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Galatro, toponomostica e
personalità del passato

Angelo Cannatà
Da qualche mese la vita politica del Paese è scossa da scelte irrazionali - qualcuno sa davvero perché Salvini ha distrutto il governo di cui era il dominus? - decisioni folli dall’esito per fortuna positivo: un governo progressista che i giornali democratici apprezzano, con l’eccezione incomprensibile di Repubblica. Intendiamoci, incomprensibile se rifiutiamo l’idea che Carlo De Benedetti decida e disponga a Largo Fochetti nonostante la dichiarata autonomia della testata. Lo scrivo qui oggi ma è tema da riprendere perché dice di certi orientamenti che incidono sulla vita del Paese. Ma veniamo alle questioni nostre, a Galatro, dove qualche movimento/atto (anche minimo) sarebbe benefico. Sempre meglio della palude stagnante.

Che significa la proposta della nostra testata sulla toponomastica? Leggo che “Una comunità di individui è tale se ha il senso della propria identità, che non nasce dal presente”. Giusto. Si nega valore però anche al passato remoto “che la distanza, quando non pietrifica, rende evanescente.” Insomma, gli eroi del Risorgimento chi se li ricorda più? Eliminiamoli dalla toponomastica. Se la proposta è questa, non condivido. Non toccate Via Garibaldi. Il passato, anche quello remoto, ha senso. Eccome!

Voglio dire che trovo troppo radicale l’idea di “una nuova intitolazione delle vie”, se si pensa a tutte le vie del paese. In alcuni nomi è sedimentata una storia di sangue e lotte per la libertà, ed giusto ricordarli anche oggi.

Altra cosa è proporre, come credo vada intesa l’idea del nostro giornale, di cambiare l’intitolazione di alcune vie (o indicare un criterio per le nuove). In questo caso l’idea è valida - e condivido in pieno - perché in effetti certi nomi, anche alla luce della nuova storiografia, forse non meritano d’essere ricordati: cito dall’ottimo storico Piero Melograni: “Il generale Cadorna impose ai comandanti di reprimere fulmineamente l’indisciplina delle truppe, senza vincoli procedurali.” In breve: Cadorna sterminò, decimò (“la triste storia delle decimazioni è lunga”) moltissimi soldati italiani “in modo mostruoso”. La moderna storiografia ha rivisto negativamente il giudizio su Cadorna, è il caso di lasciare ancora, a Galatro, una strada col suo nome?

Ecco: è solo un esempio di come, volendo occuparsi di toponomastica, occorra procedere: distinguendo. Senza fare di tutta l’erba un fascio. Il passato, anche quello remoto, non è tutto da buttare. Quando invece non ci sono ragioni perché la vecchia intitolazione delle vie permanga (e i casi sono molti), si modifichi.

Si modifichi con serenità d’animo come fanno altrove, valorizzando le personalità del luogo: a me, e a molti galatresi, i nuovi nomi delle vie - Rocco Callà, sindaco e uomo di cultura; Nicola Mancuso, sindacalista e alfiere delle lotte dei lavoratori; Don Agostino Giovinazzo, sacerdote; Piero Ocello, poeta ed educatore; eccetera - piacciono molto.

Certo, è piccola cosa modificare solo la toponomastica: per la rinascita del nostro borgo ci vuole altro: elaborare un’idea di Paese per il futuro; aiutare economicamente chi non ce la fa; creare - sfruttando incentivi europei - lavoro e occupazione; ripensare le Terme senza scannarsi politicamente; valorizzare la tradizione, l’arte, le Chiese; inserire Galatro nei flussi turistici; insomma, urge una classe dirigente propulsiva, dinamica, che stimoli e crei e suggerisca progetti (artigianato, agricoltura, green economy), eventi, azioni; non ultima l’iniziativa minima di aprire un’edicola (almeno quella!): che cos’è un paese dove non arrivano nemmeno i giornali? Enzo Biagi scriveva: “Considero il giornale un servizio pubblico, come i trasporti pubblici e l’acquedotto. Non manderò nelle vostre case acqua inquinata.” Suvvia, amici lettori, ma ci rendiamo conto del degrado? La stampa non può mancare in un paese civile. E’ ora di rinascere. Si metta mano alla toponomastica, d’accordo; ma si avviino anche programmi socialmente significativi. Altrimenti è puro nominalismo.

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