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Il pieno, il vuoto, il vicino e il lontano.
Come sarà il mondo dopo la pandemia?

Domenico Distilo
22.5.20 - José Ortega y Gasset, famoso storico e sociologo spagnolo vissuto tra la fine del XIX e il XX secolo, definiva il ‘900 “l’epoca del pieno”, perché era stato con il suo arrivo che le masse da nascoste ed assenti si erano fatte visibili e presenti, riempiendo (di gente) ciò che era apparso sempre vuoto: le strade, le piazze, i mezzi di trasporto, i teatri, gli ospedali, i negozi, le anticamere dei medici più in vista, i ristoranti e quant’altro. Ortega riassunse il fenomeno nel titolo del suo libro più conosciuto, La rebelliòn de las masas, La ribellione delle masse, dicendosi preoccupato per il destino delle istituzioni liberali, messe a rischio dal “sovversivismo democratico”, dall’attacco che le élites tradizionali stavano subendo.

Dal primo Novecento ad oggi (il libro di Ortega è del 1930, scritto quindi in gran parte post festum) le masse non hanno mai neppure accennato a battere in ritirata, tant’è che alla loro “nazionalizzazione” (come la definì lo storico tedesco Georg Mosse) ad opera delle ideologie, prima semplicemente di destra poi nazifasciste, si devono le dittature e le guerre novecentesche, così come sempre alle masse, riconvertite dalla Resistenza e dalla guerra, si devono i regimi liberaldemocratici e socialdemocratici nati dopo la Seconda guerra mondiale.

Ora invece succede che il Coronavirus stia mettendo a rischio il dominio delle masse attaccandolo alla radice, rappresentata dalla contemporanea presenza del numero più elevato possibile di persone negli stessi luoghi. Facciamoci caso: sono vietate (anche dopo il passaggio alla cosiddetta fase 2 le manifestazioni pubbliche con cortei e/o raduni in luoghi aperti e chiusi; sono vietati gli spettacoli cinematografici e teatrali; sono vietate le soste nelle sale d’attesa dei clienti degli studi professionali; sono vietati gli assembramenti sui mezzi di trasporto; sono vietati i pranzi di gruppo in ristoranti e pizzerie, così come gli aperitivi di gruppo nei bar; sono vietati i riti religiosi con la partecipazione dell’assemblea dei fedeli (o, per dirla al rovescio, sono consentiti ma stando ciascuno nel proprio spazio, quindi non facendo massa); sono vietate le manifestazioni e gli eventi sportivi, tanto più alla presenza di pubblico; sono chiuse scuole e università, così che la scuola di massa, gloriosa conquista novecentesca, di fatto non esiste più, sostituita da quella virtuale, cosiddetta a distanza, che non è propriamente la stessa cosa. Insomma, la massa si è dissolta, con conseguenze nella sfera politica che non si possono non vedere, anche se finora quasi tutti cercano di minimizzarle o di ignorarle.

A distanza, è questa la prima cosa da focalizzare, non ci si può scambiare opinioni, che sono il mezzo con cui reciprocamente ci si influenza, in primo luogo su questioni politiche e relative scelte elettorali. Separati, infatti, dai metri prescritti, le opinioni bisognerebbe gridarsele, così da apparire, a se stessi prima che agli altri, ridicoli. Si obietterà: ma ci si può scambiare opinioni attraverso gli Smartphone! Vero, ma soltanto in teoria, cioè in astratto, poiché un messaggino, scritto o vocale che sia, non può rendere la carica emotiva e l’efficacia del parlato in presenza, tanto più del parlato in presenza e a bassa voce. La chiacchiera che venisse profferita ad alta voce perderebbe infatti, inevitabilmente, le sue caratteristiche peculiari. E poi non si può, negli innumerevoli casi in cui essa prende la forma di una battuta su terzi, dar mostra di ridacchiare da soli per la lettura di un messaggino sullo Smart. Soprattutto se ci si trovasse in un contesto nel quale sarebbe conveniente stare concentrati su un tema o su un evento di conclamata (benché, magari, solo pretesa) serietà. Il distanziamento avrà così l’effetto di far sparire i pourparler e i fuori onda, mentre già non siamo più tanto convinti che se non si ha nulla da dire si debba tacere, non essendo il dir nulla la stessa cosa del dir di nulla: in quest’ultimo caso chi dice sta parlando di qualcosa, evanescente ed inconsistente quanto si voglia, ma pur sempre qualcosa.

Il distanziamento avrà l’effetto di equiparare il dir nulla e il dir di nulla, così che non si potrà più parlare tanto solo per dire, e bisognerà dire solo di ciò che ha una sua “oggettività” e “pesantezza”, con tanti saluti al linguaggio che non nomina le cose, che non si rapporta ad esse frontalmente ma, come direbbe un mio vecchio professore di filosofia teoretica, “le evoca lateralmente”, quasi sempre all’insegna della leggerezza, del parlare senza impegno. E sarà destinata a sparire la lateralità, evento che molti saranno portati a considerare come un deciso passo in avanti verso l’espunzione dell’ambiguità dai rapporti umani. Si dà il caso, però, che l’ ambiguità, per quanto sia considerata un disvalore, rappresenta la cifra, la principale connotazione del sociale, che non ha una dimensione frontale-oggettiva ma laterale-soggettiva. Per chiarirci: se il linguaggio (e con esso il pensiero) avesse una dimensione soltanto frontale-oggettiva ogni discorso sarebbe chiuso e le opinioni sarebbero sostituite dalla perentorietà dell’"è così e basta!", che non lascia scampo ai diversamente opinanti, alla prospettiva e al punto di vista, che sono l’essenza e il presupposto della democrazia.

Non è quindi peregrina la tesi che col distanziamento, con l’isolamento e la vicinanza relegata nel mondo virtuale salti la condizione basica della democrazia, il parlarsi delle persone tra loro, il trasmettersi emozioni, che sono il mezzo su cui viaggiano le opinioni e, con esse, le rivoluzioni. Quel che si è innescato è un processo di fuoruscita dall’epoca delle masse e della loro ribellione, senza troppo riflettere sul fatto che un fenomeno quale la sparizione delle masse sarà destinato a cambiare la forma della politica, che dai tempi della Rivoluzione francese fa i conti con le masse, la cui presenza, rumorosa o talvolta tacita, comunque sempre presupposta, ha fatto la storia degli ultimi due secoli.

Se è vero, infatti, che nel primo Novecento le masse diventano “visibili e presenti”, lo è altrettanto che tali visibilità e presenza hanno avuto una lunga incubazione, a partire dalla Rivoluzione francese. Gli esempi che si possono fare sono innumerevoli: senza le levées en masse non ci sarebbero stati gli eserciti napoleonici, quindi la rivoluzione sarebbe abortita; senza le masse non ci sarebbero stati i moti quarantotteschi e neppure la Comune di Parigi avrebbe visto la luce. La Prima guerra mondiale viene combattuta da eserciti di massa – dopo essere stata introdotta da fenomeni di massa quali le “Comunità di agosto” e, in Italia, le grandi manifestazioni che esaltavano il genio per la manipolazione (delle masse) di un D’Annunzio - e di massa sono i regimi totalitari che dominano la scena negli anni Trenta aprendo la strada alla Seconda guerra mondiale e ad un dopoguerra altrettanto all’insegna delle masse.

Insomma, cosa faremo e, soprattutto, cosa saremo se non saremo più massa?

Nella foto: Jose Ortega y Gasset.


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