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4.1.20 - Il nuovo volume di Umberto Di Stilo sulla storia di Galatro
Domenico Distilo

29.1.20 - Un importante ricercatore galatrese nel campo delle scienze ambientali


24.2.20 - Dal big-bang ai buchi neri, e poi?

Pasquale Cannatà

4.3.20 - Vincenzo Fusco tra filosofia, scuola e politica

Domenico Distilo

6.3.20 - Sull'ultimo libro di Alfredo Distilo: Il Segreto

Teresa Furina

13.3.20 - Umberto Di Stilo: lo scrittore e la sua comunità

Angelo Cannatà

24.3.20 - Prendo una poesia dal cassetto in questo brutto momento

Biagio Cirillo

16.4.20 - L’importanza del versetto 7 della Sura III del Corano

Pasquale Cannatà

19.4.20 - Gli anni Ottanta

Domenico Distilo





(4.1.20) IL NUOVO VOLUME DI UMBERTO DI STILO SULLA STORIA DI GALATRO (Domenico Distilo) - Com’è ormai tradizione, Umberto Di Stilo regala a Galatro e ai galatresi, per le festività di fine d’anno, un nuovo frutto delle sue fatiche di storico e di studioso. Galatro, Pagine di storia, Edidisum, pp. 424, € 30 dovrebbe essere il botto finale (ma crediamo e speriamo che abbia un seguito) di una lunga attività cominciata nei primi anni del secondo dopoguerra, quando il nostro autore era ancora un ragazzo ma si era già scoperto e aveva preso a coltivare la vocazione della ricerca e del racconto (sul triplice versante letterario, storiografico e giornalistico) su uomini e avvenimenti del passato e del presente del suo paese natio.

Queste lontane ricerche l’autore, come dichiara nella prefazione, a un certo punto ha deciso di riportare alla luce (provvidenzialmente, aggiungiamo noi) e raccogliere in un nuovo volume, che sottrae al mito e alla tramandata (ma incontrollata) oralità le vicende del complesso bandistico, delle alluvioni, dello stabilimento termale, dell’uccisione del socialista Pronestì, del convento Sant’Elia, del tempio delle Naiadi, della chiesa dei santi Gregorio ed Elia, dei galatresi nella Guardia nazionale, dei sindaci e commissari succedutisi dal XVI secolo ai giorni nostri.

Si tratta di monografie che fissano, ciascuna per il proprio oggetto, lo stato dell’arte della storiografia su Galatro – che, peraltro, Umberto Di Stilo è stato, nei decenni, uno dei pochissimi a coltivare -, in attesa che giunga qualcun altro con “la voglia di approfondire e – perché no? - di verificare, di ampliare e di correggere quanto da me anticipato” (Premessa, p. 9).

Qui, però, cominciano le note dolenti, per via dell’inevitabile confronto tra un grande passato e un presente gramo e, soprattutto, per “la cappa di indifferenza che da decenni grava sul percorso di civiltà compiuto dai nostri progenitori; percorso sul quale pesa come un macigno il disinteresse e, cosa assai più grave, l’assoluta mancanza di attenzione delle istituzioni. Prima fra tutte la scuola” (Premessa, p. 8).

Un grido di dolore, questo, al quale non si può rispondere alimentando la speranza che possa essere la scuola a squarciare la “cappa d’indifferenza”, essendo l’insegnamento della storia (e non solo della storia) nella scuola assoggettato a quell’autentica iattura che prende il nome di “didattica per competenze”, quanto mai inadatta a far “vivere” e “rivivere” il passato, protesa com’è a far eseguire ai ragazzi noiose quanto insulse prove da settimana enigmistica.

Così come non è il caso di alimentare speranze di sorta nella politica culturale delle avvicendantisi amministrazioni comunali, per la semplice ragione che non può definirsi “politica culturale” il semplice acquisto di un certo numero di copie da collocare-parcheggiare sugli scaffali della biblioteca comunale, senza sforzo alcuno di far compiere al libro (tanto più se si tratta di un libro di storia) la missione per realizzare la quale è stato scritto, mediare il passato nel presente, riattualizzandolo.

Ciò detto, ad onta della “nequizia dei tempi” non si può non mettere in risalto che il volume presenta una caratteristica tipica delle opere destinate a restare per lungo tempo il riferimento imprescindibile di studiosi e cultori della materia: quella di fondere in un unico testo e in un unico apparato di note quanto già si sapeva e quanto invece, custodito finora negli archivi e nei cassetti di Umberto Di Stilo, vede per la prima volta la luce. Così non sono poche le cose che non si conoscevano del complesso bandistico (la cosiddetta “Banda di Galatro) - e altrettanto dicasi delle alluvioni e del convento S. Elia - integrate e fuse insieme con molte altre talvolta, in passato, consegnate a lavori pregevoli seppure estemporanei, talaltra disperse nella congerie di dati e ricordi nel corso dei decenni mitologicamente elaborati dalla memoria popolare e solo ora organicamente sistemati in una ricostruzione scientificamente attendibile. Nella stessa chiave, il racconto dell’uccisione a Laureana di Borrello del socialista Pronestì dà l’idea di mettere ordine in una ridda di dati frammentari su un episodio che aspettava di essere ricostruito con completezza nei presupposti, nella dinamica e nelle implicazioni.

Con questo libro di Umberto Di Stilo possiamo infine dire che si completa il passaggio della storia di Galatro da “res gestae” in “historia rerum gestarum”, da storia intesa come semplice sequenza di eventi-accadimenti in storiografia che, come diceva Benedetto Croce, è la modalità con cui il pensiero rifà (nel senso di farlo ri-accadere) il passato, che non sarà mai davvero passato fino a quando ci sarà uno storico a pensarlo, vale a dire a renderlo presente vivo e vitale. E fino a quando il testo genererà – giusta la lezione di H.G. Gadamer, il maestro dell’ermeneutica novecentesca - quali suoi “effetti”, altri testi in un processus in infinitum dentro il quale le generazioni si co-appartengono, in una dimensione nella quale il tempo si scioglie nell’eternità.

Nella foto: copertina del volume di Umberto Di Stilo "Galatro, pagine di storia".


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(29.1.20) UN IMPORTANTE RICERCATORE GALATRESE NEL CAMPO DELLE SCIENZE AMBIENTALI - Ci sono storie di galatresi all’estero che spesso ignoriamo, magari perché si tratta di emigrati da molti anni o già di terza-quarta generazione. Nel caso di Antonio (detto Totò) Andrello le cose non stanno in questi termini, essendo lui rientrato a Galatro quasi ogni anno per trascorrervi le vacanze estive dopo essere emigrato a Brescia alla fine degli anni Sessanta.

