13.4.20 - Coronavirus e crisi economica
Maria Francesca Cordiani





(1.1.20) IL CAMBIO DI CIFRA NON E' UN CAMBIO D'EPOCA! (Domenico Distilo) - Ci risiamo! Il cambio di cifra nella numerazione degli anni – che avviene ogni decennio, ogni secolo ed ogni millennio - viene puntualmente scambiato per cambio di decennio, di secolo, di millennio, come nel 2000, quando tutti pensarono di entrare nel Ventunesimo secolo, nel primo decennio dello stesso Ventunesimo secolo nonché nel terzo millennio ignorando di dover aspettare un altro anno nel Ventesimo secolo, nel secondo millennio e nell’ultimo degli anni Novanta del XX secolo.

L’equivoco si ripropone all'arrivo del 2020, che molti, moltissimi, Capo dello Stato compreso (abbiamo appena ascoltato il messaggio augurale), sono convinti sia il primo anno degli anni Venti del XXI secolo, mentre è solo l’ultimo degli anni Dieci (dello stesso XXI secolo, ovvio). A dispetto della dirompente carica suggestiva e simbolica delle cifre – già in grado di giocare brutti scherzi agli uomini dell’anno Mille: si ricordi il fatidico “Mille e non più di Mille!” - il semplice conteggio, a partire dall’anno 1 della cosiddetta era volgare (o P. C. N), evidenzia come l’anno 10 non possa segnare l’inizio di un nuovo e successivo decennio, ma il compimento del vecchio e precedente (decennio) e così per gli anni 20, 30 ecc.

Le cose stanno inequivocabilmente così ma per molti, moltissimi, quasi tutti è duro accettarlo. Al punto che anche la Chiesa, nel 2000, dopo aver annunciato il “Giubileo di fine millennio” si piegò alla vulgata caricando quell’anno (proprio in ragione del cambio di cifra) di significati straordinari: escatologici, apocalittici, quasi di restituzione di tutte le cose alla purezza originaria nell’apocatastasi. La forza della suggestione è davvero invincibile se conquista, oltre che il profano, anche il sacro.

Comunque Buon 2020 a tutti!


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(8.2.20) LE TERME, LA POLITICA, IL FUTURO - La primavera si avvicina e con essa la nuova stagione termale, che dovrebbe partire con la gestione affidata alla nuova società a socio unico (il Comune).

Il condizionale – “dovrebbe” - non è un vezzo, bensì una necessità che nasce da una situazione oltremodo ingarbugliata. I cui nodi proprio non si capisce se e quando si potranno sciogliere. Per riassumere: la pratica “Terme di Galatro” si trova da mesi all’esame dell’Autorità nazionale anticorruzione (ANAC), da cui finora non è pervenuto nessun segnale positivo – né, invero, negativo -, con la conseguenza che gli amministratori, se proprio volessero far partire comunque la nuova società, dovrebbero assumersi i rischi derivanti da un eventuale parere negativo dell’Autorità. Donde l’altissima probabilità di una nuova stagione in economia, e di un ennesimo mancato decollo.

Il tutto mentre manca ormai poco più di un anno alle elezioni amministrative, che la maggioranza uscente andrebbe ad affrontare senza aver avviato a soluzione il problema dei problemi di Galatro. Circostanza questa che, pur se considerata priva di forza dirimente ai fini di un’ennesima vittoria, comincia tuttavia a suscitare qualche mal di pancia all’interno stesso dello schieramento, in seno al quale si trova chi, in un inatteso sussulto di responsabilità, comincia a rendersi conto che i numeri devono essere messi al servizio della politica, non la politica al servizio dei numeri. Come è sempre accaduto negli ultimi tre lustri, con risultati che si possono definire, direbbe la buonanima di Sandro Ciotti, “inapprezzabili”, che è forse peggio di disastrosi.

Il fatto di dover trovare un nuovo (candidato a) sindaco non si può poi definire un fattore di semplificazione. Gli elettori potrebbero stancarsi (o già essersi stancati) dell’inerzia che regolarmente segue alla spinta propulsiva iniziale per conseguire la vittoria. Realizzando che è meglio cambiare cavallo (leggi: schieramento) piuttosto che vincere per il nulla (come è sempre successo) e magari anche sul nulla (come nel 2011).

Nella foto: scorcio della piscina alle Terme di Galatro.


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(13.2.20) MAFIA-POLITICA E L'ETICA (PERSA) DEL GIORNALISMO (Angelo Cannatà) - Uno dei libri più interessanti di Eugenio Scalfari è intitolato Alla ricerca della morale perduta: spiego le ragioni che spinsero il nostro a pubblicarlo in La passione dell’etica (Mondadori) alle pp. 1755-1762, e a esse rinvio. Ne parlo perché quel titolo torna in mente sfogliando i giornali di sabato 8 febbraio, il giorno dopo le dichiarazioni di Graviano al processo di Reggio Calabria. Tutti i quotidiani (con qualche eccezione), da Repubblica al Messaggero al Corriere, hanno dato spazio in prima al bacio Ferro-Fiorello, oscurando l’amorevole intesa Graviano-B.: “Con Berlusconi cenavamo insieme -dice il boss-, tramite mio cugino avevamo un rapporto bellissimo.” Business. Affari. E quel terribile intreccio mafia-politica che ammorba il Paese; ma sui quotidiani nulla. O Quasi. Ho provato a cercarla, la notizia, e la morale perduta del giornalismo. Con scarsi risultati.

E’ incredibile, ma più le testimonianze e le sentenze (vedi sentenza Dell’Utri) mostrano le collusioni del Caimano con la mafia, più ci si ostina a coprirlo, oscurando fatti orrendi; e presentandolo, addirittura, come interlocutore valido, insieme a Salvini, per scrivere la legge sulla giustizia. Scriverla col plurinquisito B.? Sì, questo afferma quasi ogni giorno Folli su Repubblica. Quali garanzie? Quali ricatti? Cosa vorrà (cosa già vuole: vedi attacco alla Bonafede) il Caimano? Questo non interessa al giornale di Scalfari, che pure lottò per una “giustizia giusta”. I tempi cambiano. E pure la morale. Alla ricerca della morale perduta è il libro più “politico” del Fondatore, ma il tema, oggi, riguarda anche il suo giornale. Di altre testate sarebbe meglio non dire. Il Giornale, sempre controcorrente (rispetto alla verità), nega che gli incontri tra il boss Graviano e B. siano avvenuti. E vabbè. Anzi no. Sallusti dice che “i mafiosi sono uomini di merda”. Chiedo: come mai allora sono così presenti -non solo come stallieri- nel curriculum di B.?

E’ una brutta storia questa del patto mafia-politica. Ed è grave ostentare indifferenza, non parlarne, come ha fatto Libero. Per il giornale di Senaldi non è una notizia che un boss accusi l’ex presidente del Consiglio: le emergenze sono altre e così in prima campeggia la “Storia a lieto fine del lupo buonino” con tanto di foto. Si chiama disprezzo per i fatti (quelli veri e importanti) e per l’etica giornalistica, perduta da tempo. Infine, come uscirà B. da quest’ultima testimonianza sul lato oscuro della sua vita? Italo Calvino in Palomar scrive: “La vita di una persona consiste in un insieme di avvenimenti di cui l’ultimo potrebbe anche cambiare il senso di tutto l’insieme.” Avvenimenti. Ma le parole di Graviano -al di là della verità processuale- non sono già un avvenimento? Di più: le sue parole non confermano, di fatto, quanto Di Matteo mostra nei libri e nelle aule di giustizia rischiando -non è secondario- la vita? Le frasi di Graviano non confermano l’intreccio mafia-politica su cui indaga, in altre inchieste, Gratteri? Troppi lo attaccano: i “grandi” giornali hanno snobbato la sua maxi-retata in Calabria (si comincia così a uccidere un uomo giusto: isolandolo). Insomma, mentre Di Matteo, Scarpinato, Gratteri, e Davigo (su altri versanti), cercano di tener alta la bandiera della giustizia, molte testate provino a cercare la morale perduta del giornalismo.

