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Mafia-Politica e l'etica
(persa) del giornalismo

Angelo Cannatà
Uno dei libri più interessanti di Eugenio Scalfari è intitolato Alla ricerca della morale perduta: spiego le ragioni che spinsero il nostro a pubblicarlo in La passione dell’etica (Mondadori) alle pp. 1755-1762, e a esse rinvio. Ne parlo perché quel titolo torna in mente sfogliando i giornali di sabato 8 febbraio, il giorno dopo le dichiarazioni di Graviano al processo di Reggio Calabria. Tutti i quotidiani (con qualche eccezione), da Repubblica al Messaggero al Corriere, hanno dato spazio in prima al bacio Ferro-Fiorello, oscurando l’amorevole intesa Graviano-B.: “Con Berlusconi cenavamo insieme -dice il boss-, tramite mio cugino avevamo un rapporto bellissimo.” Business. Affari. E quel terribile intreccio mafia-politica che ammorba il Paese; ma sui quotidiani nulla. O Quasi. Ho provato a cercarla, la notizia, e la morale perduta del giornalismo. Con scarsi risultati.

E’ incredibile, ma più le testimonianze e le sentenze (vedi sentenza Dell’Utri) mostrano le collusioni del Caimano con la mafia, più ci si ostina a coprirlo, oscurando fatti orrendi; e presentandolo, addirittura, come interlocutore valido, insieme a Salvini, per scrivere la legge sulla giustizia. Scriverla col plurinquisito B.? Sì, questo afferma quasi ogni giorno Folli su Repubblica. Quali garanzie? Quali ricatti? Cosa vorrà (cosa già vuole: vedi attacco alla Bonafede) il Caimano? Questo non interessa al giornale di Scalfari, che pure lottò per una “giustizia giusta”. I tempi cambiano. E pure la morale. Alla ricerca della morale perduta è il libro più “politico” del Fondatore, ma il tema, oggi, riguarda anche il suo giornale. Di altre testate sarebbe meglio non dire. Il Giornale, sempre controcorrente (rispetto alla verità), nega che gli incontri tra il boss Graviano e B. siano avvenuti. E vabbè. Anzi no. Sallusti dice che “i mafiosi sono uomini di merda”. Chiedo: come mai allora sono così presenti -non solo come stallieri- nel curriculum di B.?

E’ una brutta storia questa del patto mafia-politica. Ed è grave ostentare indifferenza, non parlarne, come ha fatto Libero. Per il giornale di Senaldi non è una notizia che un boss accusi l’ex presidente del Consiglio: le emergenze sono altre e così in prima campeggia la “Storia a lieto fine del lupo buonino” con tanto di foto. Si chiama disprezzo per i fatti (quelli veri e importanti) e per l’etica giornalistica, perduta da tempo. Infine, come uscirà B. da quest’ultima testimonianza sul lato oscuro della sua vita? Italo Calvino in Palomar scrive: “La vita di una persona consiste in un insieme di avvenimenti di cui l’ultimo potrebbe anche cambiare il senso di tutto l’insieme.” Avvenimenti. Ma le parole di Graviano -al di là della verità processuale- non sono già un avvenimento? Di più: le sue parole non confermano, di fatto, quanto Di Matteo mostra nei libri e nelle aule di giustizia rischiando -non è secondario- la vita? Le frasi di Graviano non confermano l’intreccio mafia-politica su cui indaga, in altre inchieste, Gratteri? Troppi lo attaccano: i “grandi” giornali hanno snobbato la sua maxi-retata in Calabria (si comincia così a uccidere un uomo giusto: isolandolo). Insomma, mentre Di Matteo, Scarpinato, Gratteri, e Davigo (su altri versanti), cercano di tener alta la bandiera della giustizia, molte testate provino a cercare la morale perduta del giornalismo.

Dicono i giornali di famiglia: “Perché Graviano ha aspettato tanto a parlare?” Semplice: “Erano 15 anni che minacciava di cantare, ma poi non si decideva mai: B. poteva ancora rendersi utile, meglio tenerlo vivo e sotto ricatto. Ora non più.” Così scrive -davvero controcorrente- un noto rompipalle. Montanelli se la ride, e vorrebbe che al Giornale togliessero il sottotitolo (“Contro il Coro”); mi sembra di sentirlo: “Insomma, Sallusti, se difendi sempre la posizione del Capo, abbi il pudore, almeno, di ammetterlo: ‘canto nel coro su musica e testi dell’avvocato Ghedini’.” Che, in quanto avvocato, fa (almeno lui) il suo mestiere.

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Articolo apparso su Il Fatto Quotidiano martedì 11 Febbraio 2020

Nella foto: Graviano e Berlusconi.


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