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29.1.19 - La nuova silloge poetica di Rocco Giuseppe Tassone
Domenico Distilo

11.2.19 - Uscito il brano "Nocturne" di Nicola Sergio, primo episodio della sua miniserie Youtube


13.2.19 - Ricordando sempre mia moglie

Filippo Cirillo

10.3.19 - Un ricordo del Prof. Vincenzo Fusco

Domenico Distilo

20.3.19 - Posto d'onore per Francesco Cortese al Festival della canzone napoletana di Zurigo


26.4.19 - Quelli che uccidono il padre

Pasquale Cannatà

30.4.19 - Ed il feretro veniva accompagnato dai bracieri accesi

Rocco Giuseppe Tassone

21.5.19 - Il libro di Padellaro sul "gesto di Almirante e Berlinguer" e ciò che se ne ricava per Galatro

Angelo Cannatà





(29.1.19) LA NUOVA SILLOGE POETICA DI ROCCO GIUSEPPE TASSONE (Domenico Distilo) - Solo il poeta può nel canto, la nuova silloge poetica di Rocco Giuseppe Tassone (Edizioni d’autore, pp. 118, con prefazione di Lorenzo Infantino, postfazione di Daniele Macris e “Consegna” dell’autore in cui la vocazione alla poesia e, in generale, alla scrittura viene, tra il serio e il faceto, ascritta alla scelta della madre di porgli in mano, al primo taglio delle unghie, una penna invece che, come usava, del denaro o un qualsiasi altro oggetto di valore), sollecita una riflessione sull’esclusiva, riconosciuta ai poeti, di schiuderci mondi e orizzonti altrimenti inaccessibili. Riflessione che, nel caso, è bene prenda le mosse dal chiarimento di un equivoco: la poesia di R. G. Tassone non è, come sembrerebbe, mera elaborazione di un’inquietudine esistenziale che avrebbe nella solitudine il suo movente e la sua scaturigine.

R. G. Tassone, se si può definire “solo”, lo è né più né meno di quanto lo sia ogni altro essere al mondo. Per essere chiari: se la cifra della poesia di Tassone, come di ogni altro poeta, fosse unicamente la solitudine, allora si identificherebbero e confonderebbero lo specifico ed il comune poetico. La verità è invece che, così come ogni altra voce autenticamente poetica, egli si isola per usare la solitudine quale strumento di indagine, per mettersi, attraverso essa, sulle tracce dell’Essere, che “si nasconde” - secondo la celebre formula heideggeriana - e solo dai poeti potrà forse, un giorno, lasciarsi ri-velare – ri-velazione che, stando alla stessa etimologia, è un nuovo velamento - non mai scoprire, ché finirebbe altrimenti d’essere mistero, quel mistero che è la condizione del suo perenne darcisi nell’orizzonte del tempo. Ed è la condizione stessa dell’esistere dei poeti e della poesia, che non avrebbero davvero cosa più fare se il mistero ci fosse una volta per tutte svelato, magari da loro stessi.

Interrogandosi sulla solitudine in Se la solitudine è, composta nel 2012, R. G. Tassone va in cerca di una definizione che, per il fatto stesso di venire cercata, presuppone che il suo oggetto e meta della ricerca sia altro dal poeta, dunque non (o non ancora) condizione esistenziale, ma qualcosa che egli trasforma in (poetica) esplorazione dell’essere.

Se la solitudine non ci fosse, per intenderci, non esisterebbe il poeta, che per essere tale deve staccarsi dalla comune, sociale umanità e intessere con le cose, con l’essere, un rapporto all’insegna della immediatezza, del vis à vis come dicono i francesi, garantendo per tal via una consonanza piena, un’identificazione che è da vedersi come il solo modo di conoscere, secondo una locuzione attribuita, tra gli altri, a Giovanbattista Vico e Tommaso Campanella.

L’ansia verso l’altro e la tensione di divenire altro da sé tocca il culmine in Io che… del 2015, che a una lettura superficiale, o se vogliamo canonica, potrebbe apparire ispirata da pessimismo cosmico-esistenziale, là dove si tratta invece di tensione verso l’infinito, aspirazione a sciogliersi in esso, riproponendo un modulo della poesia romantica dentro un'atmosfera purgata dell’impeto ed assalto, delle passioni di cui è stata preventivamente attuata la catarsi.

E a proposito di catarsi: nella poesia di R. G. Tassone le passioni appaiono purgate mentre, paradossalmente, persiste la tensione ad essere altro, a divenire altro, a sciogliersi nell’infinito che, se nella succitata Io che... evoca l’oblio, in parecchi altri componimenti si declina come attesa, aspettativa, visione ed attitudine-aspirazione a vivere da morti o morire restando vivi, intrattenendo con la signora con la falce in pugno un rapporto via via più stretto, più confidenziale, fino al culmine della dissoluzione nel gran mare dell’Essere, che si può configurare come l’antidoto a tentazioni e soluzioni nichilistiche, che davvero non potrebbero spiegarsi in uno che si rivolge ai suoi studenti ebbro della possibilità che gli offrono di continuare a vivere in essi.

