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Heisenberg e il diavolo
Pasquale Cannatà
Quando su internet trovo un articolo che mi piace lo copio e lo incollo su un file di appunti, così da poterlo consultare e citare nel caso in cui l’argomento sia attinente a quello che sto scrivendo in quel momento: ho riletto giorni fa un post scritto su facebook da mio nipote Rocco a proposito del “principio di indeterminazione di Heisenberg”, e ve lo ripropongo quasi integralmente con l’aggiunta di qualche osservazione magari presa da altri articoli.

Rocco scrive che sul piano epistemologico tale principio è stato ritenuto ‘diabolico’, e spiega questa sua affermazione partendo dalla constatazione che mentre nei tempi antichi si attribuiva a Dio ogni fenomeno naturale, oggi si crede che la scienza abbia tutte le risposte: insomma, la scienza è “il mito dei nostri tempi”, un mito che corrisponde al bisogno di certezze dell’essere umano.

La scienza è progredita nei secoli con Newton, Galileo e tutti gli altri che hanno spiegato la natura delle cose in fisica, biologia ecc. fino a quando la teoria della relatività illustrata da Einstein ha fatto conoscere al mondo che le leggi della meccanica classica non sono valide se applicate alle dimensioni infinitamente grandi dell’universo (vedi la curvatura dello spazio per effetto della forza di gravità), e fino a quando la meccanica quantistica di Schrodinger e Heisenberg ha fatto lo stesso per quel che riguarda l’infinitamente piccolo delle particelle subatomiche: il principio di indeterminazione afferma che una particella (materiale) non è diversa da un’onda (immateriale) e che questo stato di ambiguità permane finché qualcosa non le osserva, non le misura. L’ambiente misura costantemente il mondo subatomico, condensando il potenziale in una realtà solida. Per quanto sembri impossibile, è vero. Verificato e riverificato. Gli elettroni esistono in uno stato costante di onda e particella, finché qualcosa non li misura. La misurazione dell'elettrone ne forza la condensazione in una realtà o nell'altra.

Proprio come aveva previsto Heisenberg. Le particelle subatomiche che costituiscono gli atomi operano in base alle regole indistinte del mondo dei quanti, ma all'esterno si espandono nel mondo di miliardi di atomi che costituiscono gli oggetti concreti che conosciamo. Quegli atomi si scontrano, si spintonano e interagiscono, misurandosi reciprocamente, forzando il potenziale in una realtà fissa.

Rocco continua affermando che è proprio la scienza a concludere che ci sono settori della realtà che non le sono accessibili, che non può determinare e misurare con l’osservazione perché l’azione stessa dell’osservare modifica e stravolge l’oggetto che si intende osservare: quindi per alcune cose nessuna conoscenza è possibile perché applicando l’osservazione l’osservato viene stravolto. Il paradosso epistemologico che ne deriva è che la razionalità (su cui si fonda la scienza) afferma scientificamente lo “scacco” della ragione: Heisenberg a suo modo non scopre qualcosa sul funzionamento della realtà esterna, ma scopre i limiti naturali di ogni strumento di indagine (comprese la razionalità e l’intelligenza). Per esempio rimane indeterminata l’origine stessa della razionalità, per cui la ragione (che spiega le cose) non sa dare ragione di se stessa: come diceva Tommaso d’Aquino, è essa stessa un dono di Dio. Se Dio è l’ordine e la conoscibilità della natura, il diavolo è l’inconoscibilità delle cose, anche se poi chi crede in Dio crede pure che il diavolo sia stato creato da Lui: così è sempre Dio che ha creato ogni scienza e ogni limite alla scienza; l’accesso conoscitivo a certezze assolute e l’impossibilità diabolica di assurgere ad altre certezze assolute, a verità ultime e definitive. Heisenberg riporta quindi la scienza nel medioevo.

Fin qua Rocco, ma io vorrei riproporre alcuni concetti già espressi in precedenti articoli.

La logica che potremmo definire pratica, porta a dover scegliere tra due posizioni: vero o falso; una cosa o è dura o è tenera, o è chiara o è scura, una legge fisica sperimentata per situazioni e oggetti che tocchiamo con mano deve essere valida anche per oggetti estremamente piccoli o eccessivamente grandi (abbiamo detto prima come quest’ultima affermazione sia stata smentita da Einstein e Heisenberg).

Questa ragione logica basata sull’aut-aut, su una visione del mondo limitata a ciò che si vede e si tocca, spinge gli atei a negare quello che invece la fede cristiana propone come verità e che lo scrittore Vittorio Messori indica come “la logica enigmatica del cristianesimo”, che è sempre quella del et-et non quella dell’aut-aut.