Ma il vuoto da colmare non riguarda Totò (ragazzo della fine dei Quaranta, uno dei tanti che animano le pagine e lo sfondo dei romanzi di Alfredo Distilo) bensì suo figlio Marco, autore di numerosi studi e svariate pubblicazioni nel campo delle scienze ambientali ed ecologiche e ormai in possesso di un curriculum che, come galatresi, non può che inorgoglirci.

Basta dare un’occhiata sul web al link che riportiamo in basso per avere un’idea delle attività e delle ricerche di Marco, divenuto a nostra insaputa un’autorità accademica di livello internazionale negli ambiti disciplinari della biologia di popolazioni e della conservazione biologica.

A beneficio dei lettori è altresì utile la consultazione della scheda che riportiamo sotto.

www.umr-marbec.fr/andrello-marco.html?lang=fr



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(24.2.20) DAL BIG-BANG AI BUCHI NERI, E POI? (Pasquale Cannatà) - Avevo letto anni fa il libro Dal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo, un popolare saggio di divulgazione scientifica scritto da Stephen Hawking e pubblicato nel 1988. Nei giorni scorsi mi è capitato di rileggere un articolo che Umberto Minopoli ha scritto per il quotidiano “il foglio” e allora ho fatto un confronto tra le loro idee e ne ho tratto alcune considerazioni.

Stephen Hawking ritiene che l’accumulo di conoscenza cosmologica degli ultimi settant’anni consenta finalmente all’umanità di dichiarare chiuse le domande su Dio. Ormai sappiamo quanto basta, ha scritto il celebre scienziato, gli interrogativi fondamentali della vita hanno risposte e noi siamo vicini alla verità sul Grande disegno: non c’è un disegnatore!

E’ davvero così? Esistono solo argomenti scientifici che abilitano la pretesa neoateista?

C’è una seconda suggestione, opposta. Leggiamo adesso Minopoli:

“La fisica quantistica afferma che in uno spazio vuoto può manifestarsi, senza causa apparente, una coppia di particelle, prima “virtuali” e poi “reali”, che sembrano emergere dal niente. Si chiama fluttuazione quantistica del vuoto. Attenzione: del vuoto, non del nulla. Per la fisica nulla e vuoto non sono sinonimi. Il nulla è banalmente il niente. Il vuoto è, invece, un oggetto fisico reale pieno di energia potenziale. Attraverso la suddetta fluttuazione quantistica l’energia potenziale presente nel vuoto si trasforma, per via della formula E=mc2 e senza una causa osservabile o un evento scatenante, in energia cinetica di particelle reali. Dal vuoto è nato qualcosa. L’energia non si crea dal nulla. All’attimo del Big Bang non poteva esserci il nulla.
Preesisteva qualcosa: energia potenziale! Dal nulla non nascono fiori”.

Dunque alcuni scienziati e divulgatori scientifici sono convinti che “in principio” c’era il nulla, altri affermano che invece c’era qualcosa e le persone credenti quel Qualcosa lo chiamano Dio.

Secondo la prima ipotesi (questo è il big-bang, anche se dalla stragrande maggioranza delle persone è creduta come legge scientifica) in principio era il nulla, poi, ad un certo punto c’è stata la grande esplosione che ha innescato la separazione della materia dall’antimateria (che prima si annichilivano, si annullavano a vicenda) dando origine circa 14 miliardi di anni fa al tempo ed all’universo come noi lo conosciamo, fatto di costellazioni, galassie, stelle, pianeti. Sul nostro pianeta poi si sono manifestate le condizioni perché dalla materia inanimata prendessero origine le prime forme di vita che nel corso di milioni di anni si sono poi evolute fino ad arrivare al culmine rappresentato dall’homo sapiens-sapiens capace di concepire un pensiero astratto (filosofico-teologico e non solo tecnico-pratico come quello di tutti altri animali).

Apprezzo molto Piero Angela per la sua opera di divulgazione scientifica, ma quando nel suo libro “viaggio nella scienza” cerca di spiegare l’origine della vita sulla terra, per giustificare il passaggio da una forma di vita a quella più evoluta e complessa non può far altro che aggrapparsi ai milioni di anni passati tra una specie e l’altra dichiarando esplicitamente che tra di esse c’è “un buio di cui non conosciamo i meccanismi”. Significativo è il momento in cui affronta il passaggio tra la riproduzione in acqua e quella nell’uovo “nel quale c’è tutto il necessario perché il nuovo essere possa sopravvivere, cioè cibo, alloggio e soprattutto acqua”: ma se tutto si evolve per piccoli cambiamenti avvenuti nel corso di milioni di anni, dell’uovo si è formato prima il guscio, l’albume o il tuorlo? Se questi tre componenti sono separati, possono assolvere comunque la loro funzione? O si sono formati tutti contemporaneamente? Questo mi sembra un esempio di scienza un tantino superficiale, anche se riconosco la validità delle teorie evoluzionistiche e della selezione naturale se inquadrate in un contesto di “disegno intelligente”.

E che dire del cuore?

Lo scienziato N. Nobile Migliore scrive che il cuore è un esempio di organo chiaramente progettato: “E' formato da quattro cavità al suo interno, atrio destro, atrio sinistro in alto e ventricolo destro e ventricolo sinistro in basso. Tra le cavità superiori ed inferiori esistono dei sistemi valvolari che si chiudono quando il cuore si contrae e si riaprono quando il cuore si dilata e questo per l'evidente scopo di impedire che il sangue durante la contrazione rigurgiti in alto all'indietro. Similmente esistono delle altre valvole all'inizio delle grandi arterie, aorta e polmonare che viceversa si aprono durante la contrazione e si chiudono durante la dilatazione in modo da impedire che il sangue dalle arterie rifluisca nel cuore. L'insufficienza delle valvole sopraddette provoca infatti ben presto delle gravi alterazioni del cuore con insufficienza che conduce presto alla morte del paziente... E' come se tutto il miocardio si comportasse come un'unica cellula! Senza una sola delle strutture testè descritte il cuore non può funzionare e quindi mette in crisi la teoria darwiniana delle piccole mutazioni cumulative casuali. Tutta la struttura essenziale del cuore deve essere stata creata contemporaneamente con un atto di intelligenza progettuale, questo è quello che i dati scientifici obiettivi possono constatare”.