Il nostro poeta, per concludere, esplora l’Essere nella dimensione della morte, declinandola come inizio di una nuova vita, con un afflato religioso che, se pur dissimulato, è l’essenza della poesia del nostro autore.

Articoli attinenti:
22.12.2018 - Prefazione al libro di poesie di Rocco Giuseppe Tassone
31.08.2018 - Incontro a Candidoni con Rocco Giuseppe Tassone
18.08.2017 - "Il Tassone": vocabolario del lessico di Candidoni

Nella foto in alto: Rocco Giuseppe Tassone in un disegno.

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(11.2.19) USCITO IL BRANO "NOCTURNE" DI NICOLA SERGIO, PRIMO EPISODIO DELLA SUA MINISERIE YOUTUBE - E' appena uscito il brano di Nicola Sergio dal titolo Nocturne, primo episodio della mini-serie YouTube in piano solo. Il brano é disponibile sulle principali piattaforme digitali (YouTube e Bandcamp) dove è possibile in aggiunta scaricare lo spartito e la copertina.

Con questo progetto debutta il brand "Nicola Sergio Music" che si occuperà d'ora in avanti delle produzioni dell'artista in ambito Jazz, Film Music, Arrangiamenti ed altro.

Nocturne dà l'avvio ad una piccola serie di composizioni per piano solo, concepita come musica per video (film, clip, videogiochi, audiolibri). Nato dalla collaborazione con 2h56 Productions of Paris, il brano sarà la colonna sonora di un videoclip che verrà realizzato nella primavera del 2019. L'idea del brano è quella di rappresentare le quattro fasi della vita umana: infanzia, gioventù, maturità, vecchiaia. E' prevista a breve l'uscita di nuovi episodi.





Ecco i link delle principali piattaforme da cui è possibile ascoltare, vedere il video o scaricare il brano:

YouTube

Bandcamp

Altre piattaforme

INVITIAMO I LETTORI AD ISCRIVERSI AL
CANALE YOUTUBE DI NICOLA SERGIO
"With your clic, promote good music"


Ecco infine le date dei prossimi concerti di Nicola:

15 marzo, Parigi: Nicola Sergio / Mauro Gargano Duo
22 marzo, Parigi: Nicola Sergio Trio
5 aprile, Nanterre: Nicola Sergio Piano Solo
10 maggio, Barcellona: Nicola Sergio / Bart Barenghi Duo
11 maggio, Barcellona: Nicola Sergio / Bart Barenghi Duo
12 maggio, Barcellona: Nicola Sergio / Bart Barenghi Duo
25 maggio, Parigi: Nicola Sergio / Gabriella Zanchi Duo

www.nicolasergio.com

www.facebook.com/Pagina-Nicola-Sergio-644265625942114


Nelle foto: copertina di "Nocturne" e Nicola Sergio mentre esegue il brano al pianoforte.

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(13.2.19) RICORDANDO SEMPRE MIA MOGLIE (Filippo Cirillo) - Nuove parole dedicate da Filippo Cirillo alla moglie Carmela Luppino nell'anniversario della sua scomparsa:






Impaginazione word di Arianna Sigillò

* * *

Altro sullo stesso tema:
31.10.2018 -
In memoria della povera Carmela
23.8.2018 - Altre due poesie per mia moglie scomparsa
28.5.2018 - Ricordando mia moglie scomparsa
15.7.2017 - Versi in ricordo di mia moglie

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(10.3.19) UN RICORDO DEL PROF. VINCENZO FUSCO (Domenico Distilo) - E’ morto nei giorni scorsi, dopo una lunga malattia, Vincenzo Fusco, intellettuale polistenese e storico docente di filosofia e storia dei licei di Cittanova, avendo insegnato prima al liceo classico “Gerace”, poi al liceo scientifico “Guerrisi”, dove ha concluso la carriera alla fine degli anni Novanta. Presentiamo un ricordo scritto da Domenico Distilo, di cui Fusco è stato collega, insegnando peraltro le stesse discipline, al “Guerrisi” dal 1990 al 1998.

* * *

Conobbi Vincenzo Fusco alla fine degli anni Settanta, quando era il professore di filosofia e storia di mio fratello al liceo scientifico “Guerrisi” di Cittanova. L’incontro, del tutto occasionale, avvenne a Polistena in piazza della Repubblica, durante uno dei suoi quotidiani intrattenimenti con il mio padrino di battesimo, il noto artista Angelo Formica, del quale era da sempre – e lo sarebbe rimasto per sempre - amico del cuore. Fu Formica a presentarmi a Fusco come “fratello del tuo alunno Massimo e studente universitario di filosofia”, incuriosendolo decisamente più per la seconda che per la prima delle due qualifiche. Senza por tempo in mezzo volle infatti sapere cosa stessi studiando all’università e quando gli dissi che ero immerso nella logica di Hegel mi chiese a bruciapelo se credessi nella razionalità del reale.

