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Democrazia e ceto medio: riflessione
sulla proposta di Angelo Cannatà

Domenico Distilo
La proposta di fusione dei tre partiti del centro-sinistra (col trattino) in una nuova formazione che dovrebbe chiamarsi Partito del Lavoro, avanzata da Angelo Cannatà nel suo ultimo articolo, mi suscita delle perplessità non dappoco. Anche se credo di capire da dove nasca: l’insofferenza per una sinistra che sembra essersi separata dal suo background storico-culturale per avventurarsi in territori che da sempre appartengono alla destra. Col risultato di perdere buona parte dell’elettorato tradizionalmente di sinistra – gli operai e le categorie a questi affini - senza guadagnare, o senza guadagnare a sufficienza, tra quello di destra (la borghesia grande, media e piccola).

Non c’è dubbio che le cose siano andate così: la descrizione è fenomenologicamente corretta, ma poco analitica, tralasciando di spiegare perché, a un certo punto, uomini e formazioni politiche di sinistra abbiano immaginato di dover abbandonare lo schema lavoro VS capitale. A meno di non volerla attribuire ad una sopravvenuta ed inspiegabile metamorfosi del rivoluzionario di professione in radical-chic, la ragione è da ricercare nel fatto che si trattava di uno schema troppo… schematico, che non reggeva di fronte a società occidentali, compresa quella italiana, che invece di polarizzarsi secondo la profezia di Marx enunciata nel terzo libro de Il Capitale, profezia incentrata, com’è noto, sulla “legge” della caduta tendenziale del saggio del profitto, sono andate sempre più articolandosi, differenziandosi, stratificandosi, in una parola, sempre più complessificandosi, fino al punto che è apparso inevitabile governarle dal centro, secondo un paradigma interclassista che sostituiva la ricerca e l’ampliamento del benessere generale alla lotta di classe.

Lo schema lavoro VS capitale, del resto, era obsoleto già alla fine dell’Ottocento, allorché la chiesa della Rerum Novarum e il riformismo secondinternazionalista avevano soppiantato la rivoluzione proletaria annunciata dal Manifesto del Partito Comunista del 1848. Lo è diventato vieppiù nel Novecento, per cui non vedo come lo si possa risuscitare nel ventunesimo secolo inoltrato. Se lo si facesse la cosa avrebbe, forse, una qualche valenza tattica, non certo una strategica.

Se guardiamo alla parte migliore della storia del Novecento, quella dipanatasi dalla fine della seconda guerra mondiale all’inizio degli anni Ottanta, non possiamo non vedere come l’espansione della democrazia e del benessere sia andata di pari passo con l’espansione del ceto medio; così come non possiamo non vedere come il restringimento del ceto medio a seguito dei noti fatti seguiti alla globalizzazione ponga un serio problema di tenuta delle nostre istituzioni democratiche, minacciate da sovranismi e nazionalismi nonché da un nuovo ordine internazionale che va imperniandosi su potenze reazionarie, la Russia di Putin in primis.

Più che a riflettere negli schieramenti e nelle forze in campo una polarizzazione in fase avanzata nella società, con i poveri sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi – giuste le analisi dell’economista francese Thomas Piquetty, - penserei a ricostruire il centro, rinfoltendo i ranghi della classe media e dandole adeguata espressione politica. È il solo modo per tagliare l’erba sotto i piedi ai nuovi fascismi. Ricordando che quelli storici approfittarono, per andare al potere, proprio dell’interruzione della crescita del ceto medio seguita alla guerra mondiale.

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Nella foto: quadro di Pierre-Auguste Renoir dal titolo "Bal au moulin de la galette" che ritrae un momento di vita della piccola borghesia francese dell'Ottocento.


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