Dicono i giornali di famiglia: “Perché Graviano ha aspettato tanto a parlare?” Semplice: “Erano 15 anni che minacciava di cantare, ma poi non si decideva mai: B. poteva ancora rendersi utile, meglio tenerlo vivo e sotto ricatto. Ora non più.” Così scrive -davvero controcorrente- un noto rompipalle. Montanelli se la ride, e vorrebbe che al Giornale togliessero il sottotitolo (“Contro il Coro”); mi sembra di sentirlo: “Insomma, Sallusti, se difendi sempre la posizione del Capo, abbi il pudore, almeno, di ammetterlo: ‘canto nel coro su musica e testi dell’avvocato Ghedini’.” Che, in quanto avvocato, fa (almeno lui) il suo mestiere.

* * *

Articolo apparso su Il Fatto Quotidiano martedì 11 Febbraio 2020

Nella foto: Graviano e Berlusconi.


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(15.2.20) SULLA SITUAZIONE DEI RIFIUTI AL CAMPO SPORTIVO (Francesco Orlando Distilo) - A seguito dell'interrogazione a risposta scritta, relativa all'utilizzo come centro di raccolta di rifiuti solidi urbani anche ingombranti, del Campo Sportivo Comunale, presentata dal gruppo di minoranza del Comune di Galatro, pubblicata su questo giornale, è stata indirizzata al Segretario Comunale apposita Istanza di Accesso Civico ai sensi del D.Lgs nr. 33/2013 al fine di acquisire tutta la documentazione, in entrata ed in uscita, avente come contenuto il rilascio delle autorizzazioni necessarie per la riconversione ovvero per l'utilizzo del campo sportivo come discarica comunale ovvero come centro di raccolta di rifiuti speciali e di rifiuti solidi urbani e le eventuali determinazioni del Consiglio Comunale e della Giunta per l'utilizzo del predetto luogo sportivo come centro di raccolta nonchè il contratto di appalto stipulato con la ditta incaricata della raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani anche ingombranti.

Il Segretario Comunale, a riscontro di quanto richiesto, ha trasmesso la nota nr. 702 di protocollo del 13/02/2020 (vedi link in calce all'articolo). Con tale nota l'Avv. Carmelo Impusino ha evidenziato che non vi sono autorizzazioni per la riconversione del Campo Sportivo in luogo destinato a centro di raccolta di rifiuti speciali, di rifiuti solidi urbani o comunque in area destinata allo stoccaggio di rifiuti, ovvero che la Giunta o il Consiglio Comunale abbiano deliberato la modifica della destinazione d'uso del campo sportivo comunale.

Relativamente alla "richiesta di accesso al contratto d'appalto inerente il Servizio di gestione dei rifiuti [...] l'Ufficio Tecnico comunale ha disposto con Determina ST n. 419 del 21/11/2019 Aggiudicazione Definitiva a favore della Ditta Ital.Serv di Italiano Biagio. & C sas con sede legale in Oppido Mamertina (RC) via A. M. Curcio n. 140 P. IVA 02635110808. In data 29/11/2019, con nota prot. n. 5506, sono stati richiesti dall'U.T.C. alla Ditta aggiudicataria i documenti necessari per la stipula contrattuale, non ancora prodotti dalla medesima ditta per rappresentate difficoltà economiche. Alla data attuale, pertanto, non è stato ancora stipulato alcun contratto con la ditta attualmente incaricata della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani"... e che... "Ai fini della continuità del servizio, e nelle more della stipula contrattuale, l'Ufficio Tecnico Comunale ha disposto la Consegna sotto riserva del servizio (ai sensi dell'art. 32, comma 8 e 13 del D.Lgs. n. 50/2016 e s.m.i.) in data 28/11/2019".

A proposito della continuità del servizio si sottolinea, intanto, che il richiamato art. 32 comma 8 del D.Lgs 50/2016 prevede che la stipula del contratto debba avere luogo entro il termine di sessanta giorni dal momento in cui l'aggiudicazione sia divenuta efficace ed è indiscutibile, da quanto riportato dal Segretario Comunale nella nota nr. 702, che l'Aggiudicazione definitiva è avvenuta in data 21 novembre 2019, con la conseguenza che il contratto con l'azienda aggiudicatrice dell'appalto avrebbe dovuto essere stipulato entro il 20 gennaio 2020. Stipula che però non è avvenuta. Occorre, altresì, evidenziare che il termine dei sessanta giorni costituisce un termine legale che opera tutte le volte che non sia stato stabilito diversamente nel bando ovvero tra le parti.

Sempre l’art. 32, stavolta il richiamato comma 13, del D.Lgs 50/2016 dispone che "l'esecuzione del contratto può avere inizio solo dopo che lo stesso è divenuto efficace, salvo che, in casi di urgenza, la stazione appaltante ne chieda l'esecuzione anticipata, nei modi e alle condizioni previste al comma 8". In sostanza c'è la possibilità di anticipare l'avvio dell’esecuzione del contratto, ma solamente nei seguenti casi:

- eventi oggettivamente imprevedibili;
- per ovviare a situazioni di pericolo per persone, animali o cose, ovvero per l'igiene e la salute pubblica;
- per ovviare a situazioni di pericolo per il patrimonio storico, artistico, culturale;
- nei casi in cui la mancata esecuzione immediata della prestazione determinerebbe un grave danno all'interesse pubblico che è destinata a soddisfare, ivi compresa la perdita di finanziamenti comunitari.

Si ritiene che la continuità del servizio di raccolta dei rifiuti sia stata determinata dalle ovvie e condivisibili ragioni di tutela dell'igiene e della salute pubblica.

Ma, a prescindere della stipula del contratto con l'operatore economico, se l'avvio dell'esecuzione dell'appalto è avvenuto a tutela dell'igiene e salute pubblica, vorrei chiedere al signor Sindaco di Galatro quale mente scellerata ha deciso di fare del Campo Sportivo, per fortuna solo temporaneamente, un sito di stoccaggio di rifiuti con il rischio di generare un ricettacolo di ratti e animali selvatici, con il pericolo d'incendi e la minaccia di mandare nell'aria sostanze nocive per la salute dei Galatresi.

E poi, considerato che non c'è ancora un contratto, a che titolo è stato disposto di stoccare i rifiuti al Campo Sportivo? C'è forse un interesse non legittimo da tutelare? I Galatresi aspettano le risposte dall'Amministrazione Comunale.

* * *

Visualizza la nota del Segretario Comunale nr. 702 del 13/02/2020 (PDF) 97 KB

Nella foto: rifiuti al campo sportivo di Galatro.

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(19.2.20) IL SINDACO NON SI RENDE CONTO DELLA GRAVITA' DEL PROBLEMA DEI RIFIUTI AL CAMPO SPORTIVO (Francesco Orlando Distilo) - Dopo aver letto la risposta del Sindaco alla interrogazione del gruppo di minoranza al Consiglio Comunale di Galatro, ho realizzato che evidentemente egli non capisce la gravità del problema sollevato dalla minoranza, oppure che ormai il Sindaco viva in un mondo in cui non riesce più a distinguere ciò che è legale da quello che è illegale.

Se così non fosse non credo che il Sindaco oggi avrebbe dato alla cosa lo scarso rilievo che si rileva dalla sua risposta al gruppo di minoranza e avrebbe adeguatamente valutato il rischio del Comune di Galatro di poter avere, verosimilmente, un pubblico dipendente ed il legale rappresentante del Comune indagati per la gestione illegale dei rifiuti mediante l’utilizzo del Campo Comunale come centro di raccolta.