Ne nacquero una discussione e un’amicizia destinata a durare e a cementarsi in diverse occasioni, in particolare una sua venuta a Galatro per fare il presidente di seggio alle politiche del 1983 – con mio fratello, ormai suo ex alunno, che gli faceva da segretario - e a raggiungere il culmine negli anni nei quali siamo stati entrambi docenti del “Guerrisi”. Dove sbarcai il primo settembre del 1990 proprio per esaudire una sua richiesta: si era premurato di telefonarmi appena saputo che il collega Monterosso avrebbe chiesto il trasferimento a Sant’Eufemia, rimanendo forse un po’ deluso per le mie tergiversazioni, più che altro dovute all’affezione per Palmi e per il classico “Pizi”, la scuola che avevo frequentato da studente e nella quale avevo l’aspirazione a tornare da docente. Siccome non c’era nessuna possibilità di approdare al “Pizi” – sarei rimasto, se non avessi chiesto il trasferimento, allo scientifico “Marconi” - lo accontentai, senza però informarlo della decisione di fare domanda per il “Guerrisi”. Così saltò dalla sedia cacciando un urlo di gioia quando mi vide irrompere in un collegio docenti già iniziato, provocando il disappunto del preside Nicola Catalano, che invece di rimbrottare me per il ritardo, accennò a riprendere lui per un’esultanza apparsagli smodata.

Il “Guerrisi” dove giungevo era dentro anni intensi, nel corso dei quali sarebbe stato trasformato in una scuola all’avanguardia, non solo con le sperimentazioni ufficiali ma, soprattutto, con una didattica molto innovativa che contemplava trasversalità tra le discipline e lezioni in compresenza, con l’utilizzo, a complemento e supporto di tutto, del teatro, concepito e realizzato per calare, immediatamente nella scena e mediatamente nella vita reale, le cose che i ragazzi venivano via via apprendendo. La genialità di Fusco consisteva, essenzialmente, nell’escogitare soluzioni che si rivelavano sempre ottimali per l’adattamento dei testi alle qualità dei giovani interpreti, a cui veniva data l’opportunità di trarre fuori il meglio di se stessi. Quanto al preside Nicola Catalano, faceva egregiamente il suo mestiere suggerendo, discutendo, a volte incazzandosi, mai però avendo bisogno di evocare il rapporto gerarchico per avere ragione. Un clima, quello del “Guerrisi”, estremamente collaborativo e produttivo, alimentato e rafforzato dalla convivialità e basato sulla disponibilità di un gruppo di docenti di assoluto valore, clima purtroppo rovinato, nel giro di pochi anni, dalla spocchia inutile e boriosa di chi succedette al preside Catalano.

Di quel gruppo di docenti Fusco fu un pilastro, per la vasta cultura unita a un bagaglio di esperienze, non solo e non tanto scolastiche, rimarchevoli e per la capacità unica di tradurle in sapienza culinaria e buongustaia. Con una leggerezza che stupiva potesse appartenere a chi aveva scritto una storia politica e sociale di Polistena, molto curata nella sistemazione - organizzazione dei dati storici anche se un po’ troppo corriva ai canoni cultural-storiografici del decennio in cui fu scritta, i plumbei (non solo metaforicamente) anni Settanta. Non è però un caso che la stessa penna che aveva scritto
Polistena, storia sociale e politica, non più aduggiata da condizionamenti ideologici (chiaramente estrinseci rispetto alla sua vicenda esistenziale e culturale), ci regalasse in Dolce paese piacevoli atmosfere di vita collettiva, scivolando francamente verso l’idillio in una proiezione fuori del tempo e della storicità di una materia temporale e storica che, anche nelle conversazioni, rappresentava per lui il “termine fisso d’eterno consiglio”, senza indulgenze intimistiche o estetistiche.

Dopo che ebbe lasciato l’insegnamento, per forza di cose i nostri incontri divennero più radi. Più di una volta andai a trovarlo a Taurianova nel suo ufficio di Giudice di pace, ma l’unica cosa di cui non riusciva, letteralmente, a darsi pace era la deriva mercatistica della scuola, non giustificando in nessun modo il fatto che fosse iniziata con il centrosinistra al governo e con un uomo di sinistra a viale Trastevere. Sapevo già che aveva seri problemi di salute quando gli proposi di fare una delle relazioni principali al convegno per celebrare i 70 anni del “Gerace”. Accettò riprendendo temporaneamente forze ed entusiasmo, ma non lo rividi più dopo che mi ebbe consegnato, sulla porta di casa sua, la relazione, opportunamente sistemata, tenuta pochi giorni prima al convegno. Credo sia stato il suo ultimo lavoro destinato alla pubblicazione. Con lui se ne va una persona, prima che un intellettuale, di grande spessore, di un tipo purtroppo ormai estinto.

Nella foto: il Prof. Vincenzo Fusco.

