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Prefazione al libro di poesie
di Rocco Giuseppe Tassone

Lorenzo Infantino
22.12.18 - Quando Rocco Giuseppe Tassone mi ha rivolto l’invito a scrivere qualche riflessione su questa sua raccolta di poesie (Solo il poeta può nel canto, Edizioni Università Ponti con la Società, 2018, pp. 120), ho accettato subito e volentieri. Ho trascorso tanti anni in mezzo alle opere dei classici delle scienze sociali. Ed è la prima volta che mi accingo a parlare di poesia. Il compito non mi spaventa. Al pari del poeta, anch’io mi trovo in permanenza davanti a problemi che nascono dalla condizione umana. Il mio approccio è diverso. E diverse sono le mie risposte. Ma il poeta, il narratore e lo scienziato sociale sono uomini che, posti di fronte agli eventi della vita, ci danno una loro “lettura” e aiutano in tal modo il nostro orientamento esistenziale. E, sebbene nello svolgimento del mio lavoro non mi sia consentito di andare al di là delle prove e delle confutazioni, non mi sento personalmente estraneo alla poesia.

Ci sono tuttavia anche altre ragioni che mi hanno indotto a scrivere queste righe. Credo nell’esistenza della “Repubblica delle lettere”, un mondo in cui la cittadinanza si acquisisce con la qualità dell’impegno e la consapevolezza di quanto fruttuoso sia dialogare senza barriere. Inoltre, so che Tassone è molto amato dai suoi allievi. È questo un privilegio che non tutti i docenti riescono ad acquisire: non è sufficiente avere alle spalle qualcosa che ci attribuisca un posto di lavoro. È necessario porsi dalla parte dei giovani: ascoltarli, capirne le aspettative, prenderli per mano e aiutarli a scegliere l’itinerario della loro vita. E tutto ciò dev’essere vissuto come un ineludibile compito. Se gli studenti amano un docente, è perché sanno sempre individuare coloro che danno un contributo alla loro crescita e quanti invece vivono con svogliatezza impiegatizia il rapporto educativo.

Rammento infine che Tassone vive nella città in cui sono nato. E, malgrado il fatto che ne sia lontano da più di cinquant’anni, conosco quel che c’era ieri e quel che c’è oggi. Soprattutto, so quanto sia difficile fare cultura in un contesto in cui gli sforzi compiuti nel secondo Dopoguerra non hanno prodotto i risultati sperati. E c’è anzi la caduta di quelle aspettative che hanno alimentato la vita delle generazioni nate immediatamente prima della guerra e subito dopo.

Non frappongo però altri indugi. Vengo al compito che Tassone mi ha assegnato. Un filosofo a me caro soleva dire che ogni uomo è un romanziere di se stesso: perché, in una certa misura, ciascuno progetta la propria vita, cerca di “scriverla” concretamente tramite le proprie realizzazioni e, anche se non lo fa attraverso le pagine di un libro, la racconta. Ciò significa che ogni uomo, pure colui che non ci lascia i suoi versi, perché risponde a un’altra vocazione o ad altre possibilità, nel suo intimo, con le sue aspettative, le sue gioie e le sue delusioni, è un poeta. Con il loro dolce fluire o con la loro aguzza drammaticità, gli eventi segnano la sua anima. E, anche se non è formalizzata e resa pubblica, la sua poesia è nota alle persone con cui egli più strettamente comunica. La piccola o grande cerchia degli amici nasce elettivamente. E, a ben vedere, la scelta discende dal reciproco apprezzamento del romanzo esistenziale e della poesia che ciascuno esprime nel rapporto intersoggettivo.

Pure quando non incarniamo il ruolo sociale di romanziere o poeta, tutti siamo, in vario modo, narratori e poeti. Non possiamo farne a meno. Ed è per questo che il romanzo e la poesia ci attraggono. Corriamo a leggere e a condividere l’opera di quanti fanno di queste attività la loro professione. Cerchiamo di dare alla nostra vita un itinerario sulla base della vita reale o immaginaria degli altri. E ciò è in fondo un tentativo di difenderci dall’incertezza della nostra condizione. Ci troviamo davanti alla cooperazione e al conflitto, all’amore e all’odio, all’allegria e al dolore, alla natura benevola e alla natura matrigna, in un mare magnum che minaccia i nostri fragili ormeggi e che ci disorienta. Ecco: la narrazione e la poesia, quelle che i grandi offrono al vasto pubblico e quelle che comunichiamo oralmente alla cerchia dei nostri amici, ci aiutano a fare la nostra strada, a non sentirci smarriti e a non smarrirci.

Giunti qui, dobbiamo fare i conti con un interrogativo. Ho detto che ciascuno di noi è in varia misura, e necessariamente, romanziere e poeta. Ma nel contesto in cui viviamo non siamo giudicati tali. Perché? Per la ragione che assurgono socialmente a quel rango solo coloro che, nel momento in cui “cristallizzano” nella narrazione o nei versi gli eventi vissuti o immaginati, sanno dare un profilo unico a quel che pongono davanti a noi. La complessità di tutto ciò che è umano impedisce di dire «come le cose sono effettivamente avvenute». È così che, pure se non ne siamo consapevoli, nei nostri minuti racconti abbiamo bisogno di “isolare” frammenti di realtà. Ma il romanziere e il poeta, se pure prendono spunto da un aspetto della quotidianità, lo rappresentano in una lingua che solo loro sanno padroneggiare e in una forma che a noi è preclusa.

È come se facessero ri-nascere, e a volte nascere, le cose. Pongono dinanzi ai nostri occhi quel che spesso noi non vediamo.

E Rocco Giuseppe Tassone vive in un tale mondo. Non a caso afferma che «solo il poeta può nel canto». Ci parla allora di un desiderio che «muore disperato, nel ricordo[… di] baci mai provati». Dice ai suoi allievi: «Per voi avrò motivo di vita, con voi avrò continuità di pensiero, in voi avrò memoria». Dialoga con le «gigantesche ombre secolari» degli antichi ulivi. Annuncia un’alba che «sorgerà su di un tramonto» in cui «nessuno godrà del sole e nessuno ascolterà il canto degli uccelli». E, rivolgendosi alla luna, chiede risposta alla domanda che grava inevasa su tutti noi: «Luna, dolce Luna! Tu che miri la transumanza dell’umana vita, scadenzando il tempo dell’effimera nostra esistenza, dimmi, favella, cos’è la nostra presenza difronte all’eternità e l’infinito oblio del tuo vagare eterno?».

Le poesie di Tassone sono un viaggio all’interno della vita. Sono una grande galleria di sensazioni, sentimenti e interrogativi, che egli rivela a tutti noi. Senza reticenze. E gli dobbiamo essere grati, perché la lettura dei suoi versi, ponendo in luce meridiana la nostra condizione di eterni cercatori di orientamento, ci accomuna e ci arricchisce.

Il prof. Lorenzo Infantino è titolare della cattedra di Filosofia delle Scienze Sociali presso la LUISS "Guido Carli" di Roma. Ricopre inoltre il ruolo di Presidente della Fondazione "Friedrich A. von Hayek".

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Visualizza un'anteprima del libro Solo il poeta può nel canto di Rocco Giuseppe Tassone

Nella foto in alto: copertina del libro Solo il poeta può nel canto


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