Per i non addetti ai lavori, riporto la “massima” della sentenza della Corte di Cassazione, Sezione 3, del 27 agosto 2019, n. 36456. “In tema di gestione dei rifiuti, integra il reato di realizzazione di discarica abusiva la condotta di accumulo di rifiuti che, per le loro caratteristiche, non risultino raccolti per ricevere nei tempi previsti una o più destinazioni conformi alla legge e comportino il degrado dell’area su cui insistono. Quanto alle condotte idonee ad integrare in via generale la nozione di gestione di una discarica abusiva, il reato, ...deve essere inteso in senso ampio, comprensivo di qualsiasi contributo, sia attivo che passivo, diretto a realizzare od anche semplicemente a tollerare e mantenere il grave stato del fatto-reato, strutturalmente permanente. Di conseguenza, devono ritenersi sanzionate non solo le condotte di iniziale trasformazione di un sito a luogo adibito a discarica, ma anche tutte quelle che contribuiscano a mantenere tali, nel corso del tempo, le condizioni del sito stesso”.

Vorrei, inoltre, sottolineare l’errore dell’azzeccagarbugli di riferimento del Sindaco quando, al punto 4) della sua risposta, definisce la società quale affidataria della raccolta dei rifiuti. Vorrei ricordare a costui che si definisce impresa affidataria: “L’impresa titolare del contratto di appalto con il committente” che, alla data del 13/02/2020, pare non fosse stato ancora stipulato.

La risposta del Sindaco appare, altresì, contraddittoria. In effetti al punto 2) si legge: “per decisione del Servizio Tecnico Comunale e in relazione alle esigenze dell’Ente, nell'area cementata antistante gli spogliatoi del Campo Sportivo Comunale..., sono state temporaneamente depositati un cumulo di sabbia e delle piastrelle in granito” mentre al punto 4) “la società affidataria del servizio di raccolta nel nostro Comune ha posizionato (motu proprio? n.d.a.) nel piazzale in questione...”. La lettura congiunta dei due punti evidenzierebbe, di fatto, un accordo con l’impresa aggiudicataria dell’appalto o, comunque, una volontà di destinare il Campo Sportivo a centro di raccolta di rifiuti solidi urbani e di rifiuti speciali.

Mi piacerebbe, inoltre, conoscere se la decisione di stoccare i rifiuti al Campo Sportivo sia stata una decisione autonoma del Tecnico oppure sia stata una decisione condivisa con il Sindaco.

Considerata la gravità dell’azione, qualora sia stata una autonoma decisione, vorrei anche capire se il Sindaco intenda avviare un procedimento disciplinare nei confronti del dipendente, altrimenti sarebbe evidente che sia parte in causa nella scellerata decisione di destinare il Campo Sportivo a centro di raccolta (non autorizzata) dei rifiuti solidi urbani e rifiuti speciali.

Colgo, inoltre, l’opportunità per ringraziare il Segretario Comunale, Avv. Carmelo Impusino, per la puntuale precisazione che ha fatto nella sua risposta, quando ha ricordato che la Giunta e il Consiglio Comunale si esprimono attraverso Delibere. Considerata la puntualità e precisione manifestata nell’occasione, gradirei che fosse altrettanto preciso e puntuale in quello che andrò ad evidenziare anche per evitare facili illazioni sulla sua condotta che, da quello che risulta, non è, comunque, messa in discussione.

Come abbiamo già visto, l’aggiudicazione, una volta divenuta definitiva, si procede alla stipula del contratto nel termine di 60 giorni o nel diverso termine come previsto dal comma 8 dell’art. 32 che specifica: “Divenuta efficace l’aggiudicazione, e fatto salvo l’esercizio dei poteri di autotutela nei casi consentiti dalle norme vigenti, la stipulazione del contratto di appalto o di concessione ha luogo entro i successivi sessanta giorni, salvo diverso termine previsto nel bando o nell’invito ad offrire, ovvero l’ipotesi di differimento espressamente concordata con l’aggiudicatario...”. L’aggiudicazione non esclude, quindi, la possibilità per il committente (nel caso de quo il Comune di Galatro) di avvalersi della revoca dell’aggiudicazione in autotutela.

E’ bene ricordare che il potere di autotutela della Pubblica Amministrazione rientra tra i poteri discrezionali attribuiteli dall’ordinamento, disciplinato dagli articoli 21 ter, 21 quinquies e 21 nonies della legge 241/1990 (legge sul procedimento amministrativo), e consiste nella facoltà riconosciuta in favore della PA di sospendere l’efficacia dei suoi atti o di ritirare un atto da essa stessa emanato (atto valido ed efficace) sia su iniziativa propria che su richiesta del privato interessato che abbia adeguatamente motivato la propria richiesta. Ciò al fine di eliminare, in maniera rapida ed efficace, i danni che un atto viziato potrebbe provocare.

Oltre alla descritta autotutela vi è l’autotutela cosiddetta esecutiva, posta in essere al fine di mantenere in vita atti amministrativi ormai scaduti o confermare altri atti che verosimilmente sarebbero inefficaci.

In entrambe i casi, ci troviamo dinanzi all’esercizio di un potere discrezionale della Pubblica Amministrazione, chiamata a valutare il requisito dell’interesse pubblico alla rimozione degli effetti di un provvedimento.

Nel primo caso l’annullamento costituisce un rimedio volto alla rimozione di un errore commesso nell’esercizio dell’azione pubblica. Nel secondo caso, invece, adegua e attualizza un rapporto precedente con l’emanazione di un nuovo provvedimento.

Il Consiglio di Stato, con sentenza n. 6507 del 18 Dicembre 2012, ha stabilito che l’amministrazione, nell’esercizio del potere di autotutela, non può soltanto rivedere i propri precedenti provvedimenti amministrativi e ritirarli, allorquando essi siano viziati o inopportuni, ma può sospenderne, cautelativamente e temporaneamente, gli effetti, qualora ciò sia necessario proprio per consentire lo svolgimento dell’attività istruttoria e delle verifiche indispensabili per la corretta assunzione della determinazione finale di riesame.

Affinché il potere cautelare di sospensione di provvedimenti adottati possa ritenersi correttamente esercitato, come del resto previsto anche dal secondo comma dell’art. 21 quater della legge 7 agosto 1990, n. 241, è indispensabile che sussistano gravi ragioni, cioè circostanze tali da rendere quanto meno inopportuno che un provvedimento emanato, non inficiato da vizi macroscopici o facilmente riconoscibili, continui a svolgere i propri effetti per evitare che questi possano definitivamente alterare e compromettere la situazione di fatto su cui incide.

Proprio il richiamo ai gravi motivi, che soli possono legittimare la sospensione degli effetti di un provvedimento, implica peraltro che il provvedimento di sospensione debba essere altresì adeguato e proporzionato rispetto al fine concreto che con esso l’amministrazione intende perseguire, con puntuale motivazione al riguardo.

Detto ciò, è utile evidenziare che prima del perfezionamento del contratto, infatti, l’aggiudicazione è revocabile in autotutela, mentre dopo la stipula, si possono annullare i vincoli contrattuali mediante la figura del recesso (Consiglio di stato, Adunanza Plenaria 29 giugno 2014, n. 14).

Vi sono dei casi, però, in cui la Pubblica Amministrazione può o deve rifiutare la stipula del contratto (con revoca dell’aggiudicazione e – se ritenuto – l’affidamento del contratto al secondo concorrente in graduatoria):

- in presenza di circostanze che comportino una nuova valutazione dell’interesse pubblico tale da giustificare l’esercizio di poteri di autotutela (art. 32, comma 8: «fatto salvo l’esercizio dei poteri di autotutela nei casi consentiti dalle norme vigenti»);

- in caso di perdita dei requisiti generali e speciali da parte dell’aggiudicatario e negli altri casi in cui la revoca è imposta da norme di legge e costituisce “atto vincolato”.