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(20.3.19) POSTO D'ONORE PER FRANCESCO CORTESE AL FESTIVAL DELLA CANZONE NAPOLETANA DI ZURIGO - L'ormai noto ed apprezzato cantante galatrese Francesco Cortese ha ottenuto un prestigioso secondo premio alla tredicesima edizione del Festival della canzone napoletana svoltosi a Zurigo lo scorso sabato 16 marzo. Francesco ha interpretato il famosissimo brano Tu ca nun chiagne, portato al successo in passato dai più grandi artisti. Tra questi possiamo ricordare Il Giardino dei Semplici che nel 1975 vendette un milione di copie della canzone conquistando anche il disco d'oro.

E' la seconda volta che Francesco Cortese ottiene il posto d'onore nella kermesse zurighese.
Aveva vinto il medesimo premio già nel 2017, alla dodicesima edizione del Festival, quando aveva interpretato uno dei più caratteristici brani del cantautore napoletano Nino D'Angelo dal titolo 'A discoteca.

Cortese è un interprete molto apprezzato nel mondo della canzone popolare napoletana contemporanea sia per la sua eccellente vocalità che per la capacità di aderire al testo e al dettato melodico dei brani che esegue, al punto da essere considerato fra gli addetti ai lavori un napoletano d'adozione.

A Francesco vanno dunque i nostri migliori complimenti e l'augurio di raggiungere nuovi e importanti traguardi. Vi proponiamo inoltre in basso la locandina di uno dei prossimi impegni zurighesi del cantante galatrese, definito "la più bella voce napoletana di Zurigo", ovvero la sua esibizione, sempre a Zurigo, l'11 maggio in occasione della Festa della Mamma.



Nella foto in alto: Francesco Cortese durante l'esibizione al Festival della canzone napoletana di Zurigo 2019.

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23.11.2017 - 2° Posto per Francesco Cortese al Festival della canzone napoletana di Zurigo

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(26.4.19) QUELLI CHE UCCIDONO IL PADRE (Pasquale Cannatà) - Ogni giorno la Chiesa Cattolica ricorda alcuni dei suoi Santi, o la Madonna per le sue peculiarità e nelle sue varie apparizioni oppure altre ricorrenze importanti per la fede cristiana: nel mese di marzo c’è una data che riveste un’importanza particolare.

Si tratta del giorno 19, quando si festeggia san Giuseppe e che per tutti è la festa del papà. Ricordo che quando i miei figli erano piccoli guardavamo insieme i cartoni animati, ed uno di questi era La carica dei 101: in una scena c’erano i cuccioli di dalmata che davanti ad un televisore facevano il tifo per i loro eroi, ma quando uno di loro ha affermato che il protagonista (che naturalmente era un cane come loro) era il migliore di tutti, un altro gli ha risposto che “nessuno è meglio di papà”.

Si trattava di cuccioli, ma lo stesso concetto vale per i nostri figli, che quando sono piccoli affermano con sicurezza che “papà sa tutto” tranne poi passare ad un più realistico “papà sa quasi tutto” quando sono più grandicelli, per giungere in molti casi ad un dispregiativo “papà non capisce niente” nella fase di ribellione adolescenziale.

Per fortuna quasi tutti i figli, nella maturità, ritornano a valutare con ammirazione la figura del padre (sia chiaro che quanto sto scrivendo vale anche per la madre, che ha la sua propria festa: anzi, papa Luciani ha affermato che “Dio è padre, anzi di più, Dio è madre” e quindi...) per cui in quel giorno di festa si leggono sui social network tanti pensieri di grande affetto per il genitore se è ancora vivo o di commovente ricordo se è venuto a mancare da poco o tanto tempo.

Purtroppo la cronaca ci ricorda anche di quei casi in cui l’amore filiale viene oscurato dall’odio per qualche torto che si ritiene di aver subito o dall’avidità che porta alcune persone a volersi impossessare subito dei beni di famiglia cui si avrebbe diritto per successione ereditaria in anni a venire: sono questi i casi in cui si uccide il padre. Ne sono tragici esempi i casi di Pietro Maso (che accecato dal miraggio dei soldi, delle auto e della bella vita il 17 aprile del 1991 massacra i genitori Antonio e Rosa nella loro abitazione di Montecchia di Crosara, in provincia di Verona) o di Erika de Nardo di appena 16 anni (che insieme al fidanzato Omar di un anno più grande di lei il 22 febbraio 2001 a Novi ligure uccide la propria madre ed il suo fratellino di appena 11 anni: il padre si salva e con un gesto di amore infinito perdona la figlia).

Non mancano neanche i casi in cui sono i genitori ad uccidere i figli: ricordiamo il piccolo Samuele Lorenzi ucciso a Cogne dalla madre Annamaria Franzoni, o la signora Veronica Panarello ritenuta responsabile della morte del figlio Loris.