Se invece prendiamo in considerazione il fatto che “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio” molti potrebbero pensare che tra questa affermazione dell’apostolo Giovanni e le teorie sull’origine dell’universo accreditate in ambiente scientifico mondiale che consistono nella fluttuazione quantistica del vuoto o nella teoria “delle stringhe” (che dice che fu una “vibrazione” ad innescare il “Big Bang”) ci sia contrapposizione, ma io credo invece che ci sia un punto in comune tra le due cose: credo fermamente che a dare origine a tutto sia stata la “vibrazione” della voce di Dio, il suono della Sua Parola che come è scritto all’inizio della Genesi, Disse: «Sia la luce! E la luce fu».

L’universo, in qualsiasi modo sia nato, contiene quindi innumerevoli galassie dentro le quali ci sono miliardi di stelle ognuna con i suoi pianeti, e poi ci sono anche i buchi neri. La convinzione popolare che questo misterioso oggetto astronomico sia capace di "risucchiare ogni cosa" nel suo ambiente è corretta solo in prossimità del suo orizzonte: a distanza da questo, il campo gravitazionale esterno è identico a quello di qualsiasi altro organismo che abbia la stessa massa.

L’universo che osserviamo continua ad espandersi, e perchè sia in equilibrio gli scienziati hanno ipotizzato la presenza in esso della materia oscura, che consiste in un'ipotetica componente di materia (detta “barionica”) che è uguale a quella da noi conosciuta, ma diversamente da essa non emetterebbe radiazione elettromagnetica e sarebbe attualmente rilevabile solo in modo indiretto attraverso i suoi effetti gravitazionali. L'ipotesi dell’esistenza di questa materia nasce per giustificare diverse osservazioni sperimentali in base alle quali, secondo le leggi della gravitazione, la materia oscura dovrebbe costituire quasi il 90% della massa presente nell'universo e sarebbe localizzata nel "nero" che circonda le stelle.

Parlando di big-bang, di materia e anti-materia, di buchi neri e materia oscura, abbiamo esaminato alcune componenti base del nostro universo così come le conosce e descrive la scienza, ma dobbiamo ricordare che si può parlare di leggi della fisica solo quando la loro formulazione riguarda fenomeni sperimentati e ripetibili con altri esperimenti, altrimenti si deve parlare più correttamente di ipotesi scientifiche.

Quello che conosciamo qui e oggi diventa dunque inevitabilmente sempre più ipotesi man mano che ci si allontana nel tempo e nello spazio di milioni e miliardi di anni luce, ed allora adesso mi voglio divertire a fare un’ipotesi particolare a proposito di uno dei componenti dell’universo.

Se la materia oscura non si vede ma c’è, deve esserci come dice la scienza, altrimenti l’universo non potrebbe esistere così com’è, secondo me la stima che sostiene rappresenti il 90% della massa presente nell'universo è sbagliata! Dovrebbe essere 91,66% contro l’8,34 di materia osservabile. Non sono uno scienziato e non sono neanche matto, sto soltanto divertendomi a fare delle ipotesi, come scritto poche righe sopra.

La percentuale appena ipotizzata tra la materia visibile e quella invisibile mi è suggerita dal rapporto di uno sui dodici apostoli di Gesù tra i quali c’è stato un traditore. Giuda era attaccato al denaro, gestiva la cassa del gruppo e tra le altre cose aveva deplorato lo spreco di profumo (costato 300 denari, una somma enorme per quei tempi) con cui una donna aveva cosparso i piedi di Gesù. Le sue intenzioni in fondo erano anche buone, voleva vendere quel profumo per dare il ricavato ai poveri, ma credeva in un Messia terreno: dopo il tradimento si era pentito, ma non confidando nella Misericordia Divina si era suicidato e possiamo quindi inserirlo nella categoria degli esseri in cui prevale la materia. Gli altri 11, cioè il 91,66% degli apostoli credevano in Gesù figlio di Dio, e nonostante le loro debolezze e tradimenti lo hanno testimoniato fino al martirio: vanno dunque inseriti nella categoria di quelli in cui prevale lo spirito (che non si vede ma c’è, deve esserci dicono i credenti in Cristo allo stesso modo di ciò che dice la scienza per la materia oscura). Un sacerdote della basilica di S. Antonio a Padova ha sostenuto in una riunione tenutasi nella mia parrocchia che questo rapporto ci sarà sempre nella Chiesa, per cui non ci si deve stupire (anche se è da condannare fermamente) se alcuni credenti, o sacerdoti o anche alti prelati tradiscono la Parola del Vangelo in tanti modi, ma non bisogna mai dimenticare la stragrande maggioranza di fedeli che si comportano in modo corretto e sostengono tante opere di carità.

Il filosofo J. Guitton sostiene che alla luce delle nuove scoperte, l’universo che ci circonda diventa sempre meno materiale ed assomiglia non più ad una immensa macchina di cui Dio è il motore, ma ad un ‘vasto pensiero’: la fisica quantistica afferma infatti che non esiste differenza tra le onde (immateriali) e le particelle che formano il nostro mondo materiale e che le prime si concretizzano quando qualcuno le “osserva, le misura”, in altre parole si mette in relazione con loro. Noi siamo un pensiero di Dio che si manifesta concretizzandosi per mezzo della parola della Sua potenza: Dio ama il mondo che ha creato, ma se smettesse di amarci anche per un solo attimo, l’universo esisterebbe solo sotto forma di onde (esisteremmo solo nella mente di Dio, saremmo solo un Suo ‘pensiero’ non espresso, non concretizzato dalla Sua ‘parola’ creatrice).

Può l’uomo conoscere il “pensiero” di Dio? La scienza può arrivare a scoprire tutto?

Secondo me ci è riservata la conoscenza dell’8,34% di ciò che esiste, mentre il restante appartiene all’aldilà, ad un mondo che va oltre le nostre possibilità indagatrici: sono due mondi separati dal “grande abisso” di cui si parla nel Vangelo e che divide la parte conoscibile da quella ignota che si può raggiungere solo con la Fede.

Dante ha collocato l’inferno all’interno della terra (la parte materiale allora conosciuta) e il paradiso in cielo. Le nostre conoscenze attuali potrebbero portare a ipotizzare l’inferno nella parte materiale che siamo riusciti ad esplorare, un aldilà fisico, oltre la nostra galassia, nelle altre galassie del nostro universo, perché la pena eterna è voluta per libero arbitrio da chi ha rifiutato la Misericordia Divina e crede che siamo solo materia: hanno scelto di essere materia e quindi anche il loro spirito resterà nel mondo materiale!

Il purgatorio e il paradiso si potrebbero trovare nella materia oscura che per ora non vediamo ed è abitata dagli spiriti dei credenti, ma che alla fine dei tempi si concretizzerà diventando, come scrive S. Pietro nuovi cieli e nuova terra, nei quali abiti la giustizia.