In presenza, quindi, di circostanze che comportino una diversa valutazione dell’interesse pubblico la legge consente alla Pubblica Amministrazione l’esercizio di poteri di autotutela. Naturalmente non può essere un esercizio arbitrario ma occorre che vi sia un’effettiva esigenza di tutela di un pubblico interesse. La stipula del contratto pubblico risponde infatti ad un interesse dell’Amministrazione, per cui ove quest’ultima decida (dopo aver espletato una gara pubblica) di non concludere il contratto con l’aggiudicatario, occorre che tale decisione sia giustificata dalla esigenza di tutelare un rilevante interesse pubblico.

La valutazione dell’interesse pubblico consiste in un libero apprezzamento, non sindacabile nel merito, del giudice amministrativo.

In tutte le ipotesi di revoca, dunque, appare determinante la circostanza che il relativo provvedimento dia ragionevolmente conto delle motivazioni che hanno indotto l’amministrazione a cambiare la propria precedente manifestazione di volontà, dovendo risultare in termini puntuali e specifici gli elementi di inidoneità che giustificano la mancata aggiudicazione allo scopo di rendere evidenti i risultati dell’istruttoria e le modalità con le quali questa è stata condotta.

La revoca può dipendere dal comportamento dell’aggiudicatario ovvero della Pubblica Amministrazione.

Occorre, altresì, evidenziare che in presenza di circostanze che comportino una nuova valutazione dell’interesse pubblico, la legge consente alla Pubblica Amministrazione la revoca dell’aggiudicazione in autotutela, anche, in alcuni casi, a contratto già stipulato.

Tra i sopravvenuti motivi di pubblico interesse ben possono rientrare anche comportamenti scorretti dell’aggiudicatario che si siano manifestati successivamente all’aggiudicazione definitiva.

Per individuare i casi di legittimo esercizio del potere di revoca da parte della Pubblica Amministrazione appare utile richiamare l’interpretazione fornita dall’Anac e dalla giurisprudenza, che riconoscono tale legittimità ogniqualvolta la condotta dell’aggiudicatario non fornisca garanzie di affidabilità, come, a titolo esemplificativo:

- qualora l’affidatario, a fronte di richieste documentali ricevute, non collabori alla stipula del contratto (ad esempio, ometta di consegnare alla Pubblica Amministrazione la documentazione necessaria per la stipula nei termini previsti);

- emergano elementi illeciti con riguardo alla condotta dell’aggiudicatario in relazione alla gara stessa (avvisi di garanzia etc.);

- il mancato assolvimento agli obblighi contributivi emerso successivamente all’aggiudicazione (Cons. Stato, 12/6/2017, n. 2804);

- il rifiuto dell’aggiudicatario di stipulare il contratto prima che fossero modificate talune clausole contenute nel capitolato di gara (Cons. Stato, 11 luglio 2016, n. 3054);

- la violazione delle clausole dei Protocolli di legalità (Cons. Stato, 20/1/2015, n. 143).

Queste circostanze sono ritenute valide a motivare il provvedimento di decadenza della aggiudicazione, non solo per l’impossibilità per l’amministrazione di procedere ad un’ulteriore dilatazione dei tempi per stipulare il contratto, ma anche per la possibile dimostrazione, nel comportamento dell’impresa, di una dubbia affidabilità dell’operatore economico, anche ai fini dell’esecuzione contrattuale.

Il potere di annullamento in autotutela del provvedimento amministrativo, nel preminente interesse pubblico al ripristino della legalità dell’azione amministrativa da parte della stessa Pubblica Amministrazione, sussiste anche dopo l’aggiudicazione della gara ed anche nel caso in cui sia intervenuta la stipulazione del contratto con conseguente inefficacia di quest’ultimo (Consiglio di Stato sez. V 1/4/2019 n. 2123; 22/03/2017, n. 1310).

Nel caso di perdita dei requisiti, la revoca della aggiudicazione (e il rifiuto di stipula del contratto) da parte della Pubblica Amministrazione non rappresenta esercizio del potere di autotutela decisoria che, come abbiamo visto, è discrezionale, ma attività amministrativa vincolata, essendo vietata dalla legge la conclusione di contratti di appalto con operatori economici privi dei requisiti.

In virtù dell’art. 32, comma 8, e dell’art. 93 del Codice, l’aggiudicatario ha un obbligo ex lege di stipulare il contratto, la cui inosservanza è fonte di responsabilità contrattuale e per tale motivo, l’omessa sottoscrizione, comporterebbe la possibilità di sospendere tutti gli effetti dell’aggiudicazione.

* * *

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(1.3.20) IL DOTTOR BERNARD DIEUX RACCONTA: VIRUS, PAURE E SOVRANISMI (Angelo Cannatà) - È SEMPRE “LA PESTE”. Da ieri a oggi: il personaggio principale del capolavoro di Camus, contestualizzato nel dramma, nelle accuse e nella fobia di questi giorni.

“I singolari avvenimenti che danno materia a questa cronaca…” riguardano la Lombardia, il Veneto e, in forma minore, altre parti d’Italia. Il Coronavirus si estende ogni giorno, insieme alla paura veicolata dalle strumentalizzazioni: “Incapaci al governo” è l’insulto più lieve. La Borsa di Milano affonda. Il Consiglio dei Ministri in verità, consultati i tecnici, ha isolato le zone a rischio e chiuso scuole, uffici, cinema: ha deciso. E’ giusto. Certo, “c’è chi è paralizzato dal panico”; chi svuota i supermercati; chi reagisce rifugiandosi nello stordimento (“godi l’attimo, domani potresti essere morto”); chi comincia a parlare, all’interno della Chiesa, di punizione divina. E’ sempre così.

In molti s’impegnano, va detto, per aiutare chi soffre, nonostante i limiti di risorse, conoscenze, rimedi; mentre altri cercheranno -vedrete- d’arricchirsi nella tragedia; io, dottor Rieux, invito, invece, alla responsabilità. Lo so, “questa non può essere la cronaca di una vittoria definitiva”, perché il male “non muore né scompare mai”, e comunque oggi i morti aumentano; vedo tuttavia nella società civile reazioni positive: un cittadino voleva all’inizio abbandonare la sua terra, andare lontano. “Ho sempre pensato - dice - di essere estraneo a questa città di non aver nulla a che fare con… Ma adesso che ho veduto quello che ho veduto, so che il mio posto è qui… Questa storia riguarda tutti.”

E’ la tempra morale di un popolo che emerge da queste parole e da altre simili; un popolo che, nella sua parte migliore, non si rassegna e lotta; non cede al panico dell’epidemia, ha fiducia nelle Istituzioni, e, nell’ora difficile, comprende quanto importante sia la Comunità, lo Stato: vivere in un Paese unito. Attraversiamo ore buie, va detto; molti fomentano: bisognava intervenire prima, controllare i voli, prendere misure più drastiche, la colpa è dei ministri. “Untori, non ci sono altre parole”. Si specula sulle tragedie. Basta. Urge coraggio e lavoro e compiere il proprio dovere. Questo penso, nonostante le incertezze. Sconfiggeremo il male? Debelleremo l’epidemia? E’ dura. A Codogno, a Casalpusterlengo, nel lodigiano e altrove, il virus si diffonde. Mi si chiede se credo in Dio. Ma che vuol dire questo? Sono un medico, “se avessi creduto in un Dio onnipotente avrei trascurato di guarire gli uomini, lasciandone la cura a lui… Ma nessuno in verità s’abbandona a un Dio di tal genere”; non ho certezze: “Sono nella notte e cerco di vederci chiaro; non so quello che mi aspetta né quello che accadrà, dopo. Per il momento ci sono dei malati e bisogna guarirli. Poi essi rifletteranno e anch’io.”