Ma per noi cristiani esiste un altro PADRE ancora più importante del padre carnale: si tratta di quel “io Sono” che a differenza di tutti gli idoli adorati in ogni tempo ed in ogni luogo, forme senza vita, è vita che non ha bisogno di forma, di nomi altisonanti, che non è necessario raffigurarsi; a differenza di tutti i creatori di religioni e di filosofie che sono vissuti e poi passati, egli È, eterno presente, sorgente di vita, che ha la vita in se stesso. A quei farisei che si vantavano di discendere da Abramo, Gesù rispose: “prima che Abramo fosse, io sono”; ed ai suoi discepoli che temevano di essere abbandonati dopo l’Ascensione di Gesù al cielo Egli diede coraggio dicendo: ”io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Questo è il modo più limpido che poteva usare Gesù per sottolineare la sua identità con Dio padre che si era manifestato a Mosè come IO SONO.

Eppure noi piccole creature, nella figura di Gesù abbiamo ucciso il Figlio carnalmente, e continuiamo ad uccidere il Padre ogni volta che rifiutiamo il suo Amore comportandoci in maniera difforme da quanto propongono i suoi comandamenti.

Hanno ucciso il Padre tutti quei filosofi, scienziati e letterati che con le loro idee affermano che l’ateismo è una conquista della ragione, portando i loro lettori sulla strada del rifiuto di Dio, ma per ognuno di questi detrattori ci sono altrettante figure non meno colte ed oneste intellettualmente che hanno accolto la parola di Dio. Senza andare su figure già note, vorrei fare un confronto tra due autori contemporanei, entrambi linguisti e traduttori della Bibbia:

  • Mauro Biglino traduce la Bibbia in maniera letterale, e afferma che Elohim non è Dio, ma essendo un nome plurale (il singolare è Eloha usato poche volte nella Bibbia) rappresenta una razza aliena venuta a colonizzare la terra: secondo lui sono alieni cattivi cacciati dal loro pianeta e per questo hanno creato gli uomini per utilizzarli come schiavi (all’obiezione del perché pur essendo dotati di tecnologie superiori alle nostre conoscenze attuali non hanno creato robot per fare il lavoro degli uomini risponde che i robot si possono guastare, mentre gli umani si riproducono e le nuove leve sostituiscono gli esemplari malati o morti); vogliono i sacrifici di animali perché l’aroma della carne bruciata li gratifica come fosse una droga (per questo accettano l’offerta di Abele e non i frutti della terra portati da Caino il quale si offende ed uccide il fratello); amano la guerra e per questo vengono chiamati “dio degli eserciti”.
    Non mi dilungo su altre affermazioni, ma faccio notare come da sempre i papi usano il plurale quando parlano “ex cathedra” per indicare la comunione con lo Spirito Santo che guida la Chiesa dalla sua fondazione: a maggior ragione lo usa Dio che è Trinità insieme al Figlio ed allo Spirito (vedi articolo dicono che è solo..); per quanto riguarda le guerre combattute dagli ebrei per conquistare la terra di Canaan, la dottoressa Anna Maria Cenci sottolinea il fatto che ogni popolazione ivi stanziata viene cacciata “quando la loro iniquità ha raggiunto il colmo” e la misericordia divina fino a quel punto praticata viene sostituita dalla giustizia che non poteva sopportare oltre i misfatti compiuti da quei popoli. Forse che Winston Churchill amava la guerra quando combatteva contro i tedeschi, o non è stato proprio l’amore per il suo popolo che lo spinse ad opporsi al tentativo di invasione da parte di Hitler?

  • Il prof. Danilo Valla spiega la Bibbia interpretando con le conoscenze attuali quello che non si poteva scrivere 3000 anni fa con le conoscenze di quei tempi (vedi articolo infinitesimi e infiniti), ed a proposito della donna nata dalla costola di Adamo osserva che la parola aramaica che viene tradotta con costola significa soprattutto “metà”: ma come è possibile che Eva sia nata dalla metà di Adamo? Secondo lui è molto semplice perché Chi ha creato l’uomo con il suo DNA, lo ha fatto maschio con 22 coppie di cromosomi più un cromosoma sessuale chiamato y ed un cromosoma sessuale chiamato x. Ad un certo punto prese metà dell’uomo, cioè del suo DNA, e precisamente 22 cromosomi + quello x e fece la donna: poi richiuse la carne dove aveva tolto la “costola”, cioè rimise altri 22 cromosomi + quello x nell’uomo e completò la donna raddoppiando i suoi cromosomi. Ecco che la donna è carne della carne dell’uomo, della sua stessa sostanza, così come Gesù Cristo è della stessa sostanza del Padre.

  • Non se ne abbiano a male gli atei, ma possiamo concludere che benché sia stata scritta per essere comprensibile al livello culturale dei nostri progenitori, la Bibbia si rivela veritiera anche alla luce delle odierne analisi scientifiche e speculazioni filosofiche, e non mancherà di rivelarsi consona alle conoscenze che avranno i nostri pronipoti.