Ma quando ci sarà la “fine dei tempi?” Lo stesso Pietro afferma che per Dio un giorno è come mille anni e mille anni sono come il giorno di ieri che è passato, volendoci dire che Dio E’, eterno presente, e mentre per noi il tempo scorre, in un “punto di luce inaccessibile all’uomo” (come dice s. Paolo) abita Uno per cui attimo ed eternità non sono distinti, Uno per cui un punto e l’immensità sono la stessa cosa: datosi quindi che per Lui qui e ora equivalgono a sempre e dovunque, anche la fine è uguale all’inizio ed i cieli nuovi e la terra nuova che per noi dovranno arrivare (non si sa quando) per altri (i nostri cari defunti che abitano la materia oscura) ci sono già.

Una curiosità: ho scritto prima (e questo è affermato in quasi tutte le opere divulgative) che secondo la teoria del big-bang l’universo è nato circa 14 miliardi di anni fa; se l'Universo non fosse in espansione, il confine visibile sarebbe quello, a (circa) 13,7 miliardi di anni luce da noi.

Ma non è così: ho letto che siccome l'Universo si espande, molti scienziati affermano giustamente che mentre quel raggio di luce arriva fino a noi dopo un viaggio così lungo, la fonte che lo ha emesso si è allontanata a sua volta e ora si troverebbe a 47 miliardi di anni luce da noi (anche se non capisco come mai questa distanza non è valutata in 28 miliardi, cioè la somma delle due velocità nelle due direzioni opposte tra di loro); e questo sarebbe, adesso e circa, il raggio dell'Universo osservabile da qualunque punto della Terra.


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(4.3.20) VINCENZO FUSCO TRA FILOSOFIA, SCUOLA E POLITICA (Domenico Distilo) - Su iniziativa della Fondazione Girolamo Tripodi è stato commemorato a Polistena, Domenica 1 Marzo, il professor Vincenzo Fusco nel primo anniversario della scomparsa. La manifestazione, svoltasi presso la Sala Condello di via Francesco Jerace, ha previsto numerosi interventi. Pubblichiamo la relazione su Fusco tenuta da Domenico Distilo.
Riportiamo in basso anche la locandina della manifestazione.


* * *

VINCENZO FUSCO TRA FILOSOFIA, SCUOLA E POLITICA

Del mio incontro con Vincenzo Fusco e del tempo trascorso con lui quando eravamo entrambi docenti di filosofia e storia del liceo scientifico “Guerrisi” di Cittanova ho già detto nell’
articolo pubblicato online, su Galatro Terme News, alcuni giorni dopo la sua scomparsa. Per cui eviterò di ripetermi, soffermandomi invece su una personalità il cui tratto non comune, starei per dire la cui unicità, consisteva, essenzialmente, nel tradurre in stile di vita, in atteggiamenti improntati all’ironia e manifestati con nonchalance, idee che si era venuto formando con uno studio severo, decisamente d’altri tempi – dei suoi tempi -, integrando l’originaria base classico-umanistica con vaste e approfondite conoscenze filosofico-giuridiche. Col risultato, non certo dappoco, di riuscire a piegare anche i più astrusi tecnicismi – con cui, va ricordato, doveva fare i conti in ragione del suo ufficio di Giudice di pace, allorché redigeva sentenze anche stilisticamente impeccabili - a una sapienza che mai avrebbe potuto attingere se le sue conoscenze avessero avuto la forma e la sostanza di competenze soltanto tecniche.

Un esclusivo tecnicismo sarebbe stato, del resto, difficilmente armonizzabile con l’ironia che lo connotava e che portava sempre con sé, non quale arma da sfoderare o abito da indossare estemporaneamente, ma quale attributo di un carattere che non poteva fare a meno della leggerezza neppure quando, magari, “sferzava” l’interlocutore; neppure quando gli argomenti delle discussioni erano per natura “gravi” ed apparivano inadatti a un approccio all’insegna della leggerezza. In questi casi Fusco ti dimostrava che l’apparenza non era la realtà e che ogni approfondimento non sarebbe stato tale se non fosse stato condotto con leggerezza e, preferibilmente, attorno a una tavola imbandita. Tavola che aveva fatto diventare col tempo una vera e propria officina filosofica, al punto che non fu per nulla un caso se proprio a tavola mi resi conto di aver compreso, senza però mai dirglielo, in che modo si fossero fuse ed amalgamate le diverse componenti della sua formazione culturale.

Compresi come alla base, nel senso di prima di tutto, ci fosse il cattolicesimo popolare “respirato” nella fanciullezza-adolescenza e mai dismesso, che da adulto avrebbe tenuto bene al riparo da forme e formule che apparissero anche solo di vaga sostanza dogmatica; poi venivano il latino e il greco studiati al liceo, che si guardava bene dall’ostentare ma che era chiaro come in lui rappresentassero il tessuto connettivo non solo e non tanto di un bagaglio culturale, ma di un’intera personalità. Bagaglio culturale e personalità alla cui formazione avrebbe contribuito in misura significativa Benedetto Croce, che Fusco lesse nelle edizioni Laterza e che gli trasmise la fede nella libertà, destinata a diventare il leitmotiv, la sostanza delle sue lezioni di filosofia nei licei di Cittanova; infine il socialismo, non certo in versione marxista, tantomeno comunista-leninista, ma declinato come aspirazione ad un ideale che trovava i suoi mentori in personaggi la cui cultura poteva dirsi di chiara matrice liberalsocialista e, in prospettiva, azionista e radicale, tra tutti il profeta della non violenza Aldo Capitini, il Gandhi Italiano, al quale non c’è dubbio che si possa e si debba affiancare lo storico preside del liceo classico “Gerace” di Cittanova, Ugo Arcuri.

Un aspetto che potrebbe apparire, se non paradossale sicuramente un po’ fuori posto nel profilo filosofico di Fusco, è la predilezione per Kierkegaard, il fondatore dell’esistenzialismo contemporaneo, nel quale si trovano condensate le implicazioni più coerenti ma nel contempo più ostiche, per chiunque abbia un retaggio culturale proprio di un paese meridionale e cattolico, della Riforma protestante. Orbene, mi disse una volta Vincenzo Fusco che Kierkegaard, un autore per molti, me compreso, illeggibile non solo perché danese, per molti versi molto più faticoso di Hegel, gli serviva a bilanciare quanto di gesuitico era inevitabilmente entrato nella sua cultura-formazione ma che spesso non sopportava, ritenendolo incompatibile con una moralità degna del nome e compiutamente laica. Ognuno interpreti come vuole questa sua ambascia, o se vogliamo contraddizione, vera o apparente che sia.