Organizzai, anni fa, a Orano, insieme a Rambert, una quarantena; ho esperienza: non bisogna farsi prendere dal panico ma nemmeno minimizzare: “in principio la quarantena era una semplice formalità poi la organizzammo in maniera assai rigorosa… avevamo preteso che i membri di una stessa famiglia fossero isolati gli uni dagli altri… non bisognava moltiplicare le probabilità della malattia.” Ero disponibile, solidale. Gli infermieri, i medici, i cittadini più attivi della società civile, cos’altro dovrebbero fare? Sono impegnato anche ora, con migliaia di volontari, nelle zone rosse: più di 220 casi di Coronavirus preoccupano, ma è splendido lo spirito di sacrificio di tante persone; è qui che si comprende, nelle difficoltà, “che nell’uomo ci sono più cose da ammirare che da disprezzare.”

Bisogna restare vigili, tuttavia; i cinici, gli sciacalli, non devono prevalere. Fui testimone nei primi anni Quaranta di una peste (anche morale); oggi è diverso, ma vale quanto scrissi allora: l’epidemia sarà debellata e si farà festa, non si dimentichi però che il bacillo del male “non muore né scompare mai, che può restare per decine d’anni addormentato… e che forse, sventura e insegnamento agli uomini”, si ripresenterà. Sia chiaro: oggi come allora non parlo (solo) di virus e medicina. Si combatta anche l’untore sovranista, l’altro terribile male che affligge il Paese.

Articolo apparso su Il Fatto Quotidiano martedì 25 Febbraio 2020

* * *

Nei prossimi giorni pubblicheremo un testo di Angelo Cannatà su Umberto Di Stilo autore di “Galatro. Pagine di storia”.


Nella foto in alto: Lo scrittore francese Albert Camus, autore del romanzo La peste.


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(11.3.20) L'ITALIA NELLA MORSA DEL CORONAVIRUS (Maria Francesca Cordiani) - Nello spazio di qualche settimana il nostro Paese, com’è noto, è inaspettatamente caduto nella morsa del virus covid-19. Ciò ha provocato un profondo cambiamento nelle abitudini dei singoli ed ancor più di tutti i settori della vita pubblica. Muta la vita sociale con rapporti interpersonali ridotti al minimo, la giustizia si ferma se non per alcuni casi, l’economia subisce un forte calo tanto che alcune agenzie di rating ipotizzano per l’Italia una fase di recessione, la scuola, il mondo dello sport e finanche la Chiesa cessano momentaneamente la loro attività.

Ma il fenomeno colpisce soprattutto la psiche degli individui, l’allarmismo e l’inquietudine, infatti, si diffondono, tanto da provocare fughe notturne e perfino tumulti e rivolte nelle carceri. Tutto passa in secondo piano, la salute diventa più che mai una priorità, le strutture sanitarie sono al collasso, come se già non lo fossero. Sintomo di un sistema sanitario vacillante ed incapace, soprattutto in alcune regioni, di far fronte all’emergenza per la mancanza di posti letto, nonostante gli inauditi sforzi dell’eccellente personale medico e paramedico. Si fa addirittura strada l’agghiacciante e terrificante ipotesi di una eventuale discriminazione tra i pazienti in base all’età ed alla probabilità di sopravvivenza.

Sembra di rivivere ciò che i nostri avi hanno vissuto al tempo del diffondersi di malattie infettive come il colera, quando le persone morivano per la mancanza di medicine. Le notizie e le raccomandazioni ci vengono catapultate senza sosta dai mass media, come dei veri e propri bollettini di guerra.

Riecheggiano come mai attuali le opere di alcuni grandi autori della letteratura quali il Camus, come già evidenziato da
Angelo Cannatà in un suo articolo pubblicato recentemente su questo giornale, ed il Manzoni. Il diffondersi dell’epidemia, difatti, dapprima ahimè rifiutata e negata, ha fatto sorgere la necessità di isolare l’intero Paese, trasformando le nostre case in luoghi di segregazione forzata ed i nostri ospedali in veri e propri "lazzaretti".

Un giorno, speriamo presto, tutto questo finirà, ci si augura, però che non finisca lo spirito di collaborazione, solidarietà e riconoscenza che si è al contempo sviluppato e che in futuro riusciamo ad essere più altruisti e rispettosi degli altri, nella consapevolezza di essere tutti uguali, senza alcuna distinzione.

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(22.3.20) ANCORA TROPPA GENTE IN GIRO PER STRADA, CHIUDIAMO GALATRO! (Tania Pettinato) - Sono tanti gli inviti a rimanere a casa, da parte di radio, tv e canali social. Nonostante ciò a Galatro ancora molti escono dalle proprie abitazioni per raggiungere parenti o amici senza reale necessità di farlo, vanno a fare la spesa in maniera sconsiderata, passeggiano con le cuffiette sgranocchiando biscotti per strada... ribadiamo che la situazione riguardo l'emergenza sanitaria è una cosa molto seria!

Ancora troppe auto ogni giorno varcano il confine del nostro territorio comunale, lo fanno per lavoro, per raggiungere i familiari che vivono fuori, per curare l'orticello che sta poco più giù... la gente esce nonostante tutto!

Mai come in questo momento qualsiasi mossa potrebbe essere fatale per la nostra piccola comunità, popolata per la grande maggioranza da anziani che sono la nostra linfa vitale, ma sappiamo anche essere più vulnerabile alle infezioni. Abbiamo fatto già tanto, ma dopo i casi di confermato contagio nel Comune di Rosarno non rimane che limitare ancor di più gli spostamenti.

Nel ringraziare le forze dell'ordine che stanno garantendo il corretto monitoraggio dell'intero territorio comunale, visto l’aumento dei casi nella piana di Gioia Tauro e al fine di contenere di più il contagio: chiediamo il più importante sforzo all'Amministrazione Comunale, quello di chiudere Galatro vietando spostamenti all’interno e al di fuori del Comune, assieme al divieto di stazionare sulle panchine, viali e luoghi pubblici, di fare sport all'aperto e di portare fuori gli animali domestici se non nelle immediate vicinanze delle proprie abitazioni.

Confidiamo nel buon senso di ognuno di noi affinché il sacrificio di molti non sia vano.

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(25.3.20) VIRUS, REGIONI E RISVOLTI ANTICOSTITUZIONALI (Maria Francesca Cordiani) - Quella sviluppatasi in quest’ultimo periodo è senza dubbio una tragedia epocale ad ampiezza mondiale il cui ricordo rimarrà indelebile in tutti coloro che l’hanno vissuta. Impossibile, infatti, è dimenticare le laceranti e strazianti immagini dei numerosi camion dell’esercito contenenti centinaia di feretri trasportati dalla Lombardia in altre Regioni diventate il simbolo della guerra, che stiamo vivendo, oltre naturalmente agli altri innumerevoli decessi causati giornalmente dal coronavirus.

Uomini e donne innocenti vittime di un nemico sconosciuto e senza scrupoli, che li ha costretti a vivere gli ultimi momenti della loro vita lontano dagli affetti più cari e a cui non ha concesso nemmeno la possibilità di avere un degno funerale. Sconcertante è, infatti, la tortura subita anche dopo la morte da questi malcapitati esseri umani nei forni crematori, così come avvenne per più di un milione di persone, la maggioranza dei quali ebrei ad Auschwitz.

L’epidemia però non si è fermata a questo, ma ha completamente stravolto ciò che prima era considerato normalità. Le misure atte al contenimento del diffondersi ahimè sempre più rapido del virus covid 19 si sono infatti insediate nella quotidianità e nella vita sociale degli individui sottoponendoli a forti restrizioni, già in passato in realtà utilizzate per porre rimedio al diffondersi di malattie infettive che hanno, come quella attuale, provocato la morte di migliaia di esseri umani nell’intero globo terrestre. Ciò a dimostrazione di come la storia purtroppo si ripeta.