    Ne consegue che parafrasando quello che diceva quel cucciolo di dalmata nel film citato all’inizio di questo articolo, noi cristiani affermiamo con certezza che “nessuno può uccidere il Padre” con buona pace di Nietzsche e di tutti i suoi seguaci.

    * * *

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    01.08.2016 - Infinitesimi e infiniti: il paradosso di Achille e della tartaruga

    Nella foto in alto: Sigmund Freud.

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    (30.4.19) E IL FERETRO VENIVA ACCOMPAGNATO DAI BRACIERI ACCESI (Rocco Giuseppe Tassone) - Una antica usanza registrata in alcuni comuni calabresi, come Candidoni (RC), nella foto proposta si vedono bene le donne con il braciere in testa – verosimilmente si tratta del funerale di Pasquale Monea 1960 – ma testimonianze si hanno anche a Galatro (RC) – fonte Domenico ed Umberto Distilo - Santa Cristina d’Aspromonte (RC) - fonte Tonino Violi - e Lazzaro (RC) - fonte Saverio Verduci - senza escludere la possibilità che l’usanza fosse presente anche in altri comuni fino agli anni sessanta del secolo scorso.

    Molte erano le gesta che accompagnavano il rito funebre, come la presenza dei sacerdoti che andavano a prendere il morto a casa e lo seguivano fino al cimitero o, se lontano dal paese, fino ad un punto stabilito, naturalmente con tutti i paramenti sacri e vesti e manto nero, mentre dal campanile il mortorio, che iniziava con la campana piccola o con la campana grande a secondo del sesso del defunto, veniva suonato per tutto il rito.

    Le donne con i capelli sciolti e rigorosamente vestite a nero piangevano ad alta voce ripetendo il nome del defunto e raccomandandolo ai parenti già morti per una buona accoglienza nell’aldilà. Spesso si sentiva chiamare il defunto con l’appellativo di “palumba mia” – ricordo donna Mariarosa Ocello alla morte del marito.

    Quello che colpisce guardando la foto sono appunto le donne con il braciere con la brace accesa portato in testa. Erano generalmente 4 donne vestite a nero poste ai 4 lati del feretro portato a spalla o nel carro funebre ed in quest’ultimo caso 4 uomini reggevano i “cimboli” ovvero i cordoni che pendevano dal carro.

    Ci si domanda che significato potesse avere la presenza del braciere, chiedendo ad alcuni ormai avanti negli anni che ricordano il rito, che si faceva per tradizione tramandata, ma non ricordano il significato. Qquindi possiamo solo ipotizzare azzardando qualche spiegazione:

    1) come la brace diventa cenere nel braciere anche il morto diventerà cenere nella terra;

    2) il fuoco della Risurrezione, ovvero rinascita a nuova vita: dopo la morte terrena arriva la vita eterna celeste.

    “Il fuoco è bello perché risplende e brilla insieme all’idea” (Plotino, 1, 6, 9). Esso è presente in numerose analogie e simboli che vanno dalla mitologia ai concetti scientifici, filosofici e religiosi, occupando un posto fondamentale per la loro realtà che va dal concetto dinamico a quello del mistero, reale ed ineffabile allo stesso tempo. Il fuoco ha la caratteristica di essere amato e temuto al tempo stesso in quanto illumina e riscalda, (cu ndeppi focu campàu, cu ndeppi pani morìu), ma è anche vita e morte allo stesso tempo, rendendo visibili le forme senza averne una, è la sua fiamma dalla terra si proietta verso il cielo. Nel fuoco è il principio della vita nel fuoco sarà la fine di ogni cosa! Archè ed ecpirosi si rincorreranno sino al giorno del giudizio di Dio.

    La presenza del fuoco nell’Antico e nuovo Testamento è costante con una sicura valenza simbolica e pastorale: rivelazione divina all’uomo figlio prediletto ma anche ammonizione con una teoria catastrofica della fine del mondo con fuoco e non più con l’acqua. Il fuoco indica l’onnipotenza di Dio nella sua forza e nella sua bontà: la minaccia del giudizio, la concessione del perdono tramite la purificazione. Quindi il fuoco come elemento di distruzione e di giudizio ma anche manifestazione di Dio (“Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco” Mt 3,11 e Lc 3,17) e rinnovamento dell’uomo.

    Sappiamo invece, che era proibito accendere il fuoco come caminetto o braciere nei giorni di lutto: una sorta di autoafflizione (come mi dice anche lo storico Armidio Cario di Nocera Terinese), non si accendevano i fornelli, non si cucinava e provvedevano solitamente i parenti o gli amici al sostentamento della famiglia per almeno fino al settimo dalla morte (cunzulu).

    * * *

    Comunichiamo ai nostri lettori che il prestigioso riconoscimento GIGANTI DELLA CALABRIA 2019 sarà assegnato il prossimo 1 maggio dall’Università delle Generazioni di Agnone (IS), presieduta dal dott. Domenico Lanciano, ad un Calabrese d’eccezionale valore: il Prof. Cav. Rocco Giuseppe TASSONE, candidonese di nascita e gioiese di adozione, con la seguente motivazione:
    al Poeta e Scrittore che con la sua lirica, forza naturale, riesce a trasportarci nell’in¬finito sentimento umano e con i suoi lavori storico-etnografici-glottologici ci immerge nella storia della nobile terra di Calabria;
    al Docente che spende la sua esistenza alla promozione degli allievi come possiamo leggere nella dedica di un suo libro “ Ai miei Alunni, per loro avrò un motivo in più vita, con loro avrò continuità di pensiero, in loro avrò memoria ” e ciò viene riconosciuto dagli stessi tanto da segnalarlo al Presidente della Repubblica e come scrive su Famiglia Cristiania A. Zito De Leonardis “ il Presidente Ciampi lo ha nominato Cavaliere dopo aver attentamente vagliato la richiesta e la segnalazione degli alunni. Gli alunni hanno saputo vagliare con intelligenza e con cuore i meriti professionali ed umani del loro docente … l’episodio meri¬terebbe qualche pagina del libro Cuore di E. De Amicis”;
    all’Uomo che dedica la propria vita al sociale e alla famiglia con la cura personalmente dei genitori e con la continua promozione sociale che lo vede fin dalla nascita Presidente dell’Università Ponti con la Società.
    Come si legge dalla motivazione il premio viene assegnato al Tassone riconoscendo nell’Uomo, nel Docente e nel Poeta/Scrittore meriti umani, professionali e letterari di indubbio valore scientifico.
    Ricordiamo che lo studioso Rocco Giuseppe Tassone ha pubblicato ben 57 volumi su varie tematiche che vanno dalla Poesia, sua grande passione, alla glottologia ed etnografia e iconografia religiosa.


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    (21.3.19) IL LIBRO DI PADELLARO SUL "GESTO DI ALMIRANTE E BERLINGUER" E CIO' CHE SE NE RICAVA PER GALATRO (Angelo Cannatà) - Il titolo del libro di Antonio Padellaro è fuorviante. Bello, ma fuorviante. In breve: esco di casa e vado alla Feltrinelli di via Appia, lo compro con una certa idea di ciò che leggerò, lo apro, e subito scopro che questo piccolo e prezioso testo - Il gesto di Almirante e Berlinguer, Paper First - contiene molto di più degli incontri segreti tra i leader del Msi e del Pci. Ma vediamolo da vicino partendo dalla morte di Enrico Berlinguer (1984). Non era scontato che Giorgio Almirante, “il fucilatore di partigiani”, andasse a Botteghe Oscure dove era esposta la bara del Segretario: “Sono venuto a rendere omaggio a un uomo da cui mi ha diviso tutto ma che ho sempre apprezzato e stimato” (p. 82). Si erano incontrati 4 o 6 volte, gli acerrimi nemici, “all’ultimo piano di Montecitorio”, di venerdì pomeriggio quando il palazzo è semideserto. Perché? Di cosa parlarono? Cosa si dissero?

    Padellaro è subito chiaro: sappiamo che i colloqui ci sono stati perché l’ha rivelato Magliaro, all’epoca portavoce di Almirante, al giornalista Messina, ma non è trapelato nulla sui contenuti, possiamo fare solo ipotesi, d’altronde - e qui cita Nietzsche - “Non esistono fatti ma solo interpretazioni” (p. 22). Poi però allarga l’analisi al contesto storico e le pagine acquistano il sapore e la lucidità della ricostruzione attenta, realista, dei fatti e delle ragioni che resero possibile gli incontri Almirante-Berlinguer.

    A. e B. stabilirono che dei colloqui non si sapesse nulla per gli stessi motivi che li resero necessari: il clima infuocato del Paese, il terrorismo rosso e nero sulle pagine di tutti i giornali, gli opposti estremismi che mietevano vittime. Molti militanti non avrebbero capito in quegli anni, tra il ‘78 e il ’79, l’importanza dei colloqui: bisognava vedersi, scambiarsi informazioni, lavorare per svelenire il clima ideologico e recuperare qualche errore commesso. Non è così che agiscono i leader? Il libro offre, non solo tra le righe, spunti di riflessione ai politici di oggi. Ed è qui che diventa prezioso: Padellaro parla di terrorismo rosso e BR, ma annota, tra l’altro, che qualche anno prima era stato ucciso Pier Paolo Pasolini: si disse che a Ostia a osservare la scena del delitto ci fossero giovanotti orgogliosamente fascisti, e forse anche orgogliosamente assassini: “Sì, né B. né A. si erano accorti che negli interstizi dell’ideologia propugnata dai loro partiti, era cresciuta come l’ortica una generazione omicida. All’inizio entrambi avevano sottovalutato il pericolo. Poi, troppo tardi, avevano cercato di contrastarlo” (p. 32).

    Ecco la ragione degli incontri: contrastare il terrorismo anche perché cominciarono a pensare che gli assassini, rossi o neri, avrebbero aspettato al varco anche loro “com’era avvenuto per Aldo Moro”. Entrambi erano nel mirino del terrorismo e Berlinguer aveva già subito un attentato il 3 ottobre 1973 in Bulgaria. Berlinguer deve morire recita il titolo di un libro che ricostruisce la vicenda: una settimana prima dell’attentato, su “Rinascita”, aveva parlato di “compromesso storico” (p. 50), in troppi non volevano l’incontro Dc-Pci, né gli Stati Uniti né l’Unione Sovietica. Moro pagò con la vita. Berlinguer ci mancò poco.

    Nel libro di Padellaro c’è molto di più dei colloqui Almirante-Berlinguer. C’è, per dire, l’analisi del cosiddetto partito della fermezza, Dc, Pci, stampa, durante il rapimento Moro. Poteva essere salvato il leader democristiano? Perché la DC non mosse un dito in questa direzione? Perché le lettere di Moro crearono “stupore e imbarazzo”? Perché Cossiga lo abbandonò? Perché l’informazione unica fu implacabile nella linea della fermezza? Questo non è solo un libro sugli incontri tra A. e B., è un testo che pone domande e solleva problemi: il giornalismo della fermezza non fu sempre ispirato dalla guerra al terrorismo: “chi scrive ha sempre pensato - osserva Padellaro - che Moro difficilmente sarebbe uscito vivo dalla prigione” (p. 58). Il leader Dc è morto una prima volta quando è stato abbandonato dal suo partito, poi è stato ucciso dalle Br: “Convergenze parallele, si potrebbe dire” adottando la celebre formula di Moro (p. 60). E’ intrigante il libro di Padellaro e di piacevole lettura, con tocco leggero dice cose profonde: in pochi cercarono di fermare “il combinato disposto terrorismo-fermezza” (p. 65).

    Molti i riferimenti letterari che arricchiscono il testo: vi troviamo Leonardo Sciascia (Affaire Moro), che accusa Berlinguer “di aver anteposto alla vita di un uomo il suo essere ‘statista’” (p. 62); Heinrich Boll (L’onore perduto di Katharina Blum) che “giustifica l’andamento del racconto” (p. 19); Elbert Hubbard (Un messaggio per Garcìa), sulla necessità di portare a termine la propria missione”, pp. 35-36; Javier Cercas (Anatomia di un istante), sulla straordinaria importanza politica di un gesto (pp. 36-39), eccetera. Mi fermo qui. Basta per mostrare l’impianto di un libro attento ai temi, certo, ma anche al lettore e al piacere del testo, per dirla con Roland Barthes, alla godibilità estetica di pagine curate nello stile. Nella scrittura.

    Così come Cercas immortala il gesto di Suarez, in Spagna nel 1981, Padellaro prova a mostrare (e ci riesce) l’importanza del gesto di Almirante e Berlinguer: in un clima infuocato s’incontrano “i due nemici”, per il bene del Paese, e quel gesto “ammirevole, sorprendente, solitario”, dimostra il loro coraggio (p. 39). Ecco, non sappiamo nulla di ciò che si dissero ma conta il gesto, più delle parole, ha grande valore simbolico: dovrebbe essere un esempio per quanti - nell’universo politico odierno - si muovono in direzione opposta. Padellaro apre il libro, prezioso anche dal punto di vista letterario, citando in epigrafe l’Iliade: “La grazia suprema delle guerre, è l’amicizia che sorge nei cuori di nemici mortali”. Riprende il concetto in chiusura: prevalga “al posto dell’odio, il rispetto”; una città dedichi ai due nemici “Piazza Almirante e Berlinguer”. Lo ascolteranno?

    Post scriptum per i lettori di “Galatro Terme News”. Negli anni in cui Berlinguer e Almirante si incontravano segretamente (1978-1979), nella nostra piccola Comunità il conflitto ideologico era molto acceso; anche a Galatro subimmo un attentato durante la “Festa popolare per l’occupazione” (ci fu un’interruzione/manomissione della corrente elettrica). Nulla di fronte a ciò che accadeva in quegli anni in Italia, e tuttavia significativo del clima, della tensione, dello scontro. Lo ricordo perché, a 40 anni di distanza, forse è venuto il momento di fare anche a Galatro “il gesto che fecero i leader del Pci e del Msi” sul piano nazionale. C’è bisogno di ragionevolezza. Di gesti di distensione. Di sguardo lungo. Di pensare in termini unitari (pur nelle reciproche differenze) al bene del Paese. Cos’è possibile fare in modo unitario - destra, centro, sinistra - per assumere alle Terme un numero importante di galatresi? Questa è la domanda politica (che interessa la Polis, la città). Il resto è ideologia. Roba da anni Settanta.

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    L'articolo, escluso il post scriptum, è apparso su
    ilfattoquotidiano.it lunedì 13 maggio 2019

    Nell'immagine in alto: la copertina del libro di Antonio Padellaro.

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