Una curiosità mi affligge: tra le carte di Fusco dovrebbero trovarsi dei componimenti poetici, endecasillabi sciolti se non ricordo male, da lui concepiti e vergati con cura su fogli di rubrica in vista delle uscite didattiche che facevamo ogni anno con le classi terze a Stilo nei luoghi campanelliani, componimenti fatti recitare ai ragazzi perché, diceva, l’armonia dei luoghi e dei versi ispirasse loro gli ideali della pace, della bellezza e della sintesi di entrambe nella giustizia, giustizia che, teneva a precisare, non avrebbe potuto dirsi tale se non fosse stata sociale, ragion per cui la realizzazione passava necessariamente, come del resto in Campanella, e come già in Platone, attraverso la politica.

Politica che se lo faceva addolorare allorché cadeva nelle mani dei politicanti, lo ispirava e gli dava fiducia quando era interpretata da figure di riferimento quali per lui erano Sandro Pertini, nel Gotha nazionale, e Girolamo Tripodi in quello locale, Tripodi per il quale non esitò a dichiararmi una volta, expressis verbis, di aver sempre votato, perché la giustizia sociale perseguita con le lotte bracciantili e poi nella carica di sindaco riscattava ogni possibile lacuna, ogni possibile critica che gli si sarebbe potuta rivolgere riguardo alla quotidiana pratica amministrativa.

C’è un’altra componente fondamentale nella vita e nella cultura di Vincenzo Fusco, componente, com’era nel suo stile, nel suo modo d’essere, né mai ostentata né mai dissimulata, il patriottismo che muoveva da Mazzini scendendo per li rami e abbracciando la piccola quanto la grande patria, Polistena, a cui dedicò alcuni dei suoi scritti più significativi, e l’Italia che una volta su un autobus a Londra – correva il ’93 ed eravamo in gita scolastica nonché nel pieno di quella vicenda sempre più controversa che fu Tangentopoli - difese con rabbia ed orgoglio dagli apprezzamenti che giudicò volgari di un inglese troppo poco sir.

Vincenzo Fusco, questo è certo, è tra le figure più significative che Polistena e la Piana abbiano espresso negli ultimi decenni. E’ certo che non lo dimenticheremo, come non lo dimenticheranno le generazioni di studenti che ha contribuito in misura notevole a formare nei molti anni di insegnamento nei due licei di Cittanova. Ai quali era legato nella stessa identica misura, essendo troppo intelligente e troppo colto per indulgere in insulse beghe di campanilismo scolastico e compreso com’era, del resto, della necessità di quell’umanesimo scientifico o scientismo umanista, insomma, della sintesi tra le due culture, senza concessioni a suggestioni di primato dell’una o dell’altra, anche se, ripeteva, è giusto che il liceo classico resti liceo classico, perché rappresenta una tradizione e un valore da non disperdere.

Domenico Distilo

Scarica il testo della relazione (PDF) 70,9 KB

Nella foto in alto: il tavolo dei relatori alla commemorazione del prof. Vincenzo Fusco.


Locandina della manifestazione

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10.03.2019 - Un ricordo del prof. Vincenzo Fusco

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(6.3.20) SULL'ULTIMO LIBRO DI ALFREDO DISTILO: IL SEGRETO (Teresa Furina) - Un gruppo di ragazzi calabresi, la loro infanzia, e poi l’età matura quella del militare, la separazione dalla propria terra, dagli affetti più cari.

Tempi difficili quelli raccontati da Distilo, usi, costumi e una realtà ormai scomparsa, la Calabria di un cinquantennio fa, lontana e rimpianta per certi versi, fatta di valori, quelli veri, su cui ogni uomo e donna dell’epoca poggiava la propria esistenza.

Il Segreto è anche la storia di Vittorio e Natalia e di altri personaggi, un racconto avvincente, un intrecciarsi di avvenimenti tristi e divertenti, modulati dallo scrittore in modo tale da tenerci col fiato sospeso fino alla fine.

In effetti, uno dei maggiori punti di forza di questo romanzo è dato proprio dal sistema dei personaggi, molto ben costruiti, nei quali ogni lettore può identificarsi e tra i quali figura lo stesso Distilo, nel contempo autore e protagonista che sin dall’inizio partecipa alla narrazione con aggiunte e commenti propri.

Il ritmo all’azione è dato dal rapido incalzare degli eventi che conferiscono alla storia, naturale scorrevolezza e vivacità.

Lo stile, volutamente semplice, è allo stesso tempo molto attento e ricercato, carico di accurate aggiunte in dialetto calabrese (e galatrese in particolare), prive di una traduzione a fronte in italiano che lo rendono, a mio avviso, un libro ancora più ricercato, riservato alla comprensione dei soli conterranei.


Copertina del libro Il Segreto di Alfredo Distilo

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23.09.2019 -
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(13.3.20) UMBERTO DI STILO: LO SCRITTORE E LA SUA COMUNITA' (Angelo Cannatà) - Questa non è una recensione. Se così fosse dovrei parlare del libro di Umberto Di Stilo - “Galatro. Pagine di storia” -, raccontarlo, e l’ha già fatto con la consueta intelligenza Domenico alcune settimane fa.

Questa non è una recensione perché qui mi interessa la fatica. La fatica fisica di scrivere e, ancor di più, la fatica mentale della riflessione. Provate a immaginarlo, Umberto, piegato sulle carte per anni a leggere, annotare: la ricerca storica nasce dalla passione, e dalla volontà/capacità di resistere al lungo lavoro di documentazione, alla vita che lo studio “pre-tende” e si porta via.

Questa non è una recensione perché qui mi interessa il tempo. Il tempo che Umberto ha dedicato a Galatro. Immaginatelo, giovanissimo, alla stazione di Rosarno mentre parte per inseguire un’idea, un progetto; alla stazione ferroviaria mentre si avvia, carico di attese, verso gli archivi storici di Napoli, di Roma... Mi raccontò molti anni fa: “Volevo sapere, Angelo, conoscere qualcosa del Paese in cui vivo.” Molti parlano dell’assassinio del socialista Pronestì, ma come si svolsero i fatti? Chi commise l’omicidio? Perché? Ed ecco che il giornalista-scrittore-storico indaga, cerca tracce, scrive per portare alla luce un “frammento” della storia politica di Galatro. E’ come se Umberto, fatta una promessa a se stesso, abbia voluto mantenerla, contro gli habitué della bugia (“Prometti pe’ certu e manchi pe’ sicuru”, “Vocabolario del dialetto”…, p. 354). Umberto non ha mancato l’appuntamento col suo libro e con la sua promessa.