Basti ricordare, ad esempio, la peste sviluppatasi nel '300, che colpì una elevata percentuale della popolazione mondiale e ne causò la morte, o la spagnola che in Italia si diffuse nei primi decenni del Novecento, che cagionò la morte di una moltitudine di persone in tutto il mondo. Allora come oggi la scienza non aveva ancora scoperto i farmaci appropriati per debellare le suddette malattie, per cui uno dei rimedi utilizzati fu proprio il ricorso alla quarantena.

In buona sostanza lo sviluppo della pandemia oltre a privare una miriade di individui del bene più prezioso qual è la vita, ha altresì messo a repentaglio diritti fondamentali dei cittadini riconosciuti espressamente dalla nostra Carta Costituzionale oltre che dai trattati europei ed internazionali, come la libertà di riunione e di circolazione delle persone, suscettibile in verità di limitazione nei casi di emergenza sanitaria e di sicurezza.

Non solo, ma in alcuni casi ha anche determinato lo stravolgimento dei principi costituzionali di unità ed indivisibilità della Repubblica e della divisione dei poteri tra Stato e Regioni.

Al riguardo, com’è noto, l’articolo 120 della nostra Costituzione stabilisce, tra l’altro, che la Regione non può «adottare provvedimenti che ostacolino in qualsiasi modo la libertà di circolazione delle persone e delle cose tra le Regioni».

Perciò, taluni provvedimenti regionali e comunali che hanno imposto la chiusura di intere Regioni e comuni, sia pur pienamente condivisibili, per le ragioni che ne sono alla base, collidono, a mio parere, con la predetta disposizione costituzionale.

Gli enti locali, dunque, non potrebbero disporre la chiusura dei loro territori, anche se in via eccezionale e solo nei casi di estrema urgenza il decreto legge 6 e la relativa legge di attuazione, norme comunque di rango secondario, hanno previsto la possibilità per le autorità locali di imporre divieti di accesso ed allontanamento da un luogo ad un altro, nelle more dell'adozione dei decreti del Presidente del Consiglio.

In ogni caso sicuramente la tragica esperienza che oggi stiamo vivendo, rimarrà dentro di noi e forse in futuro ci farà meglio apprezzare anche le piccole cose che la vita ci regala. Al momento non resta altro che affidarsi al nostro buon senso e senso di responsabilità, al fine di poter al più presto arrestare il ciclone che ci sta travolgendo.

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(28.3.20) I FILOSOFI E IL CORONAVIRUS: SCONTRO SUL CONTAGIO CHE NON C'E' (MA UCCIDE) (Angelo Cannatà) - La reazione di Giorgio Agamben all'epidemia ricorda la teoria di Swedenborg, severamente criticata da Kant, secondo cui sarebbe possibile comunicare con le anime dei defunti. Ma le evidenze della scienza non possono essere negate.

Nel 1765 Kant scrive Sogni di un visionario chiariti coi sogni della metafisica; occasione del testo fu la farneticante teoria di Swedenborg, convinto di poter comunicare con le anime dei defunti. Kant demolisce sul piano logico le tesi del visionario; poi usa l’arma dell’ironia: certe farneticazioni “si combattono coi purganti”.

Ne parlo perché anche oggi qualche intellettuale va “oltre i limiti della ragione” e costruisce “teoremi” assurdi: Agamben, per dire, con “
L’invenzione di un’epidemia” (Il Manifesto, 26 febbraio); gli ha risposto Jean-Luc Nancy, filosofo francese; e da qualche giorno sul sito della rivista MicroMega Paolo Flores d’Arcais, “Filosofia e virus: le farneticazioni di Giorgio Agamben” (Micromega, 16 marzo). Se ne discute, insomma. E giustamente; Agamben è filosofo accreditato a livello internazionale (teorico della biopolitica, inaugurata da Michel Foucault) ma stavolta, davvero, l’ha sparata grossa.

In breve: sono “irrazionali e del tutto immotivate -scrive- le misure di emergenza per una supposta epidemia dovuta al virus corona”; “I media e le autorità si adoperano per diffondere un clima di panico, provocando un vero e proprio stato di eccezione, con gravi limitazioni delle condizioni di vita e di lavoro”; obiettivo: “usare lo stato di eccezione come paradigma normale di governo… Si direbbe che esaurito il terrorismo come causa di provvedimenti d’eccezione, l’invenzione di un’epidemia possa offrire il pretesto per ampliarli oltre ogni limite.” Kant disse che Swedenborg è un “candidato all’ospedale”; cosa direbbe di Agamben? E’ pazzesca la negazione dell’evidenza: del contagio, dell’epidemia; la negazione, in verità, delle attestazioni della scienza; e maniacale l’insistenza sul complotto del governo “per imporre lo stato d’eccezione”. In verità, al Nostro ha già risposto Jean-Luc Nancy: “Giorgio Agamben sostiene che il coronavirus differisce appena da una semplice influenza. Dimentica che per la ‘normale’ influenza disponiamo di un vaccino di provata efficacia.” Di più: Nancy cita un episodio personale che la dice lunga sulle certezze di Agamben: “Quasi trent’anni fa, i medici hanno giudicato che dovessi sottopormi a un trapianto di cuore. Giorgio fu una delle poche persone che mi consigliò di non ascoltarli. Se avessi seguito il suo consiglio probabilmente sarei morto ben presto” (27 febbraio).

Ecco: Agamben è un intellettuale lucido nel suo specifico campo d’indagine (le sue idee sulla tanatopolitica, sul Potere che “dispone della vita e della morte dei sudditi” hanno fatto discutere), ma è anche uno che invita a non fidarsi dei medici; noi preferiamo non fidarci di lui quando farnetica contro la scienza ed elabora tesi complottiste.

Ha ragione Paolo Flores d’Arcais a criticare “le perle distillate” sul Manifesto (anche in “Contagio”, 11 marzo) “da un filosofo di rinomata audience, che si porta molto”; Agamben infatti scrive: media e autorità soffiano “sulla cosiddetta epidemia”; “una delle conseguenze disumane del panico che si cerca di diffondere in Italia… è la stessa idea di contagio”; per il Nostro il problema non è il contagio, che non c’è, ma che se ne diffonda l’idea; d’altronde: “l’idea di contagio era estranea alla medicina ippocratica” (“mo me lo segno”, direbbe Travaglio).

Stringente Flores versus Agamben sui Promessi sposi: “Il buon Manzoni mai avrebbe immaginato che il suo romanzo sarebbe stato letto al contrario di quanto voleva dire. Questo testo è attualissimo, infatti, non già perché Manzoni neghi l’idea del contagio… bensì perché fustiga le autorità che troppo a lungo preferiscono ignorarlo.” Perfetto. Flores distrugge sul piano logico Agamben per il quale “non è il virus che rende ogni persona un potenziale moltiplicatore del contagio. No. Sono ‘le recenti disposizioni’… che ci costringono a vivere l’un l’altro come potenziali untori. Ai manuali di logica, nel capitolo dedicato alle ‘fallacie’, sarà d’uopo aggiungere una nuova fattispecie: la fallacia dell’untore, o fallaciagamben.”

Può bastare per cogliere il senso e la portata di una disputa tra filosofi sul coronavirus; e per evidenziare come, a volte, anche intellettuali attenti (come sicuramente è Agamben) perdano “il senso della realtà”. Flores invita alla razionalità: per risollevarci dalle macerie - dice - urgono “più eguaglianza e più illuminismo, scienza, ricerca. Senza di che la democrazia non ce la farà.” Che dire ad Agamben? Gli poniamo la domanda che vale da sempre - e non gli è certo ignota - contro i negazionisti di ogni tipo: visto che il contagio non c’è, può spiegarci che fine hanno fatto i familiari di quei ragazzi disperati che piangono centinaia di padri e nonni morti ogni giorno per il virus? Non se ne può più di certa filosofia, delle enormi forzature (“l’invenzione dell’epidemia”, “il complotto del governo”); capisco la provocazione di Flores: “è una filosofia del cazzo”. Kant era più elegante, d’accordo, ma nella sostanza sosteneva la stessa tesi: “certe farneticazioni si combattono coi purganti”.