Per il cristiano, Dio è Uno, ma anche tre Persone; la bibbia è di ispirazione divina, ma è scritta da uomini con il loro linguaggio e la cultura del loro tempo (non è immutabile da applicare alla lettera in ogni tempo come il corano, si può interpretare mantenendone però lo spirito); Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo così come la materia fatta di elettroni è onda e particella; la Chiesa è santa in quanto sposa di Cristo e anche peccatrice in quanto composta da fragili uomini.

Per dirla con le parole dello scrittore G.K. Chesterton “il credente è un uomo che (pur vivendo nel mondo concreto, fatto di cose tangibili) accetta il miracolo se a questo lo obbliga l’evidenza; il non credente è un signore che non accetta neppure di discutere di miracoli (neanche se evidenti, in quanto sostiene che un domani la scienza sarà progredita e sarà in grado di spiegare anche ciò che oggi non conosciamo) perché a questo lo obbliga la dottrina che professa (la religione materialista) e che non può smentire”.

Ancora: secondo Messori, il cristiano, con il suo et-et vuole tutto, possiede tutto, non è costretto a scegliere (tra materia e spirito, tra ciò che potrebbe sembrare illusione e la realtà concreta che si vede e si tocca)!

Spirito e materia, illusione e realtà sembrano inconciliabili tra loro e destinati a non incontrarsi mai, così come gli infinitesimi di Heisenberg e gli infiniti di Einstein, che sembrerebbero separati da distanze incolmabili. L’uomo è riuscito a calcolare le misure infinitesime che chiamiamo “quanti”, ma non può andare oltre tali limiti, così come non potrà mai calcolare quantità infinite perché come diceva già Aristotele l’infinito è sempre in potenza, mai in atto; un esempio di questa impossibilità è il fatto che non potremo mai indicare il numero più grande possibile perché esiste sempre il suo successivo aggiungendone uno: sappiamo dunque che i numeri sono infiniti, ma non lo sono in modo tangibile, in atto, ma solo potenzialmente. Lo stesso discorso vale per l’universo, che è illimitato, incommensurabile, infinito in potenza, ma come diceva sant’Agostino l’infinito in atto è un attributo esclusivo di Dio: siccome con il big-bang sono nati contemporaneamente lo spazio ed il tempo (alcuni scienziati affermano che “lo spazio è una questione di tempo”) potremmo concludere che la luce inaccessibile abitata da Dio prima del big-bang (questione di tempo) è la stessa che Egli abita oltre i confini dell’universo (questione di spazio) perché noi oggi vediamo arrivare da una distanza potenzialmente infinita la luce emessa un infinitesimo dopo il big-bang.

Gli infinitesimi di Heisenberg e gli infiniti di Einstein, che sembrerebbero separati da distanze incolmabili si incontrano invece nella luce inaccessibile abitata da Dio.

E mentre per noi il tempo scorre, in quel punto di luce inaccessibile all’uomo abita Uno per cui attimo ed eternità non sono distinti, Uno per cui un punto e l’immensità sono la stessa cosa, Uno che possiede una incommensurabile energia potenziale (fatta di onde e non di particelle, di energia e non di materia, di pensiero potremmo dire) e che osservando in se stesso l’universo da Lui pensato la trasforma in ogni istante nel mondo reale a cui apparteniamo. In sostanza noi siamo un “pensiero di Dio”.

San Paolo, parlando della “luce inaccessibile” ci ha fornito la chiave giusta per aprire la porta oltre la cui soglia si scopre ineluttabilmente la presenza di Dio.

In conclusione, contrariamente a quanto afferma Rocco sul fatto che la scienza più avanzata ci riporta al medioevo, potremmo dire che già 2000 anni fa l’apostolo delle genti ci aveva anticipato quanto afferma oggi la scienza più avanzata (fisica quantistica), e cioè che ci sono cose che esistono ma che l’uomo non potrà mai misurare (capire?) nonostante si applichi nella ricerca con tutte le sue forze (ragione, intelligenza, …).

Non è un pensiero nuovo, perché già nel V secolo a.c. Socrate affermava di “sapere di non sapere” perché era consapevole del fatto che, come avrebbe scritto molti secoli dopo William Shakespeare nel suo Amleto, «ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogni la filosofia» ed io aggiungerei, la scienza.

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03.04.2007 - Egli abita una luce inaccessibile
01.08.2016 - Infinitesimi e infiniti: il paradosso di Achille e della tartagura

Nella foto in alto: Heisenberg e il principio di indeterminazione.


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