Questa non è una recensione perché qui mi interessa lo spazio. Lo spazio in cui Umberto ha accumulato per anni i documenti trascritti, o fotocopiati quando è stato possibile; lo spazio (anche dell’anima) in cui ha raccolto migliaia di testi, carte, foto, dagli archivi di Stato: non solo Napoli, Roma; è stato a Reggio, Catanzaro, Palmi… all’archivio segreto Vaticano, all’Abazia di Grottaferrata… a Nicotera, Mileto, Laureana. Una ricerca costante. Seria. Meticolosa. Lunga. Occorre saperne di più - pensa - dello “Stabilimento Termale” (Buda nei primi mesi del 1891 anticipa un “consistente importo finanziario” per “la costruzione di un fabbricato”, pp. 104-138); saperne di più del “Complesso bandistico”; delle alluvioni (Metramo “apparentemente lento e sonnacchioso… ha causato immani disastri e luttuosi avvenimenti”, p. 58); della “Chiesa dei Santi Gregorio ed Elia”; dei “Galatresi nella Guardia Nazionale”. Saperne di più: per mantenere la promessa: “Ogni promissa è debbitu” (cit. p. 355).

Questa non è una recensione perché qui mi interessa l’autore. Che si è dato il compito di ricostruire - trascurando a volte la famiglia (accade) - una parte importante della “Storia di Galatro”, anche quella lontana nel tempo (“I Sindaci nel periodo Comunale”; “I Podestà”) e, con metodica precisione, le vicende del “Convento di Sant’Elia” (“Come documentato dall’atto del notaio Leonardo Morano, il 24-8-1730 è iniziata…”). Eccetera. Cos’è un uomo privo di memoria? Nulla. E un Paese senza memoria? Umberto recuperando frammenti del passato dà dignità storica e sociale (e lustro e orgoglio) a una Comunità. Umberto fa opera giusta. E non da oggi: l’amore per Galatro è presente in ogni suo testo (anche nelle “Raccolte di proverbi”, nei “Racconti”, in “Fiori di campo”) e anzitutto in “Bozzetti galatresi”, “Il mio Natale”, “Vocabolario del dialetto di Galatro”. E’ un amore corrisposto?

Questa non è una recensione perché qui mi interessa dire che il grande amore di Umberto per Galatro non è corrisposto da quanti non leggono i suoi libri; dagli apatici; dagli indifferenti; dagli amministratori comunali che, colpevolmente, hanno permesso che un libro d’interesse storico su Galatro fosse pubblicato a proprie spese dall’autore. Va detto con chiarezza, il testo di Umberto resterà nel tempo: dentro c’è la fatica della ricerca, la serietà della documentazione, il cercare tracce, testimonianze, resoconti… e il lavoro complesso dell’interpretazione; che, nel Nostro, è “attenzione ai contesti” e capacità di “tenere insieme presente e passato in una fusione di orizzonti”. Bene. Fate uno sforzo, galatresi, cercatelo il testo di Umberto, annotate le pagine più belle, gratificate l’autore interessandovi alla sua opera, che, da oggi, “è” opera della Comunità. Leggerla significa “accostarsi” alle nostre radici: conoscere/conoscersi. Una Comunità è tale se ha coscienza del proprio passato.


Articoli attinenti
04.01.2020 - Il nuovo volume di Umberto Di Stilo sulla storia di Galatro

Nella foto in alto: Umberto Di Stilo.

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(24.3.20) PRENDO UNA POESIA DAL CASSETTO IN QUESTO BRUTTO MOMENTO (Biagio Cirillo) - In questo momento critico che ci tiene tutti chiusi nelle mura domestiche, mi viene in mente il mio paesello, tante domande dentro di noi che non trovano risposte. Spero che questo virus non vi debba far passare momenti di dolore, non avendo strutture idonee ad ospitare un afflusso di persone, sarebbe un disastro per voi. Voglio pensare e sperare che per voi sia solo un brutto incubo visto in tv.

Speriamo che passi in fretta così possiamo incontrarci per le vie di Galatro e scambiarci abbracci come abbiamo sempre fatto negli anni passati. Ne approfitto per aprire il cassetto e inviarvi una poesia scritta e accantonata insieme ad altre che sicuramente invierò nei prossimi giorni, dato che il tempo non manca. Insieme a un augurio di buona salute a tutti i miei paesani e non solo, vi mando un caloroso abbraccio.

Ricordi luntàni

Penzàti, ca oji cchiù d’ajèri,
mi veni a menti quand’eramu cotraredji,
mi veninu ‘nta menti
i jorna da scola chi passavanu lenti.

Cu si ndi fregava du futuru
o si mancava a luci e restàvamu o scuru,
penzàvamu u ‘ndi godèmu a jornàta,
cu nu paru i cazi rutti e na maglietta sciancàta,
senza virgogna e senza scornu
stàvamu fora tuttu lu jornu.

Quandu ndi chiamàvanu i mammi nostri
ca ndi volènu assettàti a tavula cumposti,
prima mangiavi tuttu senza reclamari,
e poi potìvi nescìri pe jocàri.

Avanti a porta, supra a nu scalùni,
n’cera sempri n’amicu comu nu lampiùni
chi t’aspettava mu jochi
cu i figurini 'e mani o cu nu piròci.

Nte stràti nc’era di tuttu,
fossi, palacchi e puru u cundùttu,
sì, u cundùttu chi passava d'a crucivìa,
aundi si prischijàva e si lavàva a biancheria;
vabbè! chiamamula biancheria,
eranu sulu quattru stracci e ‘mbiàtu cu l’avìa.

Poi mi veni ntra menti ca a tutti nui cotràri,
i genitori nostri ndi ‘nzignàvanu a salutari:
tra vui cotrari, ndi dicènu, fati cumu vi pari,
mi raccumandu però, l’anziani l’aviti a rispettàri.

Certu, a nui cotrari l’anziani
ndi volènu beni e cu principi sani,
ndi volènu educati e rispettùsi
a randi, pìcciuli e muccùsi

Mi ricordu puru ca nte strati
non nc'èranu sulu pecuri e crapi,
nc'èranu puru gadjìni, pudjìa e cani,
muli, vacchi e tanti perzuni, giuvani e anziani.

Mi ricordu tanti negozi di alimentari
e panini c’a mortatella pe nui cotrari,
nc'eranu negozi a ogni via,
l’avemu puru nui, a crucivia.

