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Recovery fund, MES ed eurobond
Maria Francesca Cordiani
27.4.20 - Ad onor del vero, ed al solo fine di cercare di fare chiarezza su alcuni argomenti recentemente oggetto dell’informazione a stampa, televisiva ed on-line, vorrei brevemente soffermarmi e cercare di puntualizzare meglio alcuni aspetti oggetto di acceso dibattito sia all’interno del nostro Paese che a livello europeo, atteso che anche dalle scelte che saranno effettuate in riferimento ad essi dipenderà il futuro in termini economici degli Stati Europei.

L’emergenza economica causata dalla pandemia, infatti, oltre a riaccendere il dibattito sul MES, che in Italia vede spaccata anche la maggioranza, ha fatto convenire gli Stati membri dell’UE, come è emerso dall’ultimo Consiglio Europeo tenutosi qualche giorno fa, sulla necessità della creazione di un fondo per la ricostruzione, il cosiddetto Recovery fund.

Tale strumento, ancora in realtà non ben delineato e sul quale i Paesi Europei dovranno pronunciarsi a seguito della proposta presentata ai vari leader dalla Commissione Europea, consisterebbe nell’acquisizione di liquidità sul mercato attraverso l’emissione di titoli comunitari garantiti dal bilancio europeo, che dovrebbe essere aumentato con l’impegno o il versamento di una maggiore quota da parte dei singoli Stati.

Ma il nodo gordiano più importante da sciogliere sarà quello di stabilire le modalità con cui verranno effettuati i finanziamenti. Sul punto è attiva la discussione tra i Paesi soprattutto del Sud Europa, tra cui l’Italia, la Francia e la Spagna che preferirebbero sovvenzioni a fondo perduto per i quali i singoli Stati dovrebbero restituire solo gli interessi, ed i Paesi del Nord Europa, tra cui l’Olanda e la Germania, che opterebbero invece per la concessione di prestiti con il conseguente obbligo alla restituzione non solo degli interessi, ma altresì della somma capitale.

In riferimento al MES è necessario preliminarmente ricordare che si tratta di un’organizzazione internazionale nata nel 2012 per ovviare al rischio che alcuni Paesi tra cui l’Italia, la Grecia ed il Portogallo andassero in default per l’incapacità di far fronte al proprio debito pubblico a causa del suo continuo aumento provocato dalla diminuzione del valore dei titoli di stato e dal conseguente innalzamento del tasso di interesse dovuto ai compratori di tali obbligazioni.

In particolare la suddetta organizzazione intergovernativa dotata di un capitale costituito dai versamenti che vengono effettuati pro-quota dai Paesi membri può, tra l’altro, intervenire con la concessione di finanziamenti a fronte dell’impegno dello Stato beneficiario di effettuare tagli alla spesa oltre che riforme strutturali, oppure nella forma light a condizione che lo Stato destinatario non abbia presentato gravi squilibri.

Orbene, com’è noto, da quanto è emerso dal compromesso raggiunto tra i Paesi dell’Eurozona, fino al termine della pandemia i vari Stati potranno fare ricorso al MES non condizionato solo per coprire le spese sanitarie; in realtà, però, l’eventuale sottoposizione del conferimento dei suddetti finanziamenti a ulteriori condizioni divide ancora le forze politiche.

All’interno di questo quadro ciò che colpisce e desta maggiore preoccupazione a mio avviso è la mancata approvazione della proposta avanzata in primis dall’Italia dei cosiddetti Eurobond, su cui ormai da anni si discute. Difatti mentre l’emissione di questi titoli comunitari avrebbe comportato la mutualizzazione del debito pregresso e futuro dei singoli Stati membri attraverso l’acquisto dei loro titoli nel caso in cui taluno di essi rischiasse il default, con i recovery fund verrebbero elargiti finanziamenti ai Paesi in difficoltà, che rimarrebbero comunque responsabili del proprio debito.

In buona sostanza allo stato attuale la solidarietà dimostrata dall’UE agli Stati membri appare essere assai limitata e circoscritta.

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