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Decreti legge e ordinanze regionali
Maria Francesca Cordiani
3.5.20 - Con l’evolversi della pandemia ci troviamo di fronte ad un quadro normativo sempre più complesso ed articolato. Alle numerose e contrastanti disposizioni emesse dal governo centrale continuano, infatti, ad aggiungersi ordinanze emesse dalle Regioni e dai Comuni che, spesso, si pongono in netto contrasto con le prime, oltre che addirittura con la Costituzione. Quelle emanate anche recentemente dalla Calabria ne costituiscono un esempio.

Si pone perciò, tra l’altro, il problema di stabilire quale sia la normativa da applicare nella nostra vita quotidiana. Al riguardo occorre innanzitutto affermare che, pur avendo le Regioni, com’è noto, potestà concorrente in materia di tutela della salute secondo quanto stabilito dalla nostra Carta Costituzionale e pur potendo, quindi, legiferare in riferimento alla suddetta materia, tali enti non possono oltrepassare i limiti sanciti dai principi fondamentali oggetto di riserva statale ed in primis quelli costituzionali.

Orbene, il D. L. n. 19 tutt’ora vigente ha stabilito, com’è risaputo, che nel rispetto dei cardini di adeguatezza e proporzionalità i suddetti enti locali, nel caso di aggravamento delle condizioni sanitarie nel loro territorio, possono emettere, nelle more dell’emissione dei decreti ministeriali, ordinanze più restrittive rispetto a quelle in esso previste, ma non maggiormente permissive.

Inoltre il potere attribuito alle Regioni non può assolutamente essere in contrasto con il fondamentale principio della gerarchia delle fonti sussistente nel nostro ordinamento, in base al quale la legge di grado superiore prevale su quella inferiore.

Pertanto, essendo il decreto di cui sopra atto avente forza di legge, esso costituisce norma di rango superiore rispetto all’ordinanza regionale, che pertanto non può porsi in contrasto con esso.

Indubbia è altresì, come già ho avuto modo di affermare, l’illegittimità dell’ordinanza che vieta la circolazione tra la nostra e le altre Regioni.

La suddetta normativa si palesa perciò illegittima, anche se è pienamente efficace sino al suo annullamento o alla sua revoca.

In generale, comunque, ciò che provoca maggior sconcerto è il fatto che tale intreccio di norme ha messo e continua a mettere a repentaglio diritti e libertà fondamentali che sono alla base di uno stato di diritto qual è il nostro.

Simboli emblematici di questo stato di fatto sono stati il nostro amatissimo Papa ed il nostro pregiatissimo Presidente della Repubblica che, com’è noto, si sono ritrovati soli rispettivamente a pregare a Piazza San Pietro per celebrare la Via Crucis il Venerdì Santo e davanti all’Altare della Patria in occasione della festa della Liberazione dell’Italia dal regime fascista e dall’occupazione nazista.

In buona sostanza la straordinaria fase storica in cui viviamo ha messo al muro ciò che fino ad oggi abbiamo tutti dato per scontato, non ultimo anche il diritto al lavoro, sia pur per motivi eccezionali e pienamente condivisibili. Per tale motivo quest’anno più che mai la ricorrenza della festa del lavoro dovrebbe aver indotto tutti noi a riflettere non solo sulle conquiste acquisite grazie alle lotte vinte in passato dai lavoratori, ma ancor più sul valore e sull’importanza dell’attività svolta per lo sviluppo della propria persona e conseguentemente dell’intera società.

Non resta che augurarsi che tale situazione finisca al più presto e che il Parlamento riacquisti i suoi pieni poteri anche al fine di dirimere definitivamente i contrasti sopra evidenziati.

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