Poi ‘ndavemu i jumàri,
pe nui cotrari eranu com’u mari,
e ccà ndi ‘mparammu a natàri
e puru a modu nostru a piscàri.

Quantu vorrìa u tornu arrèdu
assettàtu supa a nu murèjiu,
o supa a n’armacèra di petri
pemmu li ricordi fannu luci.
Mi véninu a menti tutti l’amici
‘ngiru po mundu, speru ca su felici.

Mi veni a menti a praca p’e petturussa,
na pittàra, na stecca i canna e na fossa,
povari acedjuzzeji, mò no farrìa,
e mancu mu sbucu e passari a folìa.

Quant’è bellu u si penza all’anni passati,
all’anni chi si caminava scazi,
sì, scazi pecchì nc'era pocu e nenti,
però ncera u beni tra amici e parenti.

Tra nui cotrari ndi spartèmu u pani,
u sonnu e a fami,
ndi spartèmu puru i corpa,
eramu tanti ed era sempri na lotta.

Biagio Cirillo



Galatro: sezione Magenta vista da Montebello.


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(16.4.20) L'IMPORTANZA DEL VERSETTO 7 DELLA SURA III DEL CORANO (Pasquale Cannatà) - Nei primi giorni di dicembre dell’anno 2015 sono venuto a conoscenza tramite il “Corriere della sera” di un esperimento sociale di due giornalisti olandesi che hanno fatto leggere ad alcune persone fermate per strada certi versetti di un libro che aveva la copertina del “Corano” ma al suo interno conteneva la “Bibbia”.

L’intenzione dichiarata dei giornalisti era quella di dimostrare che se l’islam è ritenuta una religione con delle componenti discriminanti, anche nel “cristianesimo” non mancano precetti che la civiltà occidentale moderna ritiene inaccettabili: cominciando dal ruolo delle donne che devono essere sottomesse e proseguendo con le punizioni corporali, con la guerra e così via si vorrebbe far credere che anche il “cristianesimo” sia pieno di indicazioni moralmente e civilmente sorpassate, mentre non mancano nel Corano molti passi che parlano di amore e compassione.

Quando i giornalisti hanno mostrato alle persone intervistate che quelle parole erano scritte nella Bibbia, queste sono rimaste sbalordite pensando che le cose lette facessero parte di una religione che credevano piena di indicazioni rivolte all’amore, alla pace ed all’uguaglianza, senza rendersi conto della differenza tra l’Antico Testamento da cui erano tratti i brani ed il nuovo Testamento.

In matematica, se si parte da alcuni dati inesatti, anche se poi si eseguono tutti i procedimenti in modo corretto è inevitabile che si giunga ad una soluzione sbagliata. Lo stesso vale in un discorso dialettico quando la premessa non è valida: tutte le argomentazioni successive e le conclusioni a cui si arriva sono del tutto fuorvianti.

L’Antico Testamento contiene storia e dottrina, il Vangelo è tutta dottrina. L’Antico Testamento racconta la storia di Israele ed è il “libro” degli ebrei: non ci appartiene se non in quanto c’è in esso l’annuncio e la preparazione all’avvento del Cristo, ed essere cristiani vuol dire credere che Gesù Cristo è figlio di Dio e Lui stesso Dio e cercare di vivere la buona novella che ci ha rivelato mettendo in pratica la dottrina contenuta nel nuovo Testamento.

Un lettore del Vangelo che sia poco attento, potrebbe dirmi che Gesù Cristo ha affermato di non essere venuto in questo mondo per “abolire la legge, ma per completarla”, per cui tutto l’Antico Testamento è ancora valido anche per i cristiani: è il solito caso in cui si vuol usare un brano estrapolato da un contesto per avvalorare una propria tesi contraria al significato che esso ha nella totalità del testo in esame.

Certamente non si può cancellare nulla della “storia” a volte anche scabrosa degli ebrei e delle guerre combattute da loro come da tutte le altre popolazioni del mondo, ne’ si può abolire nessun insegnamento tra quelli religiosi e morali praticati dagli israeliti: ma quando Gesù dice “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” ecco che viene il completamento della legge di cui il Cristo è artefice.

E allora via tutte le tradizioni e le pratiche imposte da scribi e farisei relegate a storia, cronaca e vita quotidiana di competenza di “Cesare”, via le vendette, le discriminazioni e la violenza e spazio all’amore dovuto a Dio ed al prossimo ed al perdono che noi dobbiamo concedere ai nostri fratelli così come lo vorremmo concesso da Dio per noi.

Quando Gesù perdona l’adultera, la invita anche a non peccare più, e questo ci insegna che bisogna sempre perdonare il peccatore, di qualsiasi colpa si sia macchiato, ma che bisogna anche condannare i comportamenti a Lui non graditi senza cadere nella trappola del modernismo che vorrebbe indurci ad accettare l’aborto, l’eutanasia, l’utero in affitto per dare figli anche a coppie omosessuali e tutte le altre cose che alcune lobby cosiddette progressiste tendono ad imporci.

Gesù ci invita ad estendere questo amore e questa misericordia verso tutti gli esseri umani, senza alcuna distinzione, arrivando ad includere persino quelli che si comportano come nostri nemici.

Questa distinzione non è ancora avvenuta nell’Islam, e finchè i seguaci di Maometto continueranno ad interpretare alla lettera il loro libro sacro sarà difficile che riescano a separare quel che è di competenza di Cesare da quello che è dovuto a Dio, mentre per noi cristiani anche il solo fatto che Gesù insegnava in parabole ammonendo che “chi ha orecchie per intendere intenda” ci autorizza a valutare ogni comportamento non solo nel discernimento tra ciò che è lecito e ciò che non è lecito fare, ma anche misurandolo col metro dell’amore dovuto ad ogni persona a noi prossima.

I musulmani sostengono che il messaggio di Gesù è da ritenersi superato così come il Vangelo supera il vecchio testamento: Maria è onorata come madre del penultimo profeta e Maometto è il depositario delle definitive disposizioni che Allah ordina per regolare il corretto svolgimento della vita sulla Terra. A me sembra invece che al posto di un ipotetico superamento del Vangelo, nell’Islam ci sia un ritorno al “Dio degli eserciti” degli ebrei.

Eppure gli Imam non hanno considerato nel modo appropriato l’importanza del versetto 7 della Sura III del Corano, dove è scritto:
«E' Lui che ha fatto scendere il Libro su di te. Esso contiene versetti espliciti, che sono la Madre del Libro, e altri che si prestano ad interpretazioni diverse. Coloro che hanno una malattia nel cuore, che cercano la discordia e la [scorretta] interpretazione, seguono quello che è allegorico, mentre solo Allah ne conosce il significato. Coloro che sono radicati nella scienza dicono: "Noi crediamo: tutto viene dal nostro Signore". Ma i soli a ricordarsene sempre sono i dotati di intelletto.»

Inoltre, nella Sura 5 al versetto 8 è scritto:
«O voi che credete, siate testimoni sinceri davanti ad Allah secondo giustizia. Non vi spinga all'iniquità l'odio per un certo popolo. Siate equi: l'equità è consona alla devozione. Temete Allah. Allah è ben informato su quello che fate.»

Basterebbero questi due versetti per indurre quelli che fanno parte del cosiddetto islam moderato a lottare con maggiore forza con le armi dell’intelletto per far si che possano passare anche loro dalla fase antica di conquista di beni materiali (come è stato per gli ebrei dell’antico testamento) ad una nuova fase in cui vivere la loro fede con amore verso tutti (Non vi spinga all'iniquità l'odio per un certo popolo. Siate equi: l'equità è consona alla devozione, abbiamo appena detto riportando un versetto del Corano).

L’odio che i musulmani integralisti hanno verso quelli che definiscono infedeli dovrebbe quindi cessare, ed anche se nelle Sure precedenti ed in quelle successive si parla ancora di odio, violenza e discriminazione, ciò va letto come relativo solo a quegli anni di espansione territoriale, come era stato per gli ebrei dell’antico testamento, mentre in questi anni 2000 bisogna interpretarlo col filtro del versetto 7 della Sura 3.

Coloro che hanno una malattia nel cuore, che cercano la discordia e la [scorretta] interpretazione, seguono quello che è allegorico e cioè letterale, continuando a considerare le donne come inferiori all’uomo, gli infedeli come popoli da sottomettere se non proprio annientare e così via, mentre siccome sostengono che Allah è Misericordioso dovrebbero capire che questo Amore non deve essere riservato solo ai seguaci di Maometto, ma esteso a tutto il mondo.

Coloro che hanno una malattia nel cuore, non appartengono solo all’Islam, ma anche al Cristianesimo, ad altre religioni ed alla religione laica, per cui purtroppo si avvera per il momento il mistero annunciato dall’evangelista Matteo:
“Molti verranno nel mio nome per trarvi in inganno, ma è necessario che ciò avvenga”.


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(19.4.20) GLI ANNI OTTANTA (Domenico Distilo) - Una rassegna un po’ a caso - in 80 righi - di quegli anni controversi, fatta nella convinzione che stessimo meglio di oggi.

* * *

C’erano Reagan e Gorbaciov;

c’erano Craxi, De Mita e la staffetta;

che poi non si fece;

c’era la Thatcher premier in Gran Bretagna;

c’erano gli Yuppies;

e la Milano da bere;

c’era Karol Wojtyla papa;

che per poco, in un giorno di maggio 1981, non lasciava la vita in piazza San Pietro;

per l’attentato di Ali Agca;

e c’era monsignor Lefebvre che consacrava nuovi vescovi;

incorrendo nella scomunica latae sententiae;

c’era l’Italia campione del mondo a Spagna ‘82;

c’erano Platini e Maradona;

e pure Falcao;

c’era Pertini presidente della Repubblica;

e Toto Cutugno che cantava l’Italia con “un partigiano come presidente”;

c’era il sindacato Solidarnosc in Polonia;

sulla quale (Polonia) si abbatteva la repressione del generale Jaruzelski;

c’era la Guerra Iran-Iraq;

c’era il Muro di Berlino;

che sarebbe stato abbattuto nel 1989;

c’era Gheddafi che lanciava missili fino a poche miglia da Lampedusa;

c’era la Fiat Uno;

c’erano Saronni e Moser;

c’era Quelli della notte in tv in seconda serata;

poi venne Indietro tutta;

(non) c’era il Cacao Meravigliao;

ma c’erano le ragazze Pom-Pon che lo pubblicizzavano ballando e cantando;

c’era Natta segretario del PCI;

poi Occhetto;

che avrebbe fatto partire la “Bolognina”;

c’erano i film di Celentano (Innamorato pazzo, Il bisbetico domato; Segni particolari: bellissimo);

c’erano i Duran Duran;

e gli Spandau Ballet;

c’era la Lega di Bossi che nasceva con il nome di Lega Lombarda;

c’era Raf che si chiedeva: “Cosa resterà di questi anni Ottanta?”;

c’era ancora il terrorismo bierre;

che nel 1988 assassinava Roberto Ruffilli;

che era il consigliere economico di De Mita;

c’era Antonello Venditti;

che, inconsapevolmente presago, evocava un “grave virus postatomico”;

c’erano Papandreu in Grecia;

Craxi in Italia;

Mitterrand in Francia;

Gonzales in Spagna;

Soares in Portogallo;

che provavano a far nascere il cosiddetto “socialismo mediterraneo”;

c’era la guerra delle isole Falkland-Malvine;

che avrebbe provocato la caduta del governo dei militari in Argentina;

c’erano i russi impantanati in Afghanistan;

dove insediarono un governo filosovietico;

per poi ritirarsi e lasciarlo in balia dei mujahidin (combattenti del jiad, la guerra santa);

che erano estremisti musulmani;

così da poter avere il loro Vietnam;

pareggiando il conto con gli americani;

c’era, allo stato nascente (1987), il programma Erasmus;

che avrebbe consentito ai giovani universitari italiani di studiare in Europa;

e ai giovani universitari europei di studiare in Italia;

c’erano gli elenchi della loggia P2;

custoditi per mesi in un cassetto della scrivania di Forlani (detto Coniglio mannaro) a Palazzo Chigi;

che avrebbero provocato un terremoto;

con la caduta del governo;

e il cambio di direzione e assetti societari al Corriere della Sera;

c’era il banchiere Calvi che sarebbe morto a Londra;

impiccato sotto il ponte dei Blackfriars;

c’era Kissinger che seguiva il campionato di serie A;

spesso ospite dell’Avvocato in tribuna d’onore;

c’erano i fratelli Abbagnale;

che facevano incetta di ori olimpici;

oltreché di titoli mondiali;

e c’era Giampiero Galeazzi, detto Bisteccone;

che li celebrava ed esaltava in appassionate telecronache TV;

c’era a il maxi processo che si celebrava a Palermo;

fondato sulle rivelazioni del pentito Tommaso Buscetta al giudice Falcone;

e c’erano tante altre cose ancora;

da poter riempire molto più spazio di quello fin qui utilizzato;

che sarà bastato per rifarsi un’idea;

di quegli anni controversi;

che non furono solo “da bere”;

evidentemente.


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