P.s. Quanto sopra è un doveroso omaggio agli scienziati, ai medici, agli infermieri che non si masturbano con le parole (“l’idea del contagio era estranea alla medicina ippocratica”), ma lottano ogni giorno e ogni ora per salvare vite dal contagio “che non c’è”.

Articolo uscito su:
Il Fatto Quotidiano del 22 marzo 2020;
Micromega del 25 marzo 2020

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(4.4.20) MA CHE NE SARA' DELLA DEMOCRAZIA? (Maria Francesca Cordiani) - Come in maniera eccelsa ha affermato il nostro chiarissimo ed illustrissimo Presidente della Repubblica oggi stiamo vivendo “una pagina triste della nostra storia”, un dramma dalle dimensioni incalcolabili ed imprevedibili, attorno al quale emerge lo spirito di solidarietà ed unità che pervade il popolo italiano e l’umanità intera. Una sciagura non solo in termini di vite umane, che disgraziatamente non ci sono più, ma anche per tutti coloro che quotidianamente si trovano in prima linea a combattere questa dura e atroce battaglia lottando senza sosta con grande generosità ed abnegazione sacrificandosi per gli altri.

Mi riferisco, ed a tal proposito faccio mie le parole del nostro amatissimo ed eccellentissimo Papa, “a quei compagni di viaggio esemplari che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita”, ovvero a quelle “persone comuni solitamente dimenticate che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste, né nelle grandi passerelle dell’ultimo show, ma senza dubbio stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia”. Tra questi, come hanno anche sottolineato i due pregiatissimi Capi di Stato, vi sono i medici, gli infermieri e tutti gli operatori sanitari, che ogni giorno con ritmi estenuanti curano e danno conforto agli ammalati soli e talvolta incapaci di parlare in quelle orrende stanze d’ospedale, i farmacisti che costantemente si prodigano per la salvaguardia della salute pubblica, le forze armate e le forze dell’ordine che si adoperano senza sosta al fine di tutelare la collettività, i sacerdoti che con le loro preghiere danno a tutti sollievo e consolazione, gli addetti dei supermercati che permettono agli italiani di poter avere gli approvvigionamenti alimentari, gli autotrasportatori che fanno da spola tra i vari attori della filiera agroalimentare per garantire a tutti i beni di prima necessità, ecc.

In questa fase di emergenza, e soprattutto in uno stato di diritto qual è il nostro, occorre però effettuare una breve riflessione sull’operato del governo, pur sicuramente comprensibile perché volto a tutelare l’incolumità dei cittadini, che lascia tuttavia emergere qualche dubbio sulla legittimità riguardo le modalità con cui vengono disposte le misure atte alle suddette finalità, che presentano secondo me alcuni profili di incostituzionalità.

Premesso che tali misure secondo quanto disposto dai decreti legge n. 6 e 19 andrebbero adottate “secondo principi di adeguatezza e proporzionalità al rischio effettivamente presente su specifiche parti del territorio nazionale ovvero sulla totalità di esso”, occorre innanzitutto affermare che la reiterazione dei decreti legge, atti che, com’è risaputo, vengono emanati in caso di necessità ed urgenza per ovviare ai tempi più lunghi necessari per l’emanazione di una legge, come ha più volte sostenuto la Corte costituzionale, se non è basata su nuove circostanze straordinarie ed urgenti è incostituzionale poiché lesiva degli equilibri costituzionali.

Ed allora perché il governo non ha ad esempio immediatamente presentato un disegno di legge in Parlamento ?

Analizzando poi il testo di tali decreti saltano immediatamente all’occhio ulteriori motivi di contrasto con la Carta Costituzionale.

In primo luogo entrambi i decreti delegano l’esimio Presidente del Consiglio per l’attuazione delle disposizioni in esse contenute, mentre in realtà il suddetto atto non può delegare l’esercizio della funzione legislativa.

In secondo luogo il Premier ha il potere di emanare atti amministrativi, che comunque non possono essere in contrasto con la legge ed in primis con la Costituzione, che in riferimento alla libertà di circolazione ed alla libertà di iniziativa economica privata prevede una riserva di legge, atteso che stabilisce che le suddette libertà possono essere rispettivamente limitate solo dalla legge per motivi di sanità e sicurezza o per il raggiungimento di fini sociali.

Ed allora non è dato comprendere come mai sia stato scelto tale tipo di atto per porre dei limiti ai sopraindicati diritti dei cittadini, che addirittura conferisce alle regioni il potere di emettere ordinanze più restrittive.

La coniazione di un nuovo reato e delle relative sanzioni con un decreto legge, inoltre, secondo autorevole dottrina, sarebbe incostituzionale poiché contraria al principio di legalità previsto tra l’altro dall’art. 25 del codice penale secondo cui “nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso”.

L’originaria previsione nel primo decreto sopra menzionato di una nuova fattispecie di reato e la modifica di un testo di legge precedente effettuata dal secondo dei suddetti decreti sembra quindi collidere con la Carta Costituzionale.

In ultimo con il nuovo modello di autocertificazione sono state poi implicitamente ratificate le ordinanze regionali limitative della libertà di circolazione, che sono palesemente in contrasto con la nostra fonte super primaria del diritto.

Certamente, e soprattutto in questo periodo, come diceva Machiavelli, il fine giustifica i mezzi, speriamo però che il sopradetto modus operandi in futuro non costituisca un precedente, altrimenti che ne sarà della democrazia?

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(11.4.20) IL CORONAVIRUS E LE IDEE POPOLARI SULLA SCIENZA (Domenico Distilo) - Non era mai successo, neppure per le elezioni comunali, neppure per la fase successiva di ripresa delle terme da parte del Comune, che tutte le “Ultime” - l’home page del nostro giornale - avessero un unico argomento. Solo il Coronavirus, finora, ha avuto la forza, incredibilmente, di monopolizzare per intero l’attualità - sia pure declinata in (e da) diverse prospettive - di Galatro Terme News, che al pari di qualsiasi altro organo d’informazione, piccolo o grande, nazionale o locale, conservatore o progressista, di ispirazione religiosa o laica, non ha spazio che per il Covid-19 e, nel nostro caso, soprattutto per i suoi riverberi locali.

Il che dà l’idea della dimensione “epocale” di un evento inaspettato, al suo apparire sottovalutato, poi irresistibilmente cresciuto nella considerazione generale fino all’attuale monopolio dell’attenzione, ad ogni livello. Spingendo molti ad un confronto con il modo di “vivere” eventi simili o analoghi da parte di altre epoche, che secondo l’opinione generale, ma anche stando a quella accreditata, non disponevano di quel formidabile atout di cui noi invece disponiamo e che è rappresentato dalla scienza, secondo la stragrande maggioranza “infallibile” per definizione. Al punto da indurre a non ammettere che uno scienziato possa sbagliare una previsione – “ma che scienziato è?” - o, se lo scienziato è un medico, possa sbagliare una diagnosi o possa non correlare a una diagnosi magari esatta la giusta terapia, a meno che non sia manifestamente negligente o, peggio che peggio, in malafede. In tal caso, sempre per l’opinione generale – ma in questo caso quella accreditata non le sta dietro “solo” per motivi etici o per dir meglio: di decenza, non certo “sostanziali” - merita di venire insultato, vilipeso, finanche malmenato, essendo escluso che il medico, se è medico degno del nome, possa sbagliare - dico proprio “sbagliare” - valutazione, sbagliare anche se “in scienza e coscienza”, senza che l’errore sia imputabile all’incidenza di fattori accidentali, imponderabili, imprevedibili nella loro genesi e nel loro sviluppo.

Dall’alta considerazione con cui si gratifica la scienza in generale (e la medicina in particolare) discende la sorpresa “perché non ci hanno detto come sarebbe andata a finire”, “perché non hanno previsto”, “perché non hanno ancora pronto il vaccino”. Come se la scienza (e la medicina in particolare, più di tutte le altre scienze) fosse un’attività superumana, da semidei, e quando si tratta di scienziati, soprattutto se medici, non si possa conceder loro venia perché sì, “errare humanum est”... “sed non sapientium et medicorum maxime”.

A monte di questi atteggiamenti non è difficile individuare, riguardo alla scienza in generale, il retaggio del positivismo ottocentesco, uso a celebrare la scienza quale nuova religione e gli scienziati quali suoi sacerdoti, entrambi forieri, per il genere umano, di “magnifiche sorti e progressive”. Così come, riguardo alla medicina, non si può non ascrivere agli strepitosi successi novecenteschi la sua pretesa infallibilità, sorvolando sul fatto che neppure le scienze cosiddette esatte possono ormai più definirsi infallibili, dopo le vicissitudini novecentesche in seguito alle quali è esplosa la “ribellione del numero”, (titolo di un libro dello storico della matematica Paolo Zellini uscito a metà degli anni Ottanta), culminata nel “teorema d’indecidibilità” di Godel, a seguito del quale anche la matematica è diventata più o meno un’opinione.

Ad onta della sopravvenuta opinabilità della matematica, c’è da giurare che l’opinione generale, a rappresentare la quale fino a una decina d’anni fa si chiamava in causa il cosiddetto “uomo della strada”, continuerà - chissà per quanto - a giurare e a fare voti sull’infallibilità della scienza, ignara delle leggi della logica, per le quali “il contrario di una proposizione fattuale non è mai contraddittorio”, così che potrebbe accadere ciò che non è mai accaduto – o non accadere ciò che invece è sempre accaduto, alla faccia della cosiddetta uniformità della natura, il pilastro, si badi bene, dell’epistemologia galileiana.

Non c’è dubbio che non è, per il momento, entrata nel comune modo di pensare l’idea che la scienza sia fallibile, cosa di cui non c’è da sorprendersi se si fa caso al fatto che la popolarità di Karl Popper – il filosofo austro-inglese che associò la scientificità al fallibilismo, o falsificazionismo - è molto più legata alle sue intemerate, in età ormai tarda, contro la televisione che diseduca invece che alle idee che nutriva sulla scienza.

Smontare l’idea della infallibilità della scienza è un’impresa improba, a cui si potrebbe por mano con l’aiuto di una disciplina che nei licei non si studia, la storia della scienza, la sola che potrebbe mostrare quanto sia vecchia e superata l’idea che si ha dello scienziato che sta da una parte, l’oggetto di studio e ricerca dall’altro e la scienza in mezzo, a far da filtro alla verità mentre trascorre dalla natura all’intelletto. Per l’opinione comune siamo ancora al medioevo, all’idea della conoscenza come adequatio rei et intellectus. Una delucidazione su questo punto porterebbe a non considerare gli scienziati alla stregua di semidei, facendo anche diminuire le aggressioni ai medici, figlie di un’incongrua divinizzazione di scienza e scienziati. Dai quali ci si aspetta molto, con la disillusione e la rabbia che ne seguono.

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(13.4.20) CORONAVIRUS E CRISI ECONOMICA (Maria Francesca Cordiani) - Dalle recenti conferenze stampa della Protezione Civile sembra di scorgere finalmente una luce in fondo al tunnel. Un traforo lungo e tortuoso che all’improvviso, com’è noto, ha fatto tanto piangere e continua a far piangere il nostro caro Paese e che ha travolto tutti coloro che c’erano sul suo percorso senza distinzione e pietà alcuna.

Un lungo tragitto durante il quale il popolo italiano si è mostrato più che mai unito e solidale, non solo a parole. Indimenticabili a tal proposito sono le manifestazioni canore che si ergevano dai balconi delle città del Nord come quelle del Sud, ma soprattutto con i fatti, molti infatti non hanno esitato ad andare nelle zone più colpite dal virus, mettendo a grosso repentaglio la propria vita per soccorrere i tanti, troppi malcapitati.

Un senso di appartenenza, una solidarietà, che rimarranno indelebili nei nostri ricordi, così come incancellabile sarà la collaborazione dimostrata concretamente agli italiani da molti paesi del mondo: emblematica al riguardo è stata quella dimostrataci dall’Albania, un paese povero come ha affermato il Suo stesso Presidente, ma sicuramente ricco di sani principi e valori, senza dimenticare però l’aiuto giunto dagli altri Paesi come la Cina, la Russia, gli Stati Uniti, ecc.

Enorme poi è stato l’impatto economico-sociale causato dalla pandemia, che ha comportato un progressivo stallo dell’economia conseguente alla chiusura delle attività ritenute non essenziali.

I tentativi messi in campo dal governo per tentare di farvi fronte con l’adozione di una serie di misure, talvolta confusionarie, rischiano di rivelarsi inconsistenti ed esigue.

Il semplice rinvio di qualche mese dei versamenti tributari e contributivi, la concessione di un credito d’imposta o di un bonus una tantum a talune categorie di lavoratori, che, tra l’altro, per i professionisti iscritti alle casse di previdenza speciali oltre a prevedere vincoli relativi al reddito e di ordine probatorio al momento è stato addirittura sospeso, molto probabilmente non saranno sufficienti per sanare la profonda crisi economica che si è venuta a creare a causa della cessazione forzata della maggior parte delle attività economiche e professionali.

La promessa della concessione di liquidità alle imprese sotto forma di prestiti bancari coperti da garanzia statale, inoltre, non solo presenta molti inconvenienti dovuti al fatto che per i crediti non coperti al 100% le banche dovranno aprire un’istruttoria con le conseguenti lungaggini burocratiche che ne deriveranno, ma rischia addirittura di risolversi in un nulla di fatto, essendo necessaria l’autorizzazione della Commissione Europea.

In questo quadro di profonda incertezza interno si aggiunge quello emergente da un’Europa che appare divisa e ben lontana da quegli obbiettivi di solidarietà tra gli stati membri, di benessere dei cittadini e di progresso sociale che ne hanno costituito le fondamenta.

L’accordo recentemente raggiunto tra i Paesi dell’Eurozona infatti potrebbe non essere sufficiente nel lungo periodo a risollevare l’Italia dagli effetti della crisi economica e finanziaria causata dal coronavirus.

Un compromesso che si aggiunge alle altre precedenti misure previste dall’Unione Europea, quali la sospensione dei vincoli previsti nel Patto di Stabilità e l’acquisto annunciato dalla Presidente della Banca Centrale Europea di titoli di stato per contribuire ad un aumento della liquidità per le famiglie e le imprese e che in sostanza prevede per gli Stati membri la sospensione delle condizioni per l’accesso al fondo salva stati per le spese sanitarie (ma solo fino alla durata della pandemia), un’integrazione della cassa integrazione dietro fornitura di apposita garanzia da parte dei Paesi Europei e finanziamenti alle imprese dalla Banca Europea degli Investimenti grazie alla creazione di un Fondo comune tra gli Stati membri.

Le suddette misure potrebbero essere inadeguate rispetto all’ulteriore innalzamento del debito pubblico, che sicuramente deriverà dalla crisi in atto.

La soluzione migliore appare quella prospettata dall’Italia ovvero l’emissione di Eurobond, titoli di debito comunitari su cui i singoli stati pagherebbero un minor tasso d’interesse, cui corrisponderebbe un maggior ricavo per gli stessi.

Ma solo il tempo ovviamente potrà mostrarci qual è la scelta più efficace per il risanamento economico–sociale della nostra